I quattro compositori di Liverpool

di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 20 gennaio 1969]  

Quando i Beatles si esibivano nelle sale da ballo e nelle sale da concerto, raramente veni ­vano paragonati a Liszt o a Pa ­ganini. Non sono mai sembrati esecutori stupendi o sublimi. Invece, dopo che hanno abban ­donato l’attività concertistica per dedicarsi completamente al ­la composizione, nessuno ri ­schia più di confonderli coi tanti altri complessini con i ca ­pelli lunghi e la chitarra elet ­trica. Adesso, quando esce un loro disco nuovo, i critici mu ­sicali del Times e dell‘Observer citano (come minimo) Beetho ­ven e Schubert; e una saggisti ­ca ormai vastissima si sente sollecitata a comporre finissime (e ammiratissime) analisi per tutti i periodici seri dell’area anglosassone.

Una pubblicistica addirittura smisurata tesse poi leggende po ­polari â— malinconiche e senti ­mentali â— intorno ai quattro eccellenti compositori di Liverpool, e alle costanti, inquietan ­ti sventure toccate ai loro pa ­renti, amici, impresari, vicini. Però, fra molti particolari irri ­levanti o vanerelli, un’attentis ­sima biografia « ufficiale » co ­me quella recentemente pubbli ­cata da Hunter Davies, repor ­ter del Sunday Times, riferisce almeno una circostanza carica d’interesse: come i Beatles com ­pongono. Compongono musica esclusivamente in équipe, den ­tro ampie stanze fornite di mol ­ti strumenti e apparati stereo, in presenza di mogli, amici, ani ­mali che vanno, vengono, in ­terrompono, commentano. Il punto di partenza generalmen ­te è una Cosa Vista, o almeno ricordata: un luogo singolare, una persona bizzarra, un mani ­festo buffo, un’insegna capzio ­sa, un titolo che suona male, un modo di dire che invita alla confutazione. Su pretesti così gracili, intorno a nuclei ogni volta esilissimi, si viene poi organizzando gradatamente la canzone, attraverso infinite pro ­poste, varianti, aggiustamenti, tentativi approvati o rientrati.

Il loro gusto squisitamente « tecnologico », e una attività creativa-critica che sfiora la mi ­mesi e gioca la parodia, hanno sospinto presto l’evoluzione dei Beatles verso il crocicchio più affascinante e « fatale » della musica contemporanea. Da un lato, ecco il recupero dell’orecchiabilità liberata: cioè le nuo ­ve avventure della voce umana oltre i confini accademici della vocalità « impostata ». Al di fuo ­ri dei ristretti dominii di quel Bel Canto che addestra le voci esclusivamente a una competi ­zione « tecnica » coi diversi stru ­menti dell’orchestra melodram ­matica, i tre « B » del vocali ­smo contemporaneo (Berio, Bussotti, Boulez) esplorano piuttosto le possibilità â— spe ­ricolate e coltissime â— propo ­ste dalla raga indiana e dal mottetto gotico e dal madriga ­le cinquecentesco, dal canto po ­polare, dal canto orientale, dal canto africano, dal canto dei bambini. D’altra parte, ecco una genealogia « elettronica » ormai imponente: da Varèse a Stockhausen s’impossessa del nastro magnetofonico quale strumento di « nuove dimensioni » di so ­norità orchestrali inaudite e im ­prevedibili fino all’era di Webern. Così il « concerto » si presenta (per la Nuova Musi ­ca) come un aleatorio assemblage di esecuzioni registrate ed esecuzioni dirette interagenti, trasformando lo spazio sonoro in un circuito vivente di comu ­nicazione « sonica » reciproca…

Però, da parte loro, anche pa ­recchi complessini « pop » stan ­no eseguendo operazioni di rag ­guardevole spessore culturale e complessità strutturale. « The Mothers of Invention » a San Francisco, «The Who » e i «Rolling Stones » in Inghilterra, ri ­visitano e ripensano tantissime rigatterie musicali del passato e del presente, dal musical al vaudeville, dal ragtime al folk-rock, dal Mersey-beat al Ganges-sound, dalla banda milita ­re che esegue Wagner mica tanto bene, ai capziosi sotto ­prodotti mitteleuropei di Janacek… Oppure inseguono le vi ­sioni psichedeliche degli incubi delle droghe « moderne »… O magari compongono i più bei valzer dopo il Cavaliere della Rosa.

Qui i Beatles hanno comincia ­to a usare i più disparati ma ­nierismi « leggeri » come se fos ­sero generi, o forme; e il loro capolavoro sarà l’invenzione di tanti piccoli capolavori origina ­lissimi, con gli strumenti del pastiche. La loro poetica spe ­cifica consiste davvero in un « assorbire bagnandosi » le ma ­niere musicali anche più scre ­ditate e imbarazzanti del pas ­sato prossimo. Le assorbono at ­traverso i mass media e le arti « pop ». E le utilizzano già con ­taminate dal vettore. Cioè, assi ­milano antichi o recenti bran ­delli di soap-opera o di square-dance completi di tutte le im ­perfezioni di ricezione dovute ai difetti dello strumento elet ­trico: radio di radica del Tren ­ta, dischi a 78 giri con via un pezzo, grammofoni con la punti ­na storta, vocine Parlophon da ­tate con le deformazioni e oscil ­lazioni dovute alle insufficien ­ze tecniche di quella stagione perduta, e precisa… come per dar ragione alle tesi di Mar ­shall McLuhan sull’assorbimen ­to elettrico e simultaneo, ma ­gnetofonico e televisivo, di « tut ­ta quanta » la cultura da parte della gioventù contemporanea.

Il loro penultimo disco, Sergeant Pepper, inciso adoperan ­do la New Philarmonia, enor ­me e perfetta orchestra sinfo ­nica, si presentava appunto co ­me una grandiosa opera « mcluhanesca », geniale e trionfale, polifonica e polimorfa, mistica ed enigmatica, fantasmagorica e geroglifica. L’arguzia teologica vi si sommava alla sottigliezza metafisica; e la sproporzione voluta degli impulsi istintivi si copulava aleatoriamente agli in ­tenzionali squilibri dell’imme ­diata sensualità. La forma coin ­cideva perfettamente con l’ese ­cuzione, e la coerenza interna col disegno esplicito, in una tra ­ma eteroclita di materiali mu ­tanti e di effetti cangianti, in assemblages maestosamente ca ­leidoscopici di trovate incante ­voli e di Kitsch redento… Non per nulla, questo Trionfo dell’Immaginazione finiva per asso ­ciare i Beatles â— sulla coperti ­na del disco e nella vita con ­temporanea â— a quei grandi ‘ inventori ‘ come Jung e Marx e Lawrence d’Arabia e Mae West e Oscar Wilde e Stanlio e Ollio, che negli ultimi decen ­ni hanno tentato di espandere con qualche splendore le possi ­bilità fantastiche dell’esistenza umana e delle arti…

Gli ultimi due dischi (trenta canzoni nuovissime in un album con la copertina candida) se ­gnano invece un passaggio deci ­so dal momento polifonico alla fase liederistica: da Mahler a Schubert. Le invenzioni vi so ­no abbondanti, e gli ammicchi profusi: da un falso Bob Dylan a un finto rock’n’ roll sovieti ­co, ai rimbecchi per numerosi complessini yé-yé di successo, ai ritrattini femminili un po’ cecoviani e un po’ sadici. Il tono è sicuro, struggente, in ­confondibile… Come non si era più ritrovato â— appunto â— da Schubert in poi… E le canzoni sono sovente « aperte », non secundum Umberto Eco, ma nell’accezione più esplicita e spalancata: hanno, cioè, un inizio, ma non una fine.

 

 

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Commenti

3 risposte a “I quattro compositori di Liverpool”

  1. “Non per nulla, questo Trionfo dell’Immaginazione finiva per asso ­ciare i Beatles â— sulla coperti ­na del disco e nella vita con ­temporanea â— a quei grandi ‘ inventori ‘ come Jung e Marx e Lawrence d’Arabia e Mae West e Oscar Wilde e Stanlio e Ollio, che negli ultimi decen ­ni hanno tentato di espandere con qualche splendore le possi ­bilità fantastiche dell’esistenza umana e delle arti”

    Se non sbaglio fu proprio la copertina di questo album a scatenare la più celebre leggenda sui Beatles. In effetti, tra il prato di fiori antistante il quartetto si può leggere ‘Paul?’, con allusione al fatto che Paul Mc Cartney, morto improvvisamente nel 66 e sostituito segretamente da un sosia, è appunto morto. E’ una storia divertente e affascinante, forse alimentata dagli stessi Fabfour. Per anni ha scatenato da parte dei fans una vera e propria caccia agli indizi. In effetti in più copertine di albm e nei passagi di diverse canzoni ci sarebbero allusioni alla scomparsa prematura di Paul, avvenuta in un incidente stradale. L’indagine più approfondita ma sicuramente dai connotati scinetifici è stata condotta da un gruppo di studiosi italiani – apprendo da Wikipedia – i quali hanno misurato le misure del cranio di Mc Cartney, così come appariva nelle foto ante 66, con quelle delle immagini successive. Può sembrare incredibile ma i due crani sono risultati di dimensioni differenti, come appartenessero a due persone diverse….

  2. Curiosa leggenda. Mi domando: se i crani non combaciavano, combaciava la voce?

  3. Appunto, è l’aspetto cruciale che smonta ogni illazione.