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Due articoli

3 Dicembre 2011

Ministro Severino, cosa dirà se i mafiosi torneranno liberi?di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 3 dicembre 2011)

Sarà anche, quello Monti, un governo sobrio ed elegante, ma questo Lea Garofalo non può saperlo. Due anni fa fu rapita a Milano, torturata, uccisa e il suo corpo sciolto nell’acido da una banda di mafiosi che la punirono per aver collaborato con la giustizia.

Furono arrestati, ma ora rischiano di essere liberati per scadenza dei termini di scarcerazione. Motivo? Il giudice del processo, Filippo Grisolia, ha mollato tutti per entrare a far parte del nuovo governo, come capo di gabinetto del ministro della Giustizia. Così il dibattimento, ormai alle fasi finali, deve ricominciare dal principio con un nuovo giudice. I familiari della giovane donna sono sconcertati. La figlia, diciannovenne, dovrà tornare in aula a deporre, cosa che già la prima volta le procurò enorme sofferenza.

Può anche essere che Filippo Grisolia fosse una pedina fondamentale del governo dei tecnici e che il ministero della Giustizia non potesse fare a meno di lui. Ma forse il Paese avrebbe continuato ad andare avanti anche se il ministro avesse aspettato qualche settimana a distaccare un giudice che doveva dare giustizia a una donna che è stata sciolta nell’acido per aiutare la giustizia.

Il caso avviene al tribunale di Milano, quello che si erge a tempio della difesa della legalità, della Costituzione ma anche dell’etica, e non ha suscitato la protesta, per distrazione di personale e rischi nella lotta alla mafia, dei grilli parlanti dell’associazione magistrati. Ovvio, quando ci sono di mezzo poltrone ambite, i principi passano in secondo piano. Un consiglio. Il giudice che è subentrato a Grisolia faccia presto, molto presto. Perché se quei mafiosi torneranno liberi credo che il neo ministro Paola Severino e il neo primo ministro Mario Monti, qualche spiegazione, anche se tecnici di chiara fama, dovranno darla a tutti noi.


Ultima chiamata per gli azzurri. Se esistete ancora dite no
di Martino Cervo (da “Libero”, 3 dicembre 2011)

Effettivamente, erano misure «impressionanti », e adesso il pettine è gonfio di nodi. Questione di ore e dovrebbe chiarirsi se le bozze trapelate ieri sono fantasie o realtà con cui le tasche degli italiani faranno rapidamente i conti, con tanti saluti alla lettera alla Bce. C’è una terza ipotesi: che la spremuta di tasse prospettata sia una mossa molto poco tecnica da parte del governo.   Che sia cioè l’equivalente di una sparata a quota 100 fatta per portare a casa 40, guadagnando anche un’immagine di ragionevolezza.

Monti e Angelino Fosse così, a maggior ragione oggi il colloquio tra Mario Monti e Angelino Alfano (e Silvio Berlusconi, se sarà confermata l’intenzione del premier di ascoltare il suo predecessore) assume un peso politico senza precedenti, perché dal suo esito dipendono le condizioni economiche, dunque una fetta di libertà, di milioni di elettori. Attenzione: non necessariamente del Pdl. L’innalzamento delle ultime due aliquote dal 41 al 43 e dal 43 al 45 investirebbe redditi mensili netti a partire da 2.600 euro di lavoratori dipendenti. Privilegiati, certo, ma difficili da considerare benestanti o tantomeno abbienti, se membri di nuclei familiari monoreddito, e senza parlare dell’Ici. C’è di mezzo pure un fiume di elettori del Pd.

Lo scambio di Pier Luigi   Sarà interessante capire se è vero che il segretario democratico Pier Luigi Bersani ha di fatto condotto una trattativa che vedeva su un piatto il soffertissimo sì al ritocco delle pensioni contro cui la Cgil prepara barricate e sull’altro la macelleria di ceto medio uscita ieri pomeriggio tramite le agenzie. In pratica, avrebbe «ottenuto » tasse da far dimenticare il livello già record in cambio di assenso politico sulle pensioni e, forse, sugli interventi legati al mercato del lavoro. Se il Terzo polo fosse allineato a questa posizione, la maggioranza alla Camera può esserci. Al Senato, sulla carta, no. Oggi Angelino Alfano ha l’occasione di mettersi alle spalle una giornata storica nel suo cammino di segretario politico del Pdl.

Tecnici addio La garbata perifrasi del governo tecnico è durata lo spazio di settimane stordite dalla novità fulminea imposta dal Colle, ma in queste ore è la politica – caduto il grande alibi del Cavaliere – a fare i conti con scelte raramente così decisive per la vita dei cittadini, per di più con gli occhi di mezzo mondo puntati su Roma. O Alfano gioca il peso in Aula del partito che rappresenta – recuperando, almeno su questo, l’asse con la Lega – e fa valere l’idea di fisco, di persona, di società, che gli elettori hanno mostrato di voler difesa, o c’è da chiedersi se il Pdl meriti di esserci ancora. Anche perché, malgrado sia passato nel dimenticatoio del confuso frullato di manovre estive, il vecchio governo ha già inserito il contributo di solidarietà biennale, cui la stangata Irpef e Ici si cumulerebbe. Rendersi partecipe, con qualunque pressione dettata dall’urgenza o dal calcolo sulla durata dell’esecutivo, di quest’altra batosta, sarebbe un certificato di distruzione di identità.


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Bart