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LETTERATURA: UNA PRESENZA PARANORMALE

6 Agosto 2011

di Mario Camaiani

Verso la fine del secolo scorso Gino e Carlo, fratelli gemelli, vivevano insieme, come lo era sempre stato per tutta la loro vita, godendosi gli anni della pensione. Possedevano un confortevole appartamento nella loro città, sulla costa toscana, frequentavano il “circolo sociale”, seguivano la squadra calcistica locale, partecipavano a gite, a feste, erano insomma felicemente tranquilli.
Gino, ora vedovo, si era sposato ad una certa età con una anziana zitella; mentre Carlo, che aveva subìto da giovane una tremenda delusione d’amore, non si era più interessato a questioni sentimentali. Non lontano da essi abitava un loro nipote, Giuseppe, detto “Beppe”, assai più giovane degli zii, il quale li seguiva, li aiutava: era insomma un po’ come il loro angelo custode. Infine, a completare la parentela, c’era anche un altro nipote, Aristide, ancora più giovane, che però viveva in una cittadina in quel di Garfagnana. Beppe ed Aristide, con le proprie famiglie, erano in ottimi rapporti fra loro e con gli zii e ogni tanto si ritrovavano per trascorrere una giornata tutti insieme. L’ultima riunione interfamiliare avvenne da Aristide: il pranzo si svolse in una tipica trattoria nel cuore della Garfagnana ed i commensali, al termine della riunione conviviale, intonarono anche qualche canto, ché il locale era ormai semideserto. Poi il gruppo dei parenti, comprendente anche le famiglie dei figli di Beppe e di Aristide, si recò a visitare l’antico eremo di Calomini, un gioiello di architettura, abbarbicato sulla costa di un monte, con la parte vecchia del complesso addirittura incassata nella roccia, con la chiesa primitiva e le prime stanze dei frati. Dopodiché una fermata a casa di Aristide, gli abbracci, i saluti ed infine i labronici presero la via del ritorno verso la loro città, con gli zii Gino e Carlo particolarmente felici.
Ma ecco che stanno per giungere tempi brutti per i due fratelli, durante i quali avverrà un’incredibile, misteriosa vicenda. Carlo si ammala di comune influenza che però degenera in bronchite con crisi respiratorie per cui viene ricoverato nell’ospedale cittadino. Gino e Beppe tutti i giorni gli vanno a far visita ed una domenica giungono anche Aristide e sua moglie. Dopo una decina di giorni le condizioni di salute di Carlo sono discretamente migliorate e già si parla di un suo prossimo ritorno a casa, quando una sera Beppe telefonando allo zio Gino, come faceva più volte ogni giorno, non riceve risposta. Riprova più volte, ma sempre con esito negativo. Allora, molto preoccupato, si reca a casa dello zio ed entrato nell’abitazione lo trova disteso per terra, senza conoscenza, con respiro rantoloso. Subito Beppe chiama la “Misericordia” ed il medico dopo un rapido e sommario esame lo fa trasportare all’ospedale dove viene diagnosticato che Gino è in coma da diabete, irreversibile. Il nipote torna a casa che è già oltre la mezzanotte, ma poche ore dopo, alle quattro, riceve una laconica telefonata dall’ospedale: lo zio era deceduto, e quindi Beppe telefona al cugino informandolo del triste fatto. Verso le ore otto Aristide è da Beppe ed i due, prima di occuparsi delle esequie del loro zio, decidono di passare prima dallo zio Carlo, per essere poi liberi di espletare tutte le pratiche per il funerale e l’inumazione. E decidono pure che solo nei giorni seguenti avrebbero informato lo zio Carlo, piano piano, della malattia e morte di suo fratello.
Ed ecco che i due cugini entrano nella camera d’ospedale dove è ricoverato Carlo. Beppe lo saluta:” Ciao zio, vedi è venuto anche Aristide a trovarti.” Ma Carlo si alza di scatto seduto sul letto e grida: “ E’ morto Gino! ”. I cugini si guardano attoniti: come poteva Carlo aver saputo della morte di suo fratello che era stato ricoverato la sera prima in un altro reparto dello stesso ospedale, situato però in altro fabbricato, con tutt’altro personale…? Beppe allora riprese la parola: “ Ma che dici, zio? E chi ti ha detto questo? “. E Carlo: “Lui stesso! Era qui davanti al mio letto questa notte e mi ha detto: Carlo, sono morto! Poi se n’è andato, è sparito” . Carlo affannava a raccontare ai nipoti questo terrificante fatto e infine tutti e tre si abbracciarono piangendo. In quel mentre giunse il gruppo dei dottori che facevano il consueto giro di visite ai degenti e Beppe e Aristide dovettero uscire dalla camera. Quando i medici uscirono a loro volta, Aristide, ancora eccitato dalla commozione, si rivolse al primario, che era donna, raccontandole succintamente e rapidamente dell’incredibile fatto avvenuto a Carlo. Tutti i medici si fecero attenti nell’udire ciò e la dottoressa capo, dopo qualche secondo di esitazione, si rivolse ad Aristide: “ Ma questi suoi zii, sono gemelli?” “Sì, lo sono!” “Ah!” Esclamò la primaria, come volesse dire che il fatto in questo caso era plausibile; poi il gruppo dei sanitari riprese il passo ed entrò in un’altra camera.
Carlo, per il dolore della morte del fratello, non si riprese più e morì un paio di mesi dopo.
Così i due gemelli, insieme nel grembo materno, insieme nella loro lunga vita, sono da allora insieme al camposanto in due loculi adiacenti.
Dal tempo di questo fatto sono trascorsi vari anni; ma Aristide, raccontandolo, è come se lo rivivesse: egli è una persona ponderata e seria: come si potrebbe non credere alla veridicità di ciò che ha narrato?


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1 commento

  1. Commento by Mario Camaiani — 6 Agosto 2011 @ 20:18

    Trasmetto questo bel commento al mio racconto fattomi dall’amico Gian Gabriele, al quale rivolgo sentiti ringraziamenti e fraterni saluti.      
    Mario.

             “È vero che le esistenze di due gemelli sono annodate strettamente, tanto da avvertire sentimenti e sensazioni comuni. Tuttavia questo racconto ci propone un episodio straordinario, che va molto oltre il legame gemellare, per trasformarsi in qualcosa di straordinario, di soprannaturale.

                          La tensione narrativa si snoda in un’evocazione particolarmente pacata e serena. Il transfert che si crea con il lettore assume, anche per questo, vibrazioni partecipative che lo conducono alla meditazione e soprattutto a superare la fisicità dei fatti, per attestarsi nello spazio metafisico, spirituale.

                          Ma ciò, per il credente, costituisce la significazione dell’esistenza di un aldilà certo, di un qualcosa che sta al di sopra della fredda razionalità. Per il non credente si dovrebbe affacciare la configurazione interrogativa, in quanto umanamente un episodio del genere sfugge alle leggi del razionale stesso.

                                                Gian Gabriele Benedetti”

     

     

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