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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Victoria Falls

4 Marzo 2009

di Bruno Mandrelli

“Che cosa sapeva di loro?”, domandò il giornalista al direttore dell’albergo.
“Non molto; le notizie che possono ricavarsi dai documenti e dalla carta di credito, le informazioni avute dai camerieri addetti al piano, e qualche parola scambiata con loro, per l’esattezza con lui. La signora parlava poco.”
“Sapeva la loro professione?”
“Sì, lui avvocato, lei docente universitaria. Parlavano poco, le ho detto, ma si capiva l’ottima educazione. E nessun problema di soldi: nella cassaforte della suite c’era parecchio contante. Forse volevano prolungare il soggiorno qui da noi, o andare altrove. Invece…”
“Mi racconti”, disse il giornalista, ordinando il secondo Ballantyne con ghiaccio. “Vorrei sapere tutto dei loro ultimi giorni.”
“Dunque, è andata così”.

Sei mesi prima

I doppi vetri dell’ampio bovindo smorzavano il fragore della cascata, distante poche centinaia di metri. Solo il rumore di fondo penetrava nella sala da pranzo del Grand Hotel Victoria Falls: un brontolio cupo, ovattato, che molti clienti apprezzavano e, quasi per goderne al meglio, sembravano gareggiare a chi serbava il più assoluto silenzio. Qui un tintinnio di calici colmi di Dom Perignon, là uno schioccare di accendisigari, ovunque toni smorzati di conversazioni a bassa voce.
Da poco era terminata la cena. L’uomo e la donna sedevano all’interno del bovindo sulle comode poltrone di pelle e quercia, lui fumando una sigaretta sottile, lei bagnandosi appena le labbra dalla flûte di champagne. Fissavano intensamente la grande notte equatoriale, gli sguardi persi nello sfarzoso tappeto di stelle che culmina nella Croce del Sud. Un sorriso lieve sfiorò gli occhi dell’uomo mentre tergeva delicatamente una lacrima dal ciglio della compagna. Poi riprese a fumare, immerso nella notte africana e nei suoi pensieri.
La donna si alzò, gli accarezzò il braccio e si diresse verso l’ascensore, come a ritirarsi anzitempo per la notte.
L’ala est del vasto salone era occupata dal bar. Luci basse sui tavolini e un grande camino dal quale fuoriuscivano bagliori rossastri contribuivano a creare quell’atmosfera che aveva reso celebre il Grand Hotel nel mondo. Corna di bufalo ornavano le pareti e dal pianoforte a coda si spandevano nel locale le note della Rapsodia in Blu.
Il direttore si avvicinò al banco e chiese un cognac. Salutò velocemente il pianista sorseggiando il liquido ambrato.
“Ciao Sam, tutto bene?
“Jambo, bwana, mzuri, tutto bene.”
Sam veniva da Taveta, al confine tra la Tanzania ed il Kenia; nonostante i dieci anni di attività al piano bar di quel grande albergo non aveva ancora del tutto dismesso l’uso della lingua natale, il kiswaili, alternandolo al fraseggio con l’inglese e il francese che aveva appreso durante le lunghe notti trascorse a suonare per gli ospiti internazionali.
“Bella coppia, Direttore; silenziosi, discreti, signorili. Quando sono arrivati?”
“Ieri, sono arrivati ieri”.
Il direttore volse le spalle al pianista, accese il sigaro che si concedeva ogni sera verso quell’ora e ripensò all’arrivo dei due.  

Il primo messaggio e-mail era arrivato il 27 dicembre, nel tardo pomeriggio. Provenienza, Italia. Chiedeva la disponibilità immediata di una camera doppia per quattro o cinque giorni. Domandava anche se vigeva ancora la tradizione del black tie per la cena. La risposta era stata veloce: nessuna disponibilità di camere, si era in alta stagione, l’hotel era pieno di ospiti che avrebbero festeggiato il capodanno ammirando l’enorme massa liquida delle cascate. Unica possibilità, la suite intitolata alla Regina Vittoria, disdetta poche ore prima da un ricco cliente russo che, senza particolari difficoltà, aggiunse tra sé il direttore, aveva consentito che l’hotel incamerasse la sostanziosa caparra. Sì, per la cena era ancora obbligatorio l’abito scuro. Si attendeva conferma.
Dopo pochi minuti era giunto un nuovo messaggio dall’Italia. La suite era prenotata, nessun problema di prezzo; in allegato, fotocopia American Express Black. Arrivo previsto per il mattino del 29 dicembre.
Il direttore aveva a sua volta spedito l’e-mail di conferma, ringraziando di averli scelti per il soggiorno.
“Cosa Sam? Scusa, ero distratto.”
“Niente, Direttore, le chiedevo solo se aveva voglia di sentire il tema di Casablanca”.
Era un vecchio gioco tra loro che si ripeteva quasi ogni sera.
“Ma certo, suonala ancora, Sam”.
Mentre ascoltava la musica, il direttore tornò a pensare ai due italiani.
Erano arrivati verso mezzogiorno del 29 dicembre: marito e moglie; intorno ai cinquanta, lui, qualcosa meno, lei. L’uomo era alto, magro, bello, i corti capelli neri intramezzati da folate di bianco, gli occhiali senza montatura. La donna, di media statura, era sottile, bionda, i lunghi capelli legati sulla nuca, il bel volto ancora giovane segnato da rughe sottili agli angoli delle labbra. Emanava da loro una sorta di triste felicità, visibile nei movimenti lenti ma non pigri, quasi una stanchezza antica, quel tipo di spossatezza che a volte si prova alla fine di un lungo viaggio.
Si erano registrati e lei era subito salita in camera: il lift non dovette portar altro che due borse e un porta abiti di morbida pelle nera. La coppia viaggiava leggera. L’uomo si diresse al bar e ordinò un Martini Cocktail, accendendo una sigaretta; poco dopo fu raggiunto dal direttore che gli restituì i passaporti.
“Prima volta in Africa?”
“No”, rispose l’uomo. “Prima volta alle Cascate Vittoria. Io e mia moglie ci eravamo ripromessi di vederle prima di morire. Ed eccoci qua.”
Il direttore pensò che la risposta, quell’accenno alla morte, destava qualche perplessità, ma la sensazione svanì guardando l’uomo che sorrideva mentre pronunciava quelle parole in un francese lento ma chiaro.
“Bene, le auguro un buon soggiorno. Per qualsiasi necessità non ha che da chiedere”.
“Grazie, nulla di particolare per ora; domani, vorremmo vedere le cascate da vicino”.
“Nessun problema; abbiamo un servizio di accompagnamento sempre disponibile. Mi faccia sapere”.
L’uomo aveva sorriso ancora una volta, spento la sigaretta, terminato l’aperitivo. Poi si era diretto all’ascensore per salire all’ultimo piano dell’hotel, suite Regina Vittoria, millecinquecento dollari americani al giorno per persona.
Il direttore li aveva rivisti la sera, per la cena. Avevano scelto un tavolo isolato, chiesto di cenare a lume di candela, ordinato un Margaux del 1997 per lui e Dom Perignon per lei. Mangiarono poco o nulla: il bloc de foie di lui fu appena assaggiato, lei intinse il cucchiaio nel consommé forse un paio di volte. Parlavano poco, si scambiavano lunghi sguardi, le loro mani si sfioravano a più riprese in fugaci, trattenute carezze. Lui era in smoking, lei in blu, un abito che le sfiorava i sandali argentati.
Molto eleganti, pensò il direttore.
Il resto della sala era pieno di clienti venuti dall’Australia, dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti; solo una piccola comitiva di francesi a turbare l’uniformità del linguaggio. Sembrava però che quella coppia focalizzasse l’attenzione altrui. Erano, come dire, distanti, lontani; non sembravano interessati al divertimento o alla conversazione con gli altri. Sorridevano spesso, rispondevano ai saluti di chi entrava o usciva, passando loro vicino; nulla di più.
Terminata la cena, la donna aveva l’aria stanca; baciò il marito sulle labbra con infinita dolcezza e si ritirò. Lui ordinò un cognac, sì, andava bene un Hennessy XO, accese una sigaretta e si diresse verso l’ampia vetrata del bovindo, lo sguardo a cercare le gocce d’acqua che danzavano tra i raggi della luna, rimbalzando dalle rocce su cui s’infrangeva la cascata. Si accomodò su una poltrona per circa un’ora. Pagò il cognac e la cena lasciando 100 dollari di mancia al cameriere. Poi raggiunse l’ascensore e salì nella suite.  

Il giorno dopo la coppia non scese per la prima colazione. Il direttore li scorse intorno alle undici mentre si dirigevano verso la reception. Lo videro e, dopo averlo salutato, l’uomo chiese una guida che li accompagnasse alle cascate.
“Certo, avvocato, le chiamo il boy. Se posso suggerire, consiglierei di coprirsi: oggi l’aria è frizzante”.
L’uomo sorrise: indossava una camicia botton down di pesante cotone e una giacca di cachemire sfoderato. “Penso sia sufficiente”, disse. Lei aveva jeans stretti alla caviglia e un maglione a collo alto color pervinca: un piacevole contrasto con il biondo dei capelli.
Il direttore pensò che erano bellissimi e fece cenno al ragazzo di guidarli alle rapide.
“Lo spettacolo non vi deluderà”, disse sorridendo. “Abbiamo fatto costruire per i nostri ospiti una passerella che sembra immergersi dentro la cascata. Vedrete!”.
L’uomo e la donna sorrisero anch’essi, seguendo il boy all’esterno.  

Il percorso era breve, non più di due o trecento metri.
Già subito fuori del Grand Hotel il rumore pervadeva ogni cosa, ingigantendo ad ogni passo; quando si trasformò in un rombo di tuono e l’aria si caricò di gocce rifrangenti i raggi del sole nell’ampio spettro di un arcobaleno, apparvero le cascate: una massa d’acqua di là da ogni immaginazione, possente, selvaggia, incontrollabile. Un fragore assordante, travolgente, che toccava tutte le tonalità percepibili dall’orecchio umano, rendendo impossibile conversare.
Il boy guidò la coppia lungo la passerella, una serie di pannelli d’acciaio delimitati, per motivi di sicurezza, da un doppio corrimano per lato. Il passaggio era lungo circa trenta metri e terminava su una piccola piattaforma, tre metri per tre, anch’essa circondata da una duplice ringhiera all’altezza della vita di una persona di media statura.
L’uomo e la donna si guardarono stringendosi la mano. Poi lui l’abbracciò carezzandole i capelli e lei pianse.
Il boy non poté raccontare altro al direttore; disse solo che, in quel momento, si era sentito un intruso e aveva pensato bene di lasciarli da soli.  

Tornarono in albergo dopo circa tre ore, completamente bagnati, nonostante gli impermeabili forniti dall’albergo. Sembravano stanchi.
Quella sera non cenarono al ristorante: ordinarono una bottiglia di Dom Perignon in camera. Solo verso mezzanotte l’uomo, in smoking, si recò al bar ormai deserto. Chiese a Sam di suonare un pezzo italiano che il pianista non conosceva e ripiegò su Frank Sinatra, “My Way”. Ordinò un cognac che accompagnò con una porzione di foie gras e una fetta di formaggio morbido, coperta di marmellata; accese una sigaretta che si consumò nel portacenere di cristallo mentre lui piluccava il cibo. Poi si diresse al bovindo, fissò intensamente l’immagine distorta della cascata riflessa sui grandi vetri e riprese a fumare.
Il giorno successivo, 31 dicembre, faceva freddo.
Il direttore ordinò di accendere per tempo l’enorme camino e notò che la coppia, senza fare colazione, si accomodava su due poltrone affiancate, a qualche metro dal fuoco. Ordinarono due caffè e passarono molte ore leggendo, conversando a bassa voce, sorridendosi.
Verso le sei del pomeriggio, quando l’azzurro del cielo africano sembra esplodere nel rosseggiare del tramonto e l’aria si fa più nitida e tersa, quasi liquida, notando il momentaneo vuoto del salone, l’uomo chiese a Sam di suonare alcuni brani della colonna sonora del film “La mia Africa”. La donna annuì sorridendo.
Sam era in pausa, ma di fronte al generoso whisky che l’uomo gli porgeva, alla banconota da cento dollari che circondava il bicchiere e al sorriso che l’accompagnava, non poté dire di no. Più tardi ebbe a dire al direttore che lo avrebbe fatto solo per il sorriso, e che si sarebbe pentito per tutta la vita se non lo avesse fatto.
I due ballarono, lentamente, strettissimi, guardandosi spesso negli occhi, i profili disegnati sulla grande vetrata del salone dagli ultimi raggi del sole che lottavano con le ali nere della notte africana.
Sam disse al cameriere di non accendere ancora le luci interne, non fino a quando la coppia avesse continuato a ballare. Era uno spettacolo straordinario.  

La sera dell’ultimo dell’anno al Grand Hotel Victoria è indimenticabile.
Nel cuore della foresta pluviale l’edificio scintilla di luci, l’orchestra diffonde melodie struggenti, alternandole con motivi più vivaci e allegri. Le signore sfoggiano creazioni d’alta moda e costosi gioielli, gli uomini indossano il nero, dal tight al dinner jacket.
Il direttore notò che l’uomo e la donna erano scesi per ultimi, quando la cena era già quasi finita.
Non mangiarono nulla ma bevvero champagne. Lei sembrava stanchissima, si vedeva che le costava fatica parlare, sorridere, accostare le labbra al bicchiere. Lui le sussurrava qualche parola all’orecchio e le accarezzava dolcemente un braccio.
Poco prima della mezzanotte l’uomo si avvicinò alla reception e richiamò l’attenzione del direttore.
“Partiamo presto, domani. Se non le duole, vorrei regolare la posizione”.
Il direttore lo guardò stupito, ma prima ancora che potesse parlare l’uomo appoggiò sul banco dodicimila euro dicendo: “Sono tremila dollari al giorno per tre giorni, più gli extra, credo che la somma sia sufficiente anche per le mance al personale. Per ogni evenienza, lei ha il numero della mia carta di credito”.
Il direttore fece per aprire bocca, quasi a protestare per l’eccessiva generosità, ma l’uomo lo fermò con un gesto del dito indice. Lo appoggiò sul labbro e disse solamente “Per favore… “.
Aveva uno sguardo molto intenso, ricordò in seguito il direttore.
La donna disse: “Fammi ballare”, e l’uomo, cingendole la vita, la condusse fuori dell’albergo. Lasciò la porta socchiusa, che le note dell’orchestra potessero accompagnarli, e si diresse verso la cascata. Il direttore disse al boy di seguirli con una bottiglia di champagne e due bicchieri, omaggio della casa; il ragazzo si affrettò.
Li raggiunse sulla piccola piattaforma che si perdeva sopra e dentro le cascate Vittoria. Il frastuono dell’acqua sovrastava ogni cosa: non vi era possibilità alcuna di sentire la musica proveniente dall’albergo. Eppure i due ballavano, ritmicamente, seguendo un tempo tutto loro e una musica, forse un sogno, che solo essi potevano ascoltare, vedere. Il boy riempì i bicchieri, li depose a terra con la bottiglia e si allontanò, lasciandoli soli con se stessi.
Prima di girare lungo la strada che riportava al Grand Hotel, il ragazzo si voltò per dare un ultimo sguardo alla coppia: sulla piattaforma non c’era più nessuno.
Il giovane nero non se ne stupì.

***

Il giornalista fece tintinnare le ultime schegge di ghiaccio nel bicchiere ormai vuoto.
“Sapeva che erano malati?”
“No”, rispose il direttore, “anche se un cameriere mi aveva riferito della presenza di farmaci in camera loro. Nulla di preciso, però”.
“Lei aveva un cancro, una recidiva; lui, altri problemi molto seri”.
Il direttore ricordò l’aria di stanchezza della coppia, quel languore nei movimenti …
“I corpi sono stati trovati?”, chiese il giornalista.
“No, mai. La cascata è impetuosa, potrebbero essere finiti ovunque…”.
Il direttore tacque per un po’.
“Bene”, disse poi. “Se non c’è altro, io tornerei in albergo. Ho qualche problema con la sostituzione del pianista: il nostro abituale collaboratore ci ha lasciato per tornare in Tanzania; il rimpiazzo è già arrivato e dovrei concordare le condizioni economiche. Se permette…”.
Il giornalista gli porse la mano e salutò brevemente, avviandosi verso la Land Rover che lo avrebbe ricondotto all’aeroporto. Mentre l’auto s’inoltrava lungo la stretta pista di terra rossa battuta, pensò se, da quanto aveva appreso, valeva la pena di ritornare su quella storia che, a suo tempo, aveva riempito le prime pagine dei giornali locali. Forse no; in fondo, depurata dalle sensazioni e dai ricordi personali, era solo la banale notizia di un incidente in Africa. Triste, certo, ma pur sempre un incidente: “Coppia si sporge troppo sulla cascata e cade giù.” Nient’altro che una breve di cronaca.
Osservando pensieroso l’automobile che si allontanava, il direttore si complimentò con se stesso per essersi mantenuto cauto ed equilibrato. I giornalisti, a volte, arrecano gravi danni, e il Grand Hotel Victoria Falls non aveva alcun bisogno di cattiva pubblicità. Perché riferire che ancora la sera prima il boy gli aveva sussurrato che, sporgendosi dalla piattaforma sulla cascata, gli era sembrato di sentire una musica intramezzata allo scroscio dell’acqua e che, per un attimo, aveva creduto di vedere là, sul fondo, un uomo in abito scuro e una donna bionda in lungo che ballavano teneramente abbracciati?
Già, perché? C’erano già tante leggende in Africa …

 

N.d.A.

1 – Il Grand Hotel Victoria Falls non si chiama così, ma in altro modo. E’ vero che, per la cena, è gradito l’abito scuro. Non è situato a poche centinaia di metri dalle cascate, ma a qualche chilometro di distanza. Non potrebbe essere altrimenti. Infatti, nei periodi di piena dei fiumi e torrenti che alimentano la cascata, la massa d’acqua in sospensione è larga circa sei chilometri, e tutto intorno il terreno è perennemente bagnato.

2 – Le cascate Vittoria si trovano in Zambia e vanno ad alimentare il fiume Zambesi. Per chi è interessato, può essere utile sapere che, a poche ore di cammino, c’è il Kilimanjaro.


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3 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Victoria Falls — 4 Marzo 2009 @ 15:24

    […] Guarda Articolo Originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Victoria Falls […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 4 Marzo 2009 @ 16:46

    Racconto di straordinaria intensità, scritto da una mano estremamente capace. La storia, pur nella sua drammaticità, ha un andamento delicato, suadente e di affabile “signorilità”. Tutta la narrazione si allinea mirabilmente alla colorità del luogo. Luogo che diviene approdo e incontro, filo di unione e non di separazione. Specchio discreto di vite al capolinea. L’immediatezza particolare della comunicazione si avvale di precise poetiche descrizioni dei personaggi e della realtà, con una mobilità volutamente lenta delle immagini, e riflette, in una soffusa, quasi inavvertita, dolce malinconia, gli stati d’animo, che affiorano man mano e sapientemente, costruendo una squisita aria rarefatta, ma, al contempo, capace di dilatare il nucleo essenziale dell’intimo sentire.
    Rimangono in chi legge la penetrazione emotiva e l’effetto avvincente, come di un sogno meravigliosamente triste. Ed è commozione pura
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Loreta Cerasi — 5 Marzo 2009 @ 18:52

    Non posso eguagliare lo stupendo scrivere di Benedetti, del quale ho letto e apprezzato molte altre cose, ragion per cui sottoscrivo le sue parole e confermo le straordinarie emozioni che il racconto “Victoria falls” ha suscitato anche in me.
    Loreta Cerasi

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