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LETTERATURA: “Va tutto bene” di Massimo Cacciapuoti – Centocinquanta Barbera editore

27 Luglio 2012

di Francesco Improta

Marco, il protagonista dell’ultimo libro di Massimo Cacciapuoti, Va tutto bene (Centocinquanta Barbera editore) corre a perdifiato sulla statale Tirrenica in una Calabria, che assomiglia incredibil ­mente all’Africa. Porta dentro di sé i cocci di un matrimonio finito. Il mare, che gli respira accanto, accentua il suo senso di solitudine e la sua angoscia. Gli scivola dentro e, penetrando nell’animo, an ­nega le sue ultime energie. Privo di sensi viene soccorso e ac ­compagnato in ospedale da una ragazza di passaggio Giulia, con la quale, una volta dimesso, decide di trascorrere una breve vacanza. Inizia così un viaggio che per lui si trasforma in una lucida e sof ­ferta ricognizione del suo passato e della sua storia d’amore con Olga, la moglie, che finisce col sovrapporsi spesso e volentieri alla sua compagna di viaggio. Marco è un pubblicitario di quaranta ­cinque anni, “portati bene. O forse male. O non portati affatto. Non vissuti.” È in piena crisi esistenziale, affettiva e professionale, ed è schiacciato dai ricordi e dai sensi di colpa, fino ad essere in debito di ossigeno. L’affanno iniziale, dovuto alla corsa lungo il litorale, non è che un correlativo oggettivo della sua perenne apnea ed è questa che impone il ritmo alla narrazione, un ritmo sincopato e irregolare. Si tratta, a ben guardare, di una impietosa disamina della vita di coppia e del mondo “luogo deputato all’infelicità” per chi, come lui, soffriva per mancanza d’amore ed aveva avuto un’infanzia difficile, segnata da continui divieti, sen ­tendosi di conseguenza inadeguato, inopportuno e invadente fin da piccolo. Non meraviglia che a un certo punto in una delle sue tante riflessioni, scritte in corsivo, per distinguerle dalle parti narrative, che fanno da pretesto o da esemplificazione a questa implacabile esplorazione dei territori accidentati della sua coscienza, dica te ­stualmente: “Non si guarisce dal male oscuro. È un tarlo che ti consuma le ossa, che scava nella mente. Di notte quando il silenzio copre tutto con il suo panno di fuliggine. Non si impara ad amare la vita. Se non la ami dal primo vagito, non l’amerai più”. Senza volere scomodare Lucrezio e Leopardi, sappiamo be ­nissimo che quel vagito non è che la naturale conseguenza del trauma che il neonato subisce nel sentirsi catapultato dalla calma e dal calore del grembo materno in un ambiente sconosciuto ed osti ­le che si rivelerà sempre meno accogliente. Il libro di Cacciapuoti è un Je accuse nei confronti dell’istituto familiare, visto come un vero e proprio teatro di guerra, disseminato di trappole, di imbo ­scate, di agguati, in cui si avverte un senso di distruzione e di di ­sfacimento, che si manifesta attraverso una serie di odori più o meno sgradevoli: da quello acre del mestruo ai pannolini sporchi dei bambini, alla puzza di piscio e di paura. È un libro che si legge col naso e non solo con gli occhi. Non viene risparmiata neppure la città con i suoi fumi maleodoranti, la sua puzza di modernità, di progresso, anche se va precisato, a scanso di equivoci, che quella Calabria che assomiglia incredibilmente all’Africa e che manca di esatte coordinate geografiche e di espliciti riferimenti urbani, non è che una landa desolata e anonima che accresce il disagio e le paure del protagonista, diventando la metafora del deserto in cui, chi più chi meno, ognuno di noi si muove spaesato e impaurito. A questa analisi impietosa non si sottraggono neanche il lavoro che ti succhia tutte le energie, lasciandoti spossato, e lo stesso amore impalpabile, inconsistente e di breve durata: “Si fa tanta fatica ad amare e poi cosa resta? L’essenza di un bagnoschiuma…” Accanto a questa visione amara e dolente della vita e delle cose c’è anche un pizzico di fatalismo, comune a molti scrittori napoletani. Le cose accadono, – egli dice – il più delle volte contro la nostra volontà e a dispetto di tutti i nostri sforzi.
Questo racconto tutto polpa e sangue, anche se povero di eventi esteriori, si avvale di una scrittura tagliente, affilata come un bisturi, capace di incidere bubboni purulenti e tumori maligni. Libro duro, a volte sgradevole, ma necessario per le tante verità che riesce a portare alla luce.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart