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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Principe di Piemonte

4 Settembre 2009

di Nicola Dal Falco

Fronte del Don, dicembre 1942

 

Ormai, anche nelle notti chiare, quando la luna battezza di luce le balke innevate, i russi escono, attraversano il Don gelato, scivolando fino alle buche dei bersaglieri. Bianchi come raggi, avvolti in un silenzio di ghiaccio, si portano via due o tre dei nostri e la mitraglia.
 Non ritornano mai a mani vuote. le linee si sono assottigliate troppo. A Stalingrado, la battaglia infuria e inghiotte uomini in continuazione; i tedeschi hanno dovuto spostare laggiù le divisioni ungheresi e rumene. Siamo rimasti da soli a tenere un fronte smisurato.
 Le visite notturne preannunciano il peggio. Sono appena tornato da una piccola licenza in ritardo e per punizione mi affidano insieme ad altri una ventina di prigionieri russi. Servono a mettere le mine anticarro, in attesa di un attacco. Per fortuna, ubbidiscono senza storie; li spiego come fare e poi li lascio al loro destino, sperando che non scappino.

Piovono colpi ovunque: un fuoco intenso di grossi calibri, la situazione è confusa. Cerco di ritrovare la mia batteria e strada facendo incontro dei tedeschi che ripiegano. I russi – dicono – sono alle spalle. Poco dopo, arrivano i miei compagni. Hanno fatto saltare i pezzi; anche i bersaglieri si ritirano. È sera ma fa già buio da un pezzo. Un po’ a piedi e su mezzi di fortuna, seguiamo la pista fino all’alba. La neve farinosa schiocca sotto i piedi, si appiccica alle suole come la stanchezza al corpo.
 Con il giorno arriva anche la triste notizia. Il nostro colonnello e quello del III bersaglieri ci informano che siamo finiti in una sacca. Non si può proseguire. Nello spiazzo tra due collinette, pieno di peste e di stracci abbandonati, ci stringiamo in circa duemila tra bersaglieri, artiglieri e i resti di due battaglioni di serbi e croati. Loro, tutti volontari, hanno ancora qualche mitragliatrice.
 Il discorso degli ufficiali è breve: «Se ci arrendiamo nessuno torna a casa ma se passiamo anche solo in dieci, quei dieci si salvano. Decidete voi ».
 «Tentiamo, tentiamo »! rispondiamo in coro. Non ci resta che aspettare quando cala il sole. Alle tre del pomeriggio, la notte è già lì ad abbracciarci; strette le corregge, con in tasca un paio di bombe a mano, andiamo all’attacco. Avanti i serbi e i croati, poi i bersaglieri e dietro noi. I russi ci aspettano, appostati dentro e intorno al villaggio di Meskof. Scoppia il finimondo, la neve zampilla davanti alla faccia e si arrossa, geme sotto il peso dei corpi che avanzano strisciando, bestemmiando e abbandonandosi alle più goffe posizioni della morte.
 Forse, ce la facciamo, ci sospinge la rabbia e il terrore. Ho sete e vorrei non pensare a niente. I russi cedono un po’, si apre una breccia. Forza! Forza!
 Ed ecco, un rombo attutito farsi avanti, colmando, mano a mano, ogni interstizio del terreno. Sono dei carri. Tedeschi? Si sentono cinque o sei scoppi ravvicinati. La prima isba del villaggio, conquistata di slancio dai serbi, esplode in una luce gialla. Trema la terra. Nessun contrattacco verrà a tirarci fuori da qui. La scena si illumina sotto il fuoco dei carri russi che sparano nel mucchio.
 I morti sono dappertutto; fuggendo li calpestiamo, cadendoci sopra e usando i corpi per proteggerci prima di continuare a correre. Lo scontro è durato più di due ore. I russi non insistono, verranno a prenderci al mattino. Passiamo così una notte di gelo, dentro un vallone, digiuni da due giorni, sempre svegli, perché chi si sdraia a terra non s’alza più.

Si è fatto giorno in un caos indescrivibile. Sulla neve è sparso di tutto. Raccolgo un pacchetto di sigarette, marca Principe di Piemonte, buttato via da qualche ufficiale. Più in là, scopro addirittura delle mazzette di marchi, nuovi di zecca, ancora stretti nella fascetta e li prendo a calci. Raccolgo anche una coperta, un paio di stivali tedeschi che finiscono in fondo allo zaino e delle cartoline franchigia. Mi auguro di usarle al più presto per scrivere a casa.
 Con le prime luci, arrivano altri gruppi di sbandati delle divisioni Torino e Pasubio. L’ARMIR è disfatta; solo il corpo alpino, formato da Julia, Cuneense e Tridentina, rimane fuori dalla grande sacca. Gli alpini cominceranno a ritirarsi a gennaio.

Nel vallone, in mezzo alla fiumana di fuggiaschi, fioccano dei colpi di mortai. Ci sono molti feriti. Poi, i tiri smettono e sul costone spuntano all’improvviso cinque russi, armati di parabellum, due a cavallo e gli altri a piedi. Non voglio farmi fregare e mi fermo ad aspettarli. Cerco di convincere il mio carissimo amico Bonifaccino … Arrivano anche dieci bersaglieri che si strappano le mostrine e nascondono l’elmetto piumato sotto la neve. Una precauzione lecita, visto che Mussolini era bersagliere e ai russi la cosa dà molto fastidio. Appena ci vedono, i due spronano i cavalli. Sono dei commissari politici e sul cappello a punta spicca il distintivo con la falce e il martello. Urlano se siamo italiani. Rispondiamo di si. Uno scende di sella e inizia a frugarci.
 Trova la mia pipa, il tabacco e li butta lontano. Resto immobile nonostante il freddo, con una Pincipe di Savoia stretta in bocca e accesa. L’altro, rimasto a cavallo, nota il bocchino d’oro e la vuole. Cerco il pacchetto nella tasca esterna del pastrano e glielo lancio. Ne prende una, l’accende, spuntandola, però, immediatamente.
 «Gne carosc. » «Non buona ».
 Quello che ci ha frugato alza lo sguardo e dice al compagno:
 «Quando, te lo dico, spara ».
 Quindi, fissandoci negli occhi:
 «Mussolini kaputt »?
 «Kaputt » – annuiamo.
 «Hitler kaputt »?
 E noi: «Kaputt ».
 «Stalin carosc? Buono »?
 E noi:«Carosc ».
 Mi corre un brivido nel sangue. Per il tempo che mi resta, riesco solo a pensare a mia madre. È l’unico pensiero, il più concreto, carnale che mi viene. La vedo, quasi la costringo ad esserci, a guardare l’ultima volta suo figlio così come io, lei.
 All’anima rassegnata resta solo un adempimento, una formalità: raccomandarsi alla Madonna di Lezzeno, avvocata dei miei facili, deboli peccati: «Mamma, Maria aiutatemi ».
 A quel punto, il russo anziché dare l’ordine di far fuoco è distratto da un uomo che cammina poco lontano. Sul cappotto  porta cucita una croce rossa. Lo chiama, chiedendoci se si tratta di un «uffizier cattolic »?
 «Si, esatto, un cappellano ».
 Quello si è fermato mentre il commissario prende lentamente la mira e fa partire due brevi raffiche.
 Il cappellano cade in ginocchio, colpito al petto da una mano possente; resta un attimo così, come un cristo e poi, giù, bocconi, con la faccia dentro la neve.
 Il boia ha avuto la sua vittima. Noi siamo salvi e sotto un diluvio di parole, ci dicono di star fermi, di aspettarli fin quando non torneranno con gli altri prigionieri.  


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3 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Principe di Piemonte — 4 Settembre 2009 @ 09:54

    […] Link fonte: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Principe di Piemonte […]

  2. Commento by Carlo Capone — 4 Settembre 2009 @ 13:35

    E’ un racconto importante. Al principio mi ha lasciato indifferente, pensavo a un deja vù, ma poi mi ha preso. Dinanzi alla morte spariscono le certezze e vien fuori l’umanesimo degli istanti cruciali. Povera gente, e povero cappellano, mandati a morire per capriccio di grandezza. I russi, pur guidati da un capo e da un’ideologia bestiali, almeno difendevano la loro terra.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 4 Settembre 2009 @ 23:47

    La parola, essenziale, precisa, tangibilmente espressiva e significativa, rievoca la drammaticità di momenti, dove indelebili si rivivono i segni della violenza, della disperazione, della sofferenza. La fisica concretezza degli episodi, si integra drammaticamente con la vicenda umana, travolta da una guerra che non pare avere pietà di niente e di nessuno. Solo un pacchetto di sigarette porta per un attimo, quasi impercettibilmente, fuori da un tormento e dalla paura senza fine. Poi un estremo ritorno alla fede, per cercare l’ultimo appiglio.
    E si arriva persino, comprensibilmente, ad esaltare un dittatore, che poco ha da invidiare in quanto a barbarie ad altri dittatori (non dimentichiamoci che, tra l’altro, permise l’invasione della Polonia, d’accordo con Hitler!), pur di aver salva la vita.
    Di altissima vibrazione commotiva, riportata con pochi tratti di efficace forza narrativa, la fredda uccisione del sacerdote.
    Il tutto per farci riflettere e per non dimenticare
    Gian Gabriele Benedetti

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