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LETTERATURA: Veronica

14 Dicembre 2009

di Valeria Caristia  

Quella notte mi era sembrata interminabile.
Quel giorno era stato insopportabilmente caldo per i vestiti invernali che si portavano; era il 6 di Marzo, ancora inverno.

Per questo sudare nel letto e per il fracasso dei piccioni in cortile, non avevo dormito granché.

Una telefonata da campagna elettorale mi costrinse ad aprire gli occhi, alzarmi, di corsa, per andare a rispondere a una completa sconosciuta: sperava di trovare qualcuno, che senza nulla da fare o da pensare, fosse disposto ad ascoltare discorsi inutilmente orientati ad avvicinare, per qualche minuto soltanto, il cittadino alla politica.

Ritornai a letto.

Sebbene mi trovassi già da otto ore sotto quell’umido piumino di vera oca, sentivo addosso una pesante stanchezza e un sonno ancora violento che mi spingeva le palpebre verso il basso.

La luce filtrava sempre più molesta tre le fessure delle persiane e quei dannati volatili facevano a gara con gli anziani vicini a chi strepitava di più.

La mia mente poi non collaborava al raggiungimento dello scopo: dormire pacatamente senza sogni.

Era troppo presa a ricercare la porta d’uscita del labirinto pazientemente edificato in quelle settimane dalle mie paranoie.

Tutto era iniziato dopo una delle tante serate al Funky Hole, un pub della zona popolare del centro, dove eravamo solite andare io e Sonia, la mia migliore amica. Non poteva essere diversamente. Era l’unica donna che frequentassi in quel periodo.
 

Ci trovavamo già da un’ora sedute sugli sgabelli di fronte al bancone. Solo gli sgabelli del Funky erano adatti a noi, perché dotati di poggiapiedi pensati per l’altezza media della donna italiana di origine mediterranea; così potevamo stare tranquillamente appollaiate senza essere costrette a sgambettare e senza accusare lancinanti dolori alla schiena dopo appena 10 minuti dall’assunzione di quella posizione.

Verso le 22 e 30 erano entrati degli amici che Sonia mi aveva presentato qualche settimana prima, William e Federico. Il giorno che li vidi per la prima volta avevo sentito un certo disagio per quel modo di fare, arrogante e sfacciato, tipico di un uomo che sa di piacere perché dotato di un incontestabile quanto pericoloso fascino da veterano della vita.

Ed anche quella sera avvertii quella stessa sensazione d’inquietudine sottile. Vedevo i nostri discorsi, senza alcuna costrizione, fluire striscianti sempre in direzione di un unico argomento: l’amore. Un argomento banale di conversazione, squallidamente tipico…

In realtà non era così.

Verità, ippocampi, menzogne, sciamani, purezza, tequila, viltà erano le trame del nostro discorso.

“Sciòn sciònnnnn, sciòn sciònnnn, sciòn sciònnnn, sciòn sciòn[1]

Prendi un paesaggio verde-blu di monti ed acqua in autunno, uno di quelli dipinti dai cinesi su rotoli di seta, con inchiostro ed acquerello, in cui gli occhi si perdono malinconici e languidi. Proprio in quel palpitare coscienza, si intromette silenziosamente una nebbia leggera: questo è l’amore.

Scòn sciònnnn, sciòn sciònnnnn
E di questo amore parlavamo.
E le parole gravi, come tocchi di lava, si facevano seducenti.

Mi chiese William riferendosi al collarino rosso pitonato che indossavo.

“Ti piace essere schiava”

Confacenza: un nuovo dettame per l’arte retorica, principio di non contraddizione nella lirica amorosa.

Un senso di morbosa affinità emanava da quell’uomo; non sapevo più niente di me, niente c’era che sentissi più mio. Lui mi penetrava poco a poco, come l’acqua torbida nelle crepe di un muro.

Ogni nostra parola era priva di decoro.
Irresistibile indecenza.
Come ballare sotto un pesante lampadario con le mani che si agitano tra i pendenti di cristallo.

“Le tue labbra e i tuoi denti sono la cosa più bella questa sera”
Di fronte alla mia difficoltà nell’aprire i pistacchi, aveva deciso di aprirli per me; non per gentilezza, ma per inverecondia: voleva imboccarmi.

Così come una bambina stavo al suo gioco e mi lasciavo nutrire.
Mi capita raramente di essere debole con gli uomini e non volevo di certo fare l’oca; pur volendo, non credo ne avrei i requisiti fisici e mentali.

Ma William mi attraeva molto.
La serata era andata avanti così a lungo fino a che decidemmo tutti e tre   (l’altro amico era già andato con qualcun altro a bere da qualche altra parte) di tornare a casa, dopo esserci intrattenuti quasi un’ora in macchina, una sigaretta dietro l’altra, tra decolli metafisici.

Dopo quella sera il pensiero di lui ricorreva nella mia testa.

In fondo, a quella domanda sul mio collarino avevo risposto “Sì”.
Senza lasciare, però, che lui sentisse quella confessione.
Tra me e me.
William divenne un pensiero fisso.

Quando mi svegliavo triste e malinconica mi immergevo nella più narcisistica saudaji, ascoltando una raccolta di   musica portoghese, abbandonandomi a speranze di approcci meno platonici con qualcuno.

E quel qualcuno non poteva essere il mio uomo, di cui non sopportavo più l’indolenza ma con cui, soprattutto, non mi sembrava di aver più niente in comune.

Sentivo dentro di me, forte, il desiderio di un uomo, di una creatura forte e libera, complicata, travagliata, a cui trasmettere calore, per farle credere che l’amore che strappa i capelli non è perduto.

Sentivo che tra me e William c’era qualcosa di diverso: cercavamo le stesse cose, un amore puro, in cui si è ciò che si è in realtà senza maschere, senza richieste, senza giudizi.

Mi sembrava di aver finalmente incontrato, dopo anni di storie belle, tranquille, ma senza trasporto, un’anima non aliena, un’onda parallela.

William guardava il mondo, la vita, con il mio stesso sguardo. Ad occhi bassi. Non per viltà ma per disgusto.

Avrei voluto sussurrargli:

“Sono la sola che tu possa amare, sono la sola che possa capire , tutto quello che c’è da capire in te”.

 Ma era Mina che lo faceva per me. Non avrei mai avuto il coraggio di dirgli quelle cose. E se mi sbagliavo? Se invece lui vedesse in me solo uno dei tanti amori che s’incontrano per la strada? Se, peggio, quel senso di empatia che mi attraeva fosse solo un astuto artificio da Casanova?

E se appartenesse anche lui alla categoria che con Sonia chiamavamo “dottor jekill- mister hyde”, quella dell’aspirante eterno suicida in cerca di una donna che lo salvi, ma che nell’attesa mistica gliela dia?

E così Sonia li chiama ancora oggi, anche se ormai si sente destinata a rimanere con Franco come tutte le mogli fedeli; ma io so che anche lei continua ad avere una segreta attrazione per quel tipo d’uomo, per i suoi corteggiamenti pseudointellettuali, per il desiderio di emozioni forti, estreme che il parlare con lui ti ispira.

Sentivo e sapevo che quell’uomo è pericoloso.
Ha un fiuto sviluppatissimo, come i lupi.
Sente l’odore delle lacrime.
Ma lo desideravo, pur temendone l’effetto.
Più lo temevo, più mi attraeva.

Era come il peyote. Almeno, come   vuole la leggenda dei frikkettoni ; indiscutibile, si dice, perché pronunciata da Castaneda.

Quel tipo d’uomo non ti viene a cercare. Si fa trovare.
Intellettuale depresso, scrittore debosciato o tatuatore single con cane fisso e figlio in visita ogni quindici giorni lo si volesse chiamare, era lui.
 

Fino a che William venne a trovarci nel nostro pub. Io ero fredda e distaccata per non tradire la mia emozione. Forse fu proprio questa ritrosia che lo spinse a propormi di andare a cena con lui una di quelle sere, per continuare quella discussione che avevamo iniziato sulla natura dell’amore.

Gli avevo lasciato il mio numero e da quel momento in poi avevo atteso impaziente una sua telefonata. Il cellulare era diventato vergognosamente la mia copertina di Linus.

C’eravamo rivisti nei giorni successivi, ma lui non mi aveva più detto niente. Mi aveva telefonato un paio di volte, chiedendomi come stavo, ma non proponendomi nulla.

E così il mio cervello aveva iniziato ad andare a tremila, pensando senza sosta a quell’oscuro oggetto del desiderio.

Lo volevo, lo volevo a tutti i costi.
E lui mi voleva.
Mi voleva?
 

La mia relazione con Gianpaolo doveva finire, non potevo tenere il piede in due staffe; sarei caduta subito, al primo pericoloso accenno. Dovevo sentirmi libera dal dover dare spiegazioni. Sapevo che Giampaolo ne avrebbe sofferto, forse avrebbe pianto; ma la nostra storia doveva finire.

Così lo chiamai.

Quando arrivò senza esitazioni cominciai a parlargli, spiegando che ero stanca di vedere le cose andare come trascinate dalla corrente, di sentirmi sola a tentar di risollevare il rapporto, di non vedere nessuna risposta ai miei segnali di disagio.

Bla, bla, bla.

Fu praticamente un monologo; non che io non gli dessi possibilità di controbattere. Alle mie domande rispondeva a monosillabi, approvando quasi sempre le mie perplessità.

Sembrava non avesse nulla da dire; sembrava non ci fosse.
Non una domanda, non un “perché?”
Come Omer Simpson che legge nella nuvoletta dell’interlocutore “Bla ? %! Bla, bl@ !$”

Ma chi era quello che avevo davanti! Cosa sentiva, cosa provava?
Animale a sangue freddo.
Neanche un battito.
Presi atto di quell’insostenibile assenza…
Gianpaoloooooooooooo…

Un nome troppo lungo, quasi come Massimiliano. Era perso, andato. Ancora prima che si finisse di pronunciarne per intero il nome.

Che la semplicità che mi aveva attratto quando lo conobbi fosse invece vacuità? Chi era Gianpaolo?
Cosa avevo visto in lui allora che potesse giustificare l’imbarazzante silenzio di quel momento?

Così, quasi senza dolore, si inabissò come un misero relitto fradicio quello che fino ad allora avevo creduto una rupe di salda roccia.

Non avevo più un uomo.
Ma un altro ne era apparso.
Forse mi stava aspettando.

Decisi di mandare un messaggio a William; in fondo lui, nei giorni che lo avevo visto al Funky, me ne aveva mandati. Ma io non li avevo colti. Ma come avevo fatto a non capire?

Una volta mi aveva chiesto di dargli un pistacchio. Io lo aprii e glielo porsi, ma lui fece no con la testa e avvicinò le labbra. Voleva essere imboccato. Voleva essere nutrito.

Così gli scrissi un sms.

“Ha fatto miracoli Santa Guinness?” gli domandavo riferendomi alla birra che William beveva sempre in alglosassoni quantità e che aveva battezzato così con i suoi accoliti etilomani.

Passarono un po’ di giorni.

Una mattina, dopo essermi alzata, accesi il cellulare e arrivò un messaggio.
Era lui.

“Ma quali   apparizioni! Vediamoci! ”
Era un ordine.  

Così decidemmo di andare a cena la sera stessa.
Avevamo appuntamento alle sette e mezza. Quando arrivai, puntuale come al solito, lui era già lì.

Avevo una strana sensazione mentre camminavamo verso il ristorante, come se qualcuno mi stesse seguendo. Sapevo bene che non esistevano motivi per cui qualcuno dovesse seguirmi; ciononostante non potevo fare   a meno di pensare che degli occhi, vicini, nascosti mi stessero osservando.

Forse ero solo agitata per quell’incontro. Cercai di rilassarmi, pensai che dovevo stare tranquilla, così accettai di buon grado di prendere un aperitivo, un prosecco; mentre lui andò direttamente sulla birra, un’intera pinta di Weiss.

Consultato il menu dell’enoteca, decidemmo di prendere due piatti unici che piacessero a entrambi, per poterli dividere.

Una lepre alla salsa di barolo e una quaglia con uvetta, accompagnate da verdure varie. Vinsi sulla scelta delle bevande: alla sua birra, preferii un serio vino piemontese, un dolcetto d’Ovada.

Mangiammo tutto con molto gusto e parlavamo, parlavamo, parlavamo.

Cosa sei, chi sei, ossessivamente sempre le stesse parole, pesantemente, pericolosamente. Grandi quantità di alcool.

Cosa volevo da lui?

Illusioni, ambizioni, apparizioni, presenze.

Cosa mi avrebbe dato?

Decidemmo di andare via. Usciti, mi accorsi che avevo una impellente necessità di andare in bagno; così entrammo nel suo studio, che era poco distante da lì. Dopo aver usato la toilette, iniziai a dare un’occhiata all’ambiente; teche di vetro contenevano i vari accessori da pircing, di cui si occupava l’amico Federico. Alle pareti le foto dei   tatuaggi che William aveva realizzato.

Non ricordo come avvenne, avevamo bevuto moltissimo, soprattutto Mezcal, l’ammazzacaffè preferito da entrambi, meglio conosciuto come tequila col verme.

D’improvviso mi trovai con la schiena contro il bancone centrale, con le sue labbra al collo e le sue mani sul seno, sulle cosce, dentro i pantaloni.

Inspirare, espirare finalmente aria buona. Ossigeno puro per il mio sangue. Purificami.  

“Non qui, non così”si interruppe d’improvviso William “andiamo da me”

Una casa grande, spoglia; uno stendibiancheria in mezzo all’ingresso; un grande televisore in una stanza con un divano e un tavolo su cui stavano videocassette per bambini; una stanza da letto con una rete a una piazza e mezzo, due paia di pantofole, uno da uomo uno da bambino, e un sacco a pelo aperto come coperta.

Ci ritrovammo in mutande sul letto,   di nuovo stretti, senza respiro. Ma c’era di nuovo qualcuno, qualcuno che mi guardava, pensavo.

“No, non spegnere le luce” Avevo bisogno di guardarmi le spalle. Le sue mani erano dappertutto .

“Non innamorarti di me”. “Toccami” “Mi piaci quando fai il maschietto”

…ma che bisogno c’era di parlare; perché non era quello che avrebbe dovuto essere? Perché non mi amava, anche solo per un momento?

Quell’uomo non mi guardava neanche negli occhi; sapeva chi ero?
Nessuna partitura per archi…martellano batteria e basso, ossessivi, melodie poco eufoniche.
Il parossismo di quel suo stato di trance onanista mi opprimeva; tutto mi girava intorno, in tondo. Nausea.

Corro in bagno e vomito.
Dovevo andare via da lì; scappo.
Giù per le scale, senza ascensore, fuori dal cancello, in macchina, via.  

Sono a casa.
Ero scappata, così; senza dire nulla. Stavo male, doveva averlo capito; chissà se avevo centrato il water.
Dovevo delle scuse? Provai a chiamarlo; era irraggiungibile.

Quando lo avrei rivisto, gli avrei spiegato; che ero nervosa perché lui mi faceva uno strano effetto, che ero a disagio perché mi sentivo ancora legata al mio uomo, Gianpaolo; in fondo non gli avevo mai parlato di lui, avrebbe capito….

Composi quel numero infinite volte…sempre irraggiungibile.
Ero esausta… Poi, d’improvviso, un messaggio:

“Fai i capricci, eh!!!”;

Ritentai subito…niente.
“Il numero da lei chiamato è irraggiungibile”unica risposta in quell’avvilente silenzio.
La testa non ne poteva più; dovevo chiudere gli occhi e riposare. A mente fresca avrei visto le cose con più serenità; soprattutto dovevo smaltire tutto l’alcool che avevo in corpo.

   

Dopo quella sera non lo vidi più. Andavo quasi ogni sera al Funky Hole, sperando d’incontrarlo, ma niente; nessuna traccia. Si era volatilizzato.

Sì, forse quella notte avevo fatto i capricci; chissà.
Non ricordavo bene come fossero andate le cose, già la mattina seguente i miei ricordi erano molto annebbiati, per via dell’alcool. Non riuscivo a ricostruire i fatti in una sequenza che mi risultasse familiare.

Mi rimase solo un senso di   malessere.

Fisicamente poi, non mi sentivo granché. Forse l’influenza era in incubazione. Mi svegliavo ogni mattina con una tosse acuta fastidiosa, che continuò per lungo tempo, nonostante le due settimane di sciroppo a cui mi sottoposi.
 

Così, anche quel giorno, dopo essermi schiarita la voce rispondendo alla scocciatrice elettorale, iniziai a sentire fastidio alla gola. Ancora quella tosse.

Ogni mattina era la stessa storia.
Non ne potevo più. A volte gli attacchi erano così forti che mi impedivano di respirare per qualche secondo. Terribili.

Oramai mi sembrava non potesse esserci più catarro da espellere.
Ma niente. Ogni mattina dopo essermi alzata dal letto, iniziavo a tossire.

Anche quella mattina mi prese uno di questi attacchi. Sembrava non volermi dare tregua quel giorno.
Tossivo, tossivo, tossivo……

Ma il diaframma non era il solo a muoversi, anche lo stomaco, dal basso verso l’alto, quasi volesse uscire dalla gola.

Quella era tosse, sì.

Si chiamava tosse: l’atto respiratorio caratterizzato da una profonda inspirazione cui segue un’espirazione violenta, sonora, per espellere il contenuto delle vie aeree.

Ma il contenuto che quegli attacchi volevano espellere non stava nelle vie aeree, ma nella pancia, come sta un supplì del giorno prima ammollo in un mare alcoolico di cereali fermentati, orzo, grano, agave, malto, tutto molto torbato.

Non resistevo più.

Ogni due, tre colpi di tosse, seguiva un conato.
Corsi in bagno. Lo stomaco spingeva, la gola tossiva.
Dovevo vomitare, dovevo   vomitare.

Vomitai.

Non avevo espulso niente, nonostante i conati fossero quasi convulsioni.
Feci per tirare lo scarico e guardando ancora nell’acqua bluastra del water vidi qualcosa galleggiare.

In realtà qualcosa avevo espulso.

Ma non erano le classiche frattaglie arancioni, tipo uova sbattute.
Era qualcosa di piccolo, sottile.
Cos’era??!!!!!!!!

¡ ¡ ¡ ¡â€¦â€¦.!!!!!!!!!

Sembrava proprio… no non era possibile.
Ma era proprio quello che sembrava.
Era un verme! Un verme?

Ma cosa avevo mangiato la notte prima? Cosa avevo bevuto?
Beh, niente, a parte il solito Mezcal a fine serata.

Mezcal?
La bottiglia era quasi finita il giorno prima, questo me lo ricordavo.
Ne era rimasto solo un sorsetto; e il gusano.

Avevo dunque mangiato il verme e non lo avevo digerito.
Che strano!

Lo guardai bene, lo osservai.
Non era un verme normale, con la pelle color topo, viscida e lucida.
Aveva una bellissima pelle colorata e in rilievo, come se fosse un tatuaggio.

Quei colori, quei disegni, quel sapore in bocca mi ricordavano qualcosa.
Ci misi molta concentrazione, ma alla fine capii cosa mi richiamava alla mente: William e la nostra notte.

Avevo vomitato un verme che assomigliava a William!
Era assurdo. Ma mi sembrava così.

Non sentivo più alcun fastidio alla gola; non sentivo più di dover tossire.
Cosa era accaduto?  

Squillò il telefono.

“Veronica? Sono Sonia.
Allora che fai stasera?
Ti va di andare a cena fuori?
All’indiano.
Ti voglio presentare una persona.
E’ un mio caro amico; è quello che mi ha fatto il tatuaggio. Si chiama William.
Ti piacerà…”  

1] Coro di voci femminili. Ennio Morricone nel film “Giù la testa” di Sergio Leone.


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3 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 14 Dicembre 2009 @ 21:48

    In un procedere espressivo agile, efficace, realistico, moderno e ben amalgamato, emerge forte la figura femminile nella sua complessa, genuina, personalità ricca di slanci. La donna evidenzia il rapporto amore-emozione-pensiero, che riesce a vitalizzare un affascinante viaggio di un’anima all’interno di un progetto romantico-passionale.

    A questa identità si contrappone una figura maschile, seppur piacente esteticamente, superficiale, alquanto surrettizia, simulacro negativo dei veri sentimenti.

    La sorpresa finale, ambivalente, sottolinea l’imprevedibilità di una situazione, che arriva ironicamente o a lacerare l’ultima pur minima fiducia o a rinfocolare un sogno, un desiderio, un vagheggiamento?

    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by fabrizio — 18 Dicembre 2009 @ 13:16

    Penso che in fondo la scrittrice sia proprio come Veronica , chi lo sa se dal vivo o nella realta’ nel racconto ci sia qualcosa di vero??????
    Anche nei sogni in conflitto con l’essere delle persone.
    Bravissima
    un amico   ELPUEBLO

  3. Commento by Valeria Caristia — 23 Dicembre 2009 @ 13:28

    Ringrazio di cuore el pueblo per il suo commento positivo, anche se l’appellativo da lui usato, “scrittrice”, sembra essere proprio solo di chi viene pubblicato nella maniera classica, nei libri insomma. Fino ad ora, però, nessuno mi ha mai fatto questa proposta…
    Lo ringrazio per avermi intravista nella protagonista, donna seducente e volitiva, ma profondamente sensibile. E’ però un vezzo di molti lettori identificare l’autore con  il protagonista delle storie da lui narrate. Sicuramente in quanto donna (e a questo “genere” appartengono i miei personaggi)  sento tutto ciò che scrivo come profondamente mio. Ma spesso le protagoniste dei miei racconti sono donne di pura fantasia, anche se  sono la realtà di tutti i giorni, i luoghi del nostro esistente, passato, presente e futuro  a donarmi  l’ispirazione  . Un abbraccio a te el pueblo! Valeria

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