Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Un ricordo di Nico Orengo

20 Giugno 2009

di Francesco Improta

Quando se ne va un amico si porta via una parte di te stesso. Si avverte sempre un senso di perdita irrimediabile, quando poi l’amico è uno scrittore raffinato e affabile come Nico Orengo la perdita diventa incommensurabile perché ci si sente privati della sua amabile conversazione, del suo sorriso disincantato, della sua sottile ironia, della ricchezza del suo ingegno, della sagacia delle sue osservazioni, di quella frequentazione, cioè, che ti rende più ricco e più consapevole.
La notizia della sua morte, prematura ma annunciata, date le sue precarie condizioni di salute e quella innata libertà che lo portava a rifiutare qualsiasi restrizione o imposizione terapeutica, mi ha raggiunto a Roma, la mattina del 30 maggio, sotto un cielo umido e grigio che minacciava lacrime di pioggia. Avevamo in comune molti interessi: la letteratura su cui ci scambiavamo impressioni e opinioni, per lo più di fronte a un bicchiere di vino generoso, la passione addirittura maniacale per il cinema, con una certa predilezione per quello americano degli anni ’40 e ’50, e l’amore per la buona tavola, anche se in questo caso i gusti differivano, essendo io, in quanto meridionale, legato a una cucina più ricca ed elaborata, barocca la definiva Francesco Biamonti, e lui più incline a una cucina più semplice e leggera, qual è quella ligure.
Nico Orengo era nato a Torino nel 1944, ma aveva trascorso l’infanzia e l’ado ­lescenza nell’estremo lembo della Riviera di Ponente e a questa terra, che aveva fatto da sfondo alla quasi totalità dei suoi romanzi, era rimasto sempre fedele. Una terra magica in cui i colori non si percepiscono solo attraverso la vista ma anche tramite l’olfatto e gli odori passano necessariamente attraverso gli occhi, penso ai ciuffi di lavanda o alle teste di basilico che occhieggiano dai davanzali e dalle terrazze inebriando l’aria e la mente.
La Liguria per Orengo non era solo uno spazio incantevole, intriso di luce e d’odori, ma anche e soprattutto una stagione della vita, il tempo mitico dell’adolescenza, l’epoca avventurosa delle scoperte, quando i sogni riempiono le giornate ed i personaggi mitici della carta stampata e della celluloide diventano i nostri abituali interlocutori e compagni di gioco, come traspare da molti suoi romanzi. Né va dimenticato che negli anni cinquanta, quelli della sua adolescenza, questa striscia di terra, al confine con la Francia, era frequentata da tantissimi personaggi, famosi ed affascinanti, si pensi a Hemingway, a Chaplin, ai Roshild e da attrici bellissime e seducenti penso a Grace Kelly che nel 1955 ha interpretato “Caccia al ladro” di A. Hitchcock, prima di diventare la principessa di Monaco e Ava Gardner, splendida protagonista, nel 1954 di “La contessa scalza” di J. Mankiewicz, girato proprio in questi luoghi. Un mondo, quindi, e una stagione indimenticabili che Nico Orengo ha rievocato spesso nei suoi romanzi (si pensi a “Le rose d’Evita” e “La guerra del basilico“, “Miramare“, “Ribes“, “La curva del latte“) e sempre con una straordinaria leggerezza di tocco, con un’ironia lieve e divertita che gli suggeriva pagine fresche e talvolta esilaranti, con un’attenzione, diretta o riflessa, ma sempre commossa e sin ­cera per il paesaggio ligure in tutta la sua magnificenza e bellezza e con una scrittura piana e ricercata al contempo ma sempre godibilissima. Nico, però, ha saputo spingersi ancora più in là alla ricerca delle radici della sua famiglia come in “Hotel Angleterre” o per costruire, grazie alla sua fervida invenzione, meccanismi narrativi altrettanto efficaci, penso a “Figura gigante” o all’ultimo romanzo “Islabonita“, ambientato a metà degli anni venti, quando in Italia si stava concretizzando e consolidando il passaggio dalla democrazia parlamentare al regime fascista.
Né si possono dimenticare i suoi versi, i suoi acquerelli, le sue performances artistiche, con gli amici Giletta, Tamburelli e Salvo, le sue filastrocche per bambini, agili e divertenti, gli anni trascorsi a La Stampa, quale responsabile di Tuttolibri, dove curava tra l’altro la rubrica Fulmini, frutto della sua ironia pungente e graffiante. E ora non c’è più. Dopo Francesco Biamonti, con il quale aveva un rapporto di stima e di ruvida ma sincera amicizia (Francesco era il padrino del secondo figlio di Nico) se n’è andato un altro cantore di questa magica terra, sospesa come una zattera tra il mare e il cielo, e non è un caso che Nico abbia voluto come ultima e definitiva dimora un piccolo cimitero, tra Mortola e Grimaldi, aggrappato alla roccia e affacciato sul mare blu cobalto. Ciao Nico. Sappi, però, che non morirai del tutto, non solo perché gran parte di te continuerà a vivere nelle tue opere, ma anche perché la morte trasforma l’esistenza in destino, privandola di tutto ciò che è superfluo, effimero e contingente e lasciando solo l’essenziale, solo ciò che conta e significa veramente, ciò che ha dato un senso, nel pubblico e nel privato, alla nostra vita e che ci consentirà di essere ricordati e finché rimarrà memoria di noi non saremo del tutto o definitivamente morti.


Letto 2773 volte.


2 Comments

  1. Commento by Giorgio — 20 Giugno 2009 @ 09:36

    Condivido i pacati sentimenti di sincera mestizia per la morte di Nico Orengo qui ricordato da chi lo conosceva bene, per frequentazione come amico e per approfondita lettura delle sue opere.Grazie.

  2. Pingback by JuJol Cultura e spettacolo — 2 Luglio 2009 @ 07:20

    […] di Francesco Improta – fonte: Bartolomeo Di Monaco, Rivista di Letteratura […]

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart