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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Quel foulard

3 Dicembre 2007

racconto di Matteo Ongari

Enrico Ongari, detto fisarmonica, si era finalmente deciso.
Stufo di passare i giorni, e quasi tutte le notti, sulla mulinassa in Po, aveva acquistato un capannone in muratura dando fondo alle grosse banconote presenti nel suo portafoglio e che ne avevano ispirato il soprannome.

Lo stabile sorgeva sul crocicchio che biforcava la strada per Sailetto, altrimenti per Tabellano.
Un punto strategico per le nuove esigenze dei bifolchi, dei contadini e dei nuovi caseifici.
Tanto lavoro ed un mulino nuovo: aveva piacere altresì di ritrovarsi in paese dopo lunghi periodi trascorsi in solitaria, sul grande fiume. Oramai aveva disaffezione per il cicaleccio dei compaesani, pure quello della moglie e dei figli.
A forza di scolpire la mola le mani gli erano diventate color granito, sfumanti dal grigio all’azzurro a seconda del riflesso della luce.
Sapeva, comunque, di non aver ancora terminato di lavorare: tre figlie femmine da sistemare, di nessun aiuto pratico, e due maschi da avviare alla fatica ed al sudore. Tra l’altro assai diversi tra loro.
Assieme alla casa comprò, barattando il vecchio mulino galleggiante, una nuova macina più moderna. Dotata di una enorme cinghia funzionante a corrente elettrica, a sostituire la forza centrifuga dell’acqua contro le pale. In mancanza di luce, fatto non infrequente, si era attrezzato con una traina di due cavalli.
Schivo, taciturno e scontroso, faceva capo solo al lavoro, Fisarmonica non era amato ma dettava legge. La moglie, dai lineamenti gentili, dalle forme ancora asciutte, lo temeva. Si stentava a credere che avesse già partorito ben cinque volte. Ma anche le figlie, chiamate da tutti Le tre Grazie, si trovavano il padre padrone a controllarle proprio nel pieno della vita. Addio divertimenti, addio pomeriggi danzanti, addio agli spasimanti giungenti fino al paese, in bicicletta, dai borghi più lontani. Oltre Po compreso.
Bionde, occhi cerulei e carnagione lattea: tre ninfe teutoniche scese dal freddo Nord nel tepore umido della pianura padana. Avevano ereditato i tratti somatici della madre, così pesantemente diversa dalle femmine locali: rozze, possenti ed olivastre, spesso dallo sguardo truce. Ma non solo quelli, pure la loro leggerezza, la squisitezza d’animo e di pensiero erano materni.

L’unico ad aver assorbito il caratteraccio e le sembianze del padre era Medardo, il primogenito. Mascella quadrata e volitiva, mento sfuggente e faccia rotonda, sguardo serio e severo.
Lui, forse, era l’unico soddisfatto di quel trasferimento. Vilelmo, al secolo Medardo o Giovanni era stanco di doversi sorbire trasporti di sacchi pesantissimi sulla schiena, compresi i trasbordi dalla riva alla Mulinassa, remando circondato da quintali di grano da trasformare in farina.
Si sarebbe dedicato completamente, e non più nelle pause del lavoro paterno, agli appezzamenti dell’affittuario Magotti dov’era a servizio giornaliero.
Fisarmonica aveva pensato di fargli fare esperienza fuori di casa. Troppo simili di carattere; era difficilmente domabile. Avrebbero finito col litigare furiosamente, se fossero rimasti vicini tutto il santo giorno. Lo precettava solamente nei periodi più intensi.
Si rifugiò sulla spalla più piccina, sull’ultima ruota del loro carro famigliare: Nardino. Poco più che bambino, così docile e remissivo, facilmente addomesticabile al temprante lavoro di facchinaggio.
Era, sotto sotto, una rivincita di Fisarmonica nei confronti della consorte. Quel timido e fragile ragazzino, delicato come una rosa, dai tratti e dai modi gentili, asservito al rozzo mestiere del mugnaio a menar sacchi e spazzar pavimenti lordi di polvere, era un vero pugno negli occhi.
Enrico fu irremovibile; e quando prendeva una decisione lui, in casa non volava una mosca. Nardino sarebbe diventato il mugnaio del futuro, del dopo mulini natanti, volente o nolente.

Sulle orme del padre, Nardino non c’avrebbe camminato mai. Preferiva di gran lunga la scuola, i libri ed i viaggi. Ora però gli toccava passare i pomeriggi nel frastuono delle macine, a selezionare le granaglie, insaccare e legare la farina, tornire le mole consumate; un apprendistato in piena regola. Lui avrebbe volentieri svolto montagne di compiti, piuttosto; ma quello era il suo, pur misero, destino.
Nardino non aveva la stoffa del mugnaio. Di salute cagionevole, vestito elegantemente, curato nei particolari, educato fino alla noia, proprio non era nel suo ambiente. Detestava il detto: “chi va al mulino s’infarina”.
Eppure per la quiete degli altri, soprattutto per il filo invisibile che lo legava a Barbara(alias Nina) e Ida e Lina, le sorelle che lo vezzeggiavano e coccolavano, tenne duro.
Imparò perfino l’arte di preparare i famosissimi gnocchi di Enrico, una delle poche ragioni per cui era sulla bocca dei paesani.
In breve tempo, data la sua perspicacia, Nardino s’istruì alla perfezione, tanto da riuscire a far funzionare il mulino da solo.
Era tanto intelligente quanto debole: la sua gola, incastonata in una spanna di collo, subiva perennemente le insidie della stagione e dei batteri. Il naso, preda di raffreddori, colava di continuo. Lo scheletro d’ossa non voleva saperne dei muscoli, nemmeno a rimpinzarlo di leccornie. Per difendersi dai continui acciacchi si copriva in maniera precisa, asfissiante. Una cosa lo rendeva molto chic, oltre al suo portamento: un foulard di pura seta annodato al collo. Quella sciarpa, candida e fresca, era il suo unico vezzo, l’unica possibile distinzione dagli amici bucolici.
Fu anche, e soprattutto, la causa della sua morte. Tragica e fatale come l’Odissea, che amava leggere di sera sul suo letto.

Il sole cominciava già a scottare; la primavera già inoltrata, lasciava volentieri spazio a temperature estive. Lievi strascichi umidi e freschi perduravano durante la sera.
Nardino mangiò con tutta la famiglia, nella casa padronale: dalle finestre aperte si sentiva lo stridore delle macine, accompagnato dal rumore schioccante delle cinghie.
Ma, e lui lo sentiva, qualcosa non funzionava a dovere. Lasciò terminare il pranzo in tranquillità, aspettò paziente che il padre andasse a riposarsi e fece capolino nel basso edificio del mulino a controllare, da solo.
Un cigolio sommesso, ma percettibile, lo infastidiva, urtandolo e preoccupandolo parecchio. Non era solito fare la pennichella, così voleva approfittare della pausa per rimediare al presunto problema, in maniera che al ritorno del mugnaio titolare fosse tutto sistemato. Magari, pensò, per una volta, anche una sola, il vecchio avrebbe potuto apprezzare la sua volontà.
Gli sarebbe bastata anche una carezza, un sorriso: non si aspettava di certo una ricompensa o un gesto talmente affettuoso come un bacio, mai ricevuto in sua memoria dal padre.
L’afa stava prendendo il sopravvento sull’aria frizzante dell’inverno ma Nardino, prudente com’era, portava ancora i panni pesanti.
Indossava pantaloni di tela grezza, una camicia di flanella e l’immancabile ed insostituibile foulard di seta, allacciato a guisa di cravatta.
In quei momenti di tranquillità si sentiva il padrone del mondo. Nessuno a disturbarne i sogni, i voli fantasiosi in cui s’immergeva, sia pure nel sollevare sacchi o spalare grano.
Si diresse immediatamente alla fonte dello strano frastuono: gli bastò uno sguardo per capire.
Tra le spesse cinghie di cuoio, che ruotando su due pulegge davano movimento alle macine partendo dal motore elettrico, si era incastrata una tela di juta, un sacco vuoto.
Non era una cosa strana, insolita: bastava, con un movimento svelto, districarla tirando con forza verso l’alto. Non serviva nemmeno fermare tutto il macchinario; almeno suo padre, il vero esperto in quel genere di cose, faceva così.
Per non insospettire i dormienti spegnendo il mulino, e soprattutto, non essendo in grado di riaccenderlo in maniera corretta, Nardino si accostò alle strisce rotanti, non protette da alcun paramento, per sradicare il sacco impigliato.
Tirò con tutta la sua forza di ragazzino: la tela rimase al proprio posto. Si abbassò, allora, a sfiorare quelle fasce pesanti e dure, cercando di aumentare la pressione sul sacco.
La punta della sua inusuale cravatta, finì inopinatamente per agganciarsi su un nastro, scorrevole e veloce.

La tragedia si consumò nel batter di ciglia: il foulard ben legato alla sua gola divenne un cappio spietato, trascinandolo e strozzandolo attorno alle funi del mulino.
Lo trovarono, divelto e soffocato, al termine del sonnellino.
La morte del piccolo Nardino, a nemmeno quattordici anni, segnò la famiglia in maniera pesante. Enrico impazzì, colpito più dai sensi di colpa che dal dolore della perdita. Vilelmo, ormai sulla soglia della trentina, dovette caricarsi sulle spalle l’intero peso della famiglia; diventò il vero, nuovo mugnaio.
Una folla oceanica partecipò commossa alle esequie: tanta fu l’incredulità e la costernazione presente nei compaesani che l’eco di quella fatalità fece il giro dei borghi limitrofi.
Emozione, cordoglio e pena per il giovane educato, fine e gentile, finito a brandelli durante il suo lavoro. L’intera comunità si strinse, in maniera spontanea, attorno ai congiunti distrutti.
In memoria di Nardino, il suo nome venne tramandato ai primogeniti di Medardo (Vilelmo) e della sorella Ida.


Letto 1998 volte.


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Bart