di Francesco Improta
Barbara Notaro Dietrich, dopo aver esordito nel 2004 con Mio marito Maigret, in cui si misura con una delle figure più amate della letteratura europea, vista attraverso gli occhi della moglie Louise, con Una famiglia come tante, sua seconda prova narrativa, compie un’operazione altrettanto originale ma senz’altro più az zardata, confrontandosi con uno dei pittori americani più quali ficati del Novecento, Edward Hopper. Prendendo spunto da 21 dei suoi quadri più significativi la Notaro opera una transcodifica zione, passando dal linguaggio pittorico, materiato di linee, di volumi, di colori e di chiaroscuri al linguaggio verbale, fatto esclusivamente di parole. Ne viene fuori una storia che, come giu stamente dice Paolo Pozzesi nella prefazione al libro, era già pre sente nelle tele di Hopper ma che assume caratteri, sviluppi e connotazioni che sono da attribuire soltanto alla Notaro, alla sua sensibilità, alla sua cultura, alla sua creatività e alla sua capacità di rapportarsi alla pittura (non è un caso che l’autrice, giornalista professionista, sia capo ufficio stampa del Palaexpo di Roma).
I personaggi di questa storia, appartenenti tutti o quasi alla stessa famiglia, vengono presentati all’inizio come in un dramma da rap presentare, a conferma della dimensione teatrale in cui si muovono nonostante il carattere prevalentemente diegetico del testo. La loro esistenza, attraversata da incomprensioni, indifferenza ed affetti destinati a bruciarsi in un breve arco di tempo, è dominata dall’in comunicabilità e dall’afasia, per cui gli stessi interni in cui si svol ge la loro vita quotidiana pur essendo angusti e pieni di oggetti danno l’impressione di lande desolate e sconfinate, tanta è la di stanza che separa i personaggi che vi abitano. Non è un caso che nella pittura di Hopper, fonte inesauribile di storie e di emozioni, abbondino le aperture – porte o finestre – che spostano quasi sem pre lo sguardo verso l’interno, inducendo chi osserva l’immagine a un processo d’introspezione. Al paesaggio esterno si sostituisce, quindi, un paesaggio interiore, attraverso la penetrazione di aria e luce, valgano per tutti Finestre di notte e Conversazione notturna, inseriti entrambi nel libro in questione, e le poche volte in cui lo sguardo è rivolto all’esterno i suoi quadri non rappresentano dei panorami veri e propri ma delle linee di confine, come nella nar rativa del grande Cormac McCarthy.
Sullo sfondo un’America in cui dominano incontrastate solitudine, alienazione ed incomunicabilità che solo un gesto eclatante, al di là dei confini del lecito, può sconfiggere, almeno temporaneamen te.
In conclusione dal libro della Notaro si evince che non è neces sario ricorrere alle parole per raccontare una storia, che in ogni opera d’arte, a prescindere dal linguaggio utilizzato e dalle tecniche a cui si ricorre, è possibile rintracciare una storia e che questa storia non deve necessariamente configurarsi e svilupparsi così come l’autore l’aveva concepita, dal momento che, per dirla con Eco, ogni opera è un’opera aperta e in quanto tale può e deve giovarsi dei contributi e degli apporti che provengono da critici patentati o da semplici fruitori. La scrittura, volutamente super ficiale nella parte iniziale, laddove si limita a presentare i per sonaggi o a raccontare dei fatti, diventa più chiara, precisa, inci siva e pregnante quando procede all’introspezione psicologica dei personaggi, chiamati a specchiarsi nelle loro contraddizioni ed in certezze o a precipitare in un vuoto da cui è assente qualsiasi for ma di consolazione.
“Per il dolore ci sarebbe sempre stato il tempo che trasforma l’onda più paurosa in risacca, la fitta più atroce in cicatrice, che muta l’angoscia in nostalgia. Ma ciò che era accaduto, ciò che il padre le aveva rivelato era qualcosa di più che inaspettato: era paura allo stato puro… Era nuda, con il suo tormento. Nuda dinanzi ai morsi dell’angoscia.”
Oppure – siamo all’ultimo atto di questa saga familiare-
“E le donne, tutte quelle donne che avevano amato troppo, chi con furia, chi con dolore, chi con inconsapevole masochismo. Una famiglia come tante, in fondo. Ma lui aveva interrotto quella catena del non detto, del non avverato.”