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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Una casa, una strada, un caffè

25 Febbraio 2008

di Vittorio Baccelli

[Alcuni suoi libri: “Storie di fine millennio”, “Mainframe”; “Cinq et quarante”; “Scaglie dorate”]

La volta che Pablo Echaurren e sua moglie Claudia Salaris sono venuti a cena, e Pablo mi stava portando quelle non ricordo più se venti o trenta tavole di cui è costituita la sua storia per disegni e per testi di Julius Evola quando era dadaista, una storia che sono felice d’avergli comprata (altre e magnifiche lui ne ha scritte e disegnate su Majakovsky, su Campana, su Marinetti). Pablo e Claudia sono due scienziati della cosa che io amo di più al mondo, la “carta” del novecento, ossia la carta su cui sono state scritte, disegnate, messe in pagina le parole e le passioni del novecento. E ogni volta che li incontro è un rovistare tra quelle carte, fra quelle passioni, una delizia.”
Queste parole di Giampiero Mughini hanno fatto scattare un interruttore nella mia mente, mentre le stavo leggendo sul suo ultimo libro, subito sono riandato con la mia mente alla casa di Lucca in via dei Borghi 42, dalla quale sono stato malamente sfrattato alcuni anni addietro.
Ero seduto alla scrivania del mio studio davanti alla finestra che dava sui tetti, quando squillò il telefono e: “Pronto! Sono Echaurren, parlo con Vittorio Baccelli?…..”
Lì per lì non compresi bene chi fosse, poi man mano che parlava capii chi era all’altro capo del telefono. Lui aveva letto il mio libretto “La città sottile”, prima prova di racconti stampato il quel di Roma da Marcello Baraghini, il boss di Stampa Alternativa, forse il primo “millelire” e dal libretto aveva scoperto a Lucca la passata esistenza d’un gruppo beat d’annata, il C.13. E voleva materiali, notizie, spiegazioni: servivano per un suo libro, m’avrebbe poi restituito il tutto. Gli mandai ciò che potevo, gli detti altri indirizzi ove il materiale oggetto della sua ricerca era catalogato ed anche quello della famiglia dello scrittore Giorgio Cesarano.
Poi il libro uscì per le edizioni AAA di Bertiolo, quelle di Piermario Ciani alle quali Vittore Baroni collabora costantemente. Tra l’altro Piermario e Pablo oggi scrivono sentendosi mailartisti della prim’ora tanto la vicinanza di Vittore è contagiosa.
Ma tornando al Mughini con la sua generazione, che è pure la mia, i ricordi si affacciano alla mente e violentemente pressano per uscirne, così mi rivedo con Giorgio Almirante a zonzo per la Valle del Serchio a bordo della mia cinquecento fiat blu nuova di zecca, ricordo anche il quasi svenimento d’un camerata doc quando si vide piombare proprio Lui in casa. Mi viene da sorridere pensando che se oggi portassi Fini in casa di qualche vecchio nostalgico, forse ci caccerebbero entrambi! Ma quelli erano altri tempi più ingenui e generosi, spesso me ne andavo a Pisa a chiacchierare nell’ufficio sul lungarno con l’on. Giuseppe Nicolai e lui che dal lavoro non era mai riuscito a staccarsi non faceva che tesser le lodi dell’acqua minerale Uliveto. Più avanti negli anni ebbi la conoscenza frettolosa con Adriano Sofri, Ovidio Bonpressi e Giorgio Pietrostefani che ricordo piazzati davanti ad un gigantesco ciclostile in un fondo sito in una piccola via medioevale pisana.
Dopo aver collaborato ai due numeri unici del C.13, “Noi la pensiamo così, e via…” ed “Esperienza 2” entrai nella redazione di “Carcere informazione” e fu qui che conobbi l’avvocato Giovan Battista Lazagna, il primo teorico delle BR ma che si dissociò subito non appena comprese ove i dottori in sociologia stavano andando. Ma a lui l’esilio a Rocchetta Ligure gli fu inflitto lo stesso, anche se in Italia la pena dell’esilio più non esiste, ma anche Bettino Craxi finì ad Hamamet…
Sempre in quella redazione c’era Giovanni Marini, poeta anarchico vincitore del premio Viareggio del ‘75, quello dello slogan “Marini Libero!” aveva infatti ucciso con una coltellata durante una rissa a Salerno, il missino Carlo Falvella.
Veniva, anche lui come Lazagna , alle riunioni della redazione con permessi speciali rilasciati dal giudice di sorveglianza e le riunioni erano guidate da Giuliano Capecchi di Pistoia, allora nostro direttore. Marini non ha mai voluto commentare, almeno con noi della redazione quel tragico episodio che gli stravolse la vita e ne soppresse un’altra, scuoteva la testa al ricordo e ci guardava con occhi tristi senza aprire bocca. L’esser in quella redazione mi aprì la porta a Bologna nel ’77 a quel convegno al cinema Odeon su “Intellettuali e potere” ma che era ben altra cosa e dal quale scappai veloce non appena mi resi conto dove ero capitato.
Scrivevo intanto su Lotta Continua, come radicale e solo nella pagina centrale quella della cultura. Per alcuni anni diressi pure FUCK il mitico foglio underground ed il non meno noto “La rivolta degli straccioni”, fogli ingenui di lotta all’inizio, ma poi sempre più tesi verso lo sperimentalismo culturale e artistico. E che dire quando Paolo Birolini, l’attuale direttore di Iduna, cartaceo ed elettronico, venne ad intervistarmi per Il Quotidiano dei lavoratori, che se non vado errato era settimanale o mensile.
In seguito conobbi le sorelle Giussani, Angela e Luciana, Filippo Scozzari, Andrea Pazienza, Vincenzo Sparagna coi loro Male e Frigidaire, Bonvi e Silver, li trovai tutti a Lucca Comics mentre vendevo le mie pubblicazioni e partecipavo attivamente alla rassegna, mitica in quei tempi. Sempre come C.13 facemmo venire a Lucca, al teatro del Giglio, Francesco Guccini e Pannella. Guccini fu protagonista di una tre giorni lucchese alcolica che per un pelo non costò lo sfratto ad un nostro amico che l’ospitava, Gigi Bellora, il nipote di Enrico Pea. Conobbi pure   Massimo Mila ad Opera Barga, ove ero addetto stampa assieme a Daniele Rubboli allora redattore di TV Sorrisi e canzoni, Gian Piero Orsello a Urbino e Giulio Carlo Argan all’Argentario prima che divenisse sindaco di Roma. Divenni amico di Marino Salom e dei suoi compagni di liceo Cecco e Dando Sella, tutti e tre tragicamente scomparsi. Assieme a Marino mettemmo su il primo studio pirata televisivo lucchese in una costruzione che doveva essere un antico capanno per la caccia, sito a Segromigno in Monte sopra la sua Villa Mansi: il materiale ce l’aveva fornito un laboratorio d’elettronica di Marlia, erano amici di Marino, e trasmettemmo per qualche giorno degli spezzoni registrati di film e di partite di calcio. La prima trasmissione fu quella di una partita di calcio della lucchese. Dopo qualche giorno i carabinieri sequestrarono tutto, le TV private erano allora vietate, ancora per poco.
Con Marcello Pera una conoscenza un po’ tormentata così come con l’architetto Paolo Riani barghigiano di nascita ma viareggino d’adozione, oggi responsabile dell’Istituto della Cultura Italiana a New York, con Pier Ferdinando Casini ricordo una foto fatta assieme in un bar di Ghivizzano e con Gianfranco Fini un paio d’incontri nel Capannorese.
Quando mi candidai al Senato feci una conferenza stampa al caffè Di Simo con l’europarlamentare Gianfranco Dell’Alba, c’era anche Marco Affatigato, una amicizia-scontro con lui che dura da decenni anche se il più delle volte (quasi sempre) non ho né condiviso né compreso le sue scelte.
Con Giacinto Pannella detto Marco non sono mai riuscito ad andare d’accordo e neppure con l’altro radicale Peppino Calderisi, avevo invece stretto amicizia con Vincenzo Donvito e con Giorgio Conciani che più volte sono andato a trovare a Firenze, ma ci fu un periodo che lui a Lucca era di casa. Avevo rilevato in quegli anni l’eredità radicale che era nata inizialmente a Lucca grazie a Bruno Vangelisti, Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio.

Marcello Baraghini era ospite a casa mia quando in piena notte un acquazzone impossibile si riversò sulla città e ci ritrovammo un palmo d’acqua sui pavimenti. Marcello sul preoccupato mi chiese se succedeva sempre così quando pioveva ed io che stavo raccattando tutte le mie cose che galleggiavano, neppure gli risposi. Lui rimase sul letto, pietrificato, e stette a guardare l’acqua che poi pian piano iniziò a defluire.
Nella confusione dei ricordi appare il sen. Paolo Barsacchi, il braccio destro viareggino di Craxi che sostenne una mia candidatura, non ricordo più dove, ed il fotografo Carlo Silvestro che scese a Lucca con Cespuglio dopo lo smantellamento forzoso milanese di Mondo Beat e di Barbonia City. Ed anche i pittori Paolo Baratella e Tonino Milite, Antonio Possenti era ed è di casa e faceva gli onori agli ospiti, il situazionista Giorgio Cesarano nella cui casa fui più volte ospite nel Compitese.
Tutti personaggi presenti nella città e molti di questi anche nella mia casa sui tetti e Marcello Mastroianni coi sacchetti della spesa sempre ad aspettare qualcuno che lo venisse a prendere per riportarlo a Torre, seduto accanto al monumento di Maria Luisa di Borbone-Parma in Piazza Grande. Era la ex moglie, credo, che lo veniva a portar via per trascinarlo a Torre, tra Lucca e Camaiore in una villa accanto a quella di Ivan Della Mea il fondatore del Nuovo Canzoniere Pisano.
Ed eccomi oggi al Di Simo con Bartolomeo Di Monaco e Diego Abatantuono che passa nella stanza accanto assieme al regista Gabriele Salvadores.
Girano in città i Placido (Michele, Vincenzo e Beniamino) ed il poeta Mario Luzi che chiamammo l’anno passato per presentarlo alla cittadinanza in Villa Bottini.
Già Villa Bottini, quando l’occupammo pure Giorgio Gaber venne ad incontrarci mentre Marina Valcarenghi faceva conoscere i motivi dell’occupazione a tutta Italia e la Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass ci dedicavano una pagina sul loro fantastico Pianeta Fresco. Distribuimmo in villa vecchi libri di Enrico Pea salvati dal pittore Luigi Bellora dal macero.
Prendeva intanto forma e sostanza nelle stanze della mia casa sui tetti, il mediatico Luther   Blissett, partì infatti il progetto “luther blissett eXperience” che coinvolse 400 operatori di tutto il mondo, con minimostre a Lucca ed a Villa Basilica.
“Passando un giorno d’aprile per il Fillungo lucchese, mi colpì la vetrina d’un negozio, ove in mostra non vi erano che due o tre boccali d’antico Montelupo con dei rami fioriti di mandorlo e di ciliegio…nello stretto e buio corso principale di Lucca, quella mostra pareva volesse salutare la primavera. Preso da curiosità entrai e al giovanotto che mi si presentò sorridente, simpatico con quella sua barbetta bionda e gli occhi vivaci, chiesi se quei boccali erano in vendita. Egli mi rispose di no, ma che poiché sapeva chi ero, era lieto di offrirmeli per poche lire che gli eran costati. Così si originò un’amicizia, che doveva avere tanta influenza sulla mia vita da farmi diventare cittadino lucchese…” Queste sono le parole con le quali Augusto Guido Bianchi, giornalista del “Corriere della sera” inviato speciale a Lucca il occasione del processo al brigante Musolino nel 1902 racconta il suo primo incontro con il droghiere e gentiluomo Alfredo Caselli.
Scrive Luciano Luciani in un suo articolo che all’inizio del secolo il locale era già ben avviato e famoso da tempo, i lucchesi lo conoscevano come “Caffè Drogheria Caselli” o più comunemente il “Caffè di Carluccio”, dal soprannome del primo proprietario Carlo Caselli, padre d’Alfredo. Versatile, affabile, fornito d’una cultura d’autodidatta, ma sorretto da un innato buongusto e senso artistico, con intelligente discrezione per oltre trent’anni Alfredo Caselli seppe essere protettore pieno di premure per alcuni, consigliere fidato e benevolo per molti, amico per tutti.   Romanzieri, poeti, musicisti, giornalisti, pittori e scultori, nelle stanzette comunicanti l’una nell’altra come salotti, trovarono l’ambiente più adatto all’incontro, al confronto, alla comunicazione, allo scambio. In questo caffè ottocentesco sapientemente trasformato nel corso degli anni in vero e proprio cenacolo intellettuale animato dalla vivace poliedrica personalità e simpatia, letterati come Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Giuseppe Giacosa, Giovanni Verga, Carlo Collodi, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Ferdinando Martini, Berto Barbacani, Alfredo Testoni, Edoardo Scarfoglio, Ugo Ojetti, Luigi Illica e musicisti, compositori, direttori d’orchestra come Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi, Alfredo Catalani, Pietro Ma scagni, Giulio Ricordi, Leopoldo Mignone, Ildebrando Pizzetti, Tullio Serafin e molti altri. Anche le arti figurative sono ampiamente rappresentate nella bottega delle arti del caffettiere Caselli, frequentano le salette di via Fillungo gli scultori Gino Duprè, Libero Andreotti, Giulio Monteverde, Paolo Troubetzkoy, gli architetti Gino Coppedè e Luca Beltrami, un pittore come Francesco Paolo Michetti.
Quella straordinaria figura di droghiere-mecenate, caso tipico del bene che possono fare alle lettere ed all’arte – sia pure senza scrivere libri, senza voler fare opera personale – anime devote alla bellezza e alla grandezza, morì nel 1921 povero, in età relativamente giovane e fra l’unanime compianto. Il Caffè di Carluccio passò allora in altre mani ed assunse il nome di Caffè Di Simo, con cui è noto tuttora. Rimase comunque nel tempo il fascino di questo luogo che mantenne tutta la sua capacità d’attrazione nei confronti degli intellettuali e degli artisti lucchesi e non solo. Qui nelle sue stanze raccolte, di solito frequentate da gente di poco rumore, hanno continuato ad incontrarsi, pensare, discutere, scrivere, Arrigo Benedetti, Guglielmo Petroni, Enrico Pea, Augusto Mancini, Manara Valgimigli, Giuseppe Ardinghi, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Mario Tobino, Ardengo Soffici e molti altri.   Scrive nel 1954 Guglielmo Petroni ” Ogni volta che torno nella mia città, al Di Simo, ritrovo quasi intatto molto del mio tempo perduto, quasi recuperando qualche elemento che possa rinverdire, non l’età, ma il cuore che si consuma in questo mondo di troppi distruttori, di troppi uomini senza fede. Al Caffè Di Simo ci si accorge che nulla è tramontato dei giorni di allora; vi si ritrova la stessa aria d’un tempo, la stessa calma che invita alla conversazione e alla sosta, all’esame di coscienza…lì basta ritrovare un amico, cinque amici per accorgersi che nessuno ha ignorato la tristezza e l’orrore di quanto ha formato la nostra esperienza centrale; eppure anche attraverso tutto ciò, quella misurata quasi ignara civiltà che spirava nella giornata al Caffè Di Simo. Ancora è viva, continua”.
Proprio al Di Simo ho incontrato per l’ultima volta Carlo Roncioni, prima del suo strano suicidio, col quale avevo trascorso tante ore assieme in amicizia e sintonia d’idee politiche, sia nella sua Villa Roncioni a Pugnano, sia nella mia casa sui tetti.
Questo mio intervento voleva dipanarsi dalla   via dei Borghi che altro non è che la continuazione di via Fillungo oltre la “Porta dei Borghi” ed arriva fino a piazza Varanini: in antico fu una delle tre “rughe” dei Borghi e poi fu chiamata anche “via del Corso”, perché vi si svolgevano i corsi carnevaleschi, la strada è dedicata a Michele Rosi, insigne storico nato nel 1864 a Lucca, e morto nel 1934; voleva dipanarsi, scrivevo, da via dei Borghi al numero 42 ultimo piano, dov’era la mia casa, continuare per via Fillungo ed arrivare al Di Simo, ma i troppi ricordi e le infinite divagazioni mi hanno fatto serpeggiare un po’ per tutta la provincia e ne sono uscito anche fuori dai confini, ma come posso dimenticare Ferruccio Ascari nel suo soggiorno cittadino, del quale conservo tuttora sue tele o Gianni Broi con lui fermo a conversare in pazza della Stazione, ci dovevamo poi incontrare nuovamente a Viareggio a casa di Vittore coi Santini del Prete, Ivano Vitali e l’ospite d’onore, il grafico giapponese Ryosuke Choen che c’immortalò tutti in ritratto, o il milanese Ruggero Maggi con lui a zonzo per Lucca e poi al Di Simo. Svicolo per piazza San Frediano con il bar d’angolo ove feci ospitare i collage di Enrico Baj e la mente passa a Dario Fo quando era esiliato dalla RAI e non solo da quella e gli facemmo recitare il suo “Mistero Buffo” in discoteca, nessun’altra struttura volle accoglierlo, ripenso ai miei incontri con Lanfranco Binni quando si preparavano gli interventi per il giubileo.
Adesso in questo 2002 carico di venti di guerra ci ritroviamo pur sempre al Di Simo per presentare i nuovi autori cittadini con l’associazione che prende il nome del poeta vernacolare Cesare Viviani mentre la mia casa all’ultimo piano di via dei Borghi 42 resta triste, chiusa e sfitta ed il nostro Mario Cipollini sfreccia con la sua colorata bici lungo i viali della Circonvallazione…


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2 Comments

  1. Commento by Valperga — 9 Luglio 2011 @ 01:13

    Si leggono con piacere questi ricordi. Interessante notare come a Lucca siano passati tantissimi personaggi della cultura e della politica…… Una domanda: oltre al ricordo cos’han lasciato?

    Saluti

  2. Commento by vittorio baccelli — 9 Luglio 2011 @ 13:54

    la città è permeata – nel bene e nel male – dall’aura che i suoi abitanti e i visitatori, hanno lasciato!

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Bart