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Napolitano tace su Fini

22 Aprile 2010

Ho potuto assistere in diretta, grazie al Tg24, al dibattito nella direzione nazionale del Pdl. È stata una riunione davvero eccezionale attraverso la quale, chi ha ascoltato in tv, ha avuto modo di conoscere un ampio spettro dell’attività di governo. Ne sono rimasto colpito, positivamente colpito, per la concretezza che ha caratterizzato gli interventi dei ministri, i quali hanno fatto un puntuale bilancio del proprio dicastero. Un bilancio che mi ha soddisfatto. Alcuni interventi sono stati ammirevoli: quelli di Franco Frattini, Altero Matteoli, Alfredo Mantovano. Poi alle 12,57 ha preso la parola Gianfranco Fini, presidente della Camera. Un Fini che ancora non ha imparato a pronunciare il nome del suo partito. Dice infatti Partito delle libertà, anziché Partito della Libertà (in ciò imitato anche da Gianfranco Rotondi e Roberto Formigoni). Un contributo, il suo, farfugliato, almeno per me, che non si è sprecato in concretezza, ma nei soliti discorsi dei vecchi politici che non stringono niente. Rispetto a chi ha fornito dati, Fini ha risposto con un comizio alla vecchia maniera. Al partito del fare, Fini continua a preferire il vecchio partito delle chiacchiere. Sordo però alle convinzioni e alle analisi degli altri. Come se gli altri non avessero parlato. Come se Verdini, responsabile organizzativo del Pdl, non avesse, ad esempio, spiegato nei dettagli i risultati delle elezioni regionali.

Sono stati spiegati chiaramente i rapporti di forza nella maggioranza tra Lega Nord e Pdl, tutti a vantaggio del Pdl, e tuttavia Fini ha ripetuto il vecchio refrain: che il Pdl è a rimorchio della Lega Nord. Un Fini sordo, dunque, ma anche prevenuto. Ha sorvolato sul fatto, ad esempio, che il Pdl non governa da solo, e il suo programma perciò deve fare i conti anche con il programma della Lega Nord. Su alcuni punti si rende necessario – un politico navigato come lui dovrebbe saperlo – raggiungere una mediazione, ossia una intesa comune. Altrimenti che interesse avrebbe la Lega Nord ad allearsi con il Pdl, se questi facesse carta straccia del suo programma? Fini forse pensa ad un’alleanza con La Lega Nord in cui la Lega Nord abbandoni il suo programma ed aderisca a quello del Pdl? Assurdo. Un partito, soprattutto se minoritario, si allea con chi lo aiuta a portare avanti almeno qualcosa del suo programma. Fini, a mio avviso, ha voluto evidenziare le differenze tra Lega Nord e Pdl allo scopo di scardinare in qualche modo l’alleanza. Senza pensare che tutto ciò provocherebbe una crisi di governo.

Gaetano Quagliariello, Gianfranco Rotondi, Renato Brunetta (che con le sue riforme modernizzatrici a costo zero mi ha convinto, eccome), Letizia Moratti, Roberto Formigoni (che ha dato una bella lezione a Fini), Gianni Alemanno (che ha ricordato a Fini che la sinistra loda quando le fa comodo e sputa veleno quando non ha il suo tornaconto), sono gli autori di altri interventi significativi e concreti. Un invito caloroso e sentito all’unità del partito è stato fatto da Amedeo Laboccetta, come anche dal parlamentare europeo Mario Mauro.

Ottima la mozione conclusiva che ha visto 11 voti contrari e un astenuto (a questo si riduce la consistenza dei finiani).

Ma, come ho già scritto altre volte, a me interessa segnalare il comportamento di Fini dal punto di vista costituzionale. E rivolgermi a Napolitano, dopo che si è svolta la direzione del Pdl e tutti hanno potuto vedere. Anche lui, dal Colle.

Se ricordate bene, alcuni giorni fa si parlò di irritazione del capo dello Stato allorché il presidente del Senato Renato Schifani parlò di elezioni anticipate nel caso di spaccatura del Pdl.

Invece in tutti questi mesi in cui il presidente della Camera ha fatto politica attiva e di parte se n’è stato zitto. Come zitta è stata l’opposizione. Di Pietro, addirittura, che strepita ogni volta che ritiene che la Costituzione sia stata violata (ha strepitato anche nei confronti del capo dello Stato), sul comportamento di Fini, terza carica istituzionale, che per il suo ruolo deve sempre restare super partes, tace. Lo avete mai sentito criticare le esternazioni di Fini? E la Finocchiaro? Silenzio assoluto. Solo Renato Schifani, presidente del Senato, oggi si è fatto sentire. A lui ha prontamente risposto Pier Luigi Bersani, a significare che l’opposizione fa le pulci a Schifani, ma non a Fini. Il quale le riforme, come si è capito, non le vuole, come non le vuole l’opposizione, e cerca di rinviarle alle calende greche. Non è un caso che Pier Luigi Bersani ha lodato l’intervento di Fini e definito pessimo lo spettacolo dato dal direttivo del Pdl. Che invece è stato ottimo e concreto. Abbiamo assistito ad un Fini tutto teso a rappresentare il vecchio in politica che si contrapponeva al nuovo, alla politica del fare.

Tornando, come si suol dire, a bomba: perfino in questi giorni in cui si è saputo che Fini prendeva parte alla direzione del Pdl con un proprio intervento, nessuno si è alzato a dire che Fini sta violando la Costituzione.

Il silenzio più assordante è stato ed è evidentemente quello di Napolitano, custode della Costituzione.
Ogni tanto Berlusconi lo accusa di essere di parte, e soprattutto accusa i suoi consiglieri.
Viene da domandarsi se oggi questa accusa non sia provata dal silenzio del Quirinale.
Appare in questi giorni evidente una linea rossa che unisce il Quirinale, l’opposizione e Fini.
Il capo dello Stato non può non rendersene conto.

Io non ho alcun risentimento nei suoi confronti. Per me è stato finora un capo di Stato migliore di tanti altri, se si pensi addirittura a Oscar Luigi Scalfaro.
Però questo silenzio non può essere accettato. La violazione della Costituzione da parte di Fini è eclatante e tale da creare una robusta zeppa alla funzionalità della democrazia.

Come farà il Pdl a considerare super partes il presidente della Camera, ogni volta che quest’ultimo dovrà decidere sulle ammissioni, sui percorsi delle leggi, sulle interpretazioni dei regolamenti, e così via?

Oggi Fini con il suo intervento alla direzione del Pdl ha mostrato di essere ancora un militante di partito e quindi di essere fazioso, ossia di parte.
Non è osare troppo dubitare della sua imparzialità nella sua veste di presidente della Camera.

Dovrebbe essere lo stesso Fini a rendersene conto e a dimettersi per svolgere – come desidera fare – attività di partito, alla quale dichiara di sentirsi chiamato fortemente. Dovrebbe capire da sé che non è più nelle condizioni e nello spirito di essere imparziale.
Ma è difficile che egli rinunci ad un incarico così prestigioso e che gli dà molto potere, anche di veto.
E allora?

Se Fini fa il sordo deve essere il capo dello Stato a fargli un doveroso richiamo e a dirgli che si decida: o fa il capo corrente di un partito, o fa il presidente della Camera.
Tocca a Napolitano fare la prima mossa, senza aspettare che gliela suggerisca qualcun altro.
È lui il custode della Costituzione. L’ha giustamente rivendicato più di una volta. Non c’è stato finora momento più grave, vulnus più profondo diretto contro la Costituzione.

Se continua a tacere, se non interviene, Berlusconi ha ragione nel dichiararsi non tutelato e nel denunciare un asse antigovernativo che ha il suo vertice nel Quirinale.

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“Pdl, scontro in tv Bondi-Bocchino”. Qui. Da cui estraggo:
“Al contrario Bondi riserva al presidente della Camera parole roventi: «Sono uscito dalla direzione del Pdl e Fini mi ha detto chiaramente “vedrete scintille in Parlamento”: se questo è il modo di concepire il confronto all’interno del partito, significa che non si vuole stare nel partito con uno spirito costruttivo, responsabile e guardando al bene comune del partito e del Paese. E ciò non può essere accettabile ». E aggiunge: «Quello che mi ha detto privatamente è molto sgradevole, soprattutto perché ha fatto allusione al mio passato ».”


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2 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 22 Aprile 2010 @ 20:53

    Dal Legno

    Per esteso il documento finale della Direzione Nazionale (voti 159   si; 11 no; 1 ast)

    22/04/2010 19:41:31 – Categoria: INTERNI

    DIREZIONE PDL
    DOCUMENTO CONCLUSIVO Roma, 22 aprile 2010

    La Direzione Nazionale del Popolo della Libertà sottolinea la vittoria del Centrodestra nelle recenti elezioni regionali e amministrative, con un risultato storico: oggi 40 milioni di italiani sono governati a livello regionale dal Centrodestra, contro i 18 milioni amministrati dal centrosinistra.
    Il Centrodestra si è confermato maggioranza nel Paese in modo inequivocabile e il Popolo della Libertà si è riaffermato come la prima grande forza politica nazionale: questo è vero al Nord dove il Popolo della Libertà ha agito in alleanza ma anche in competizione positiva con la Lega; ed è vero nel Centro-sud, dove ha dimostrato di possedere un forte radicamento territoriale.

    Tutto ciò rende paradossali alcuni aspetti della polemica interna sviluppatasi in questi giorni: tensioni all’interno delle grandi forze politiche possono manifestarsi, ma è incomprensibile che vengano provocate   all’indomani di una grande vittoria, dopo due anni di successi in tutte le consultazioni elettorali e dopo due anni di grandi risultati dell’azione di governo certificati dal costante consenso dei cittadini, unico caso in Europa, durante un periodo di grave crisi economica in contro tendenza rispetto alla sfiducia che ha colpito tutti gli altri governi.
    Anche il confronto che si è svolto durante i lavori della Direzione ha rivelato come certe polemiche pubbliche fossero pretestuose e comunque non commisurate ad un dibattito responsabile e costruttivo.

    Nei prossimi tre anni il governo, la maggioranza e il Popolo della Libertà completeranno la realizzazione del programma che ci impegna principalmente
    1. a ridurre e a razionalizzare la spesa pubblica,
    2. a realizzare una riforma del sistema fiscale con l’obiettivo di ridurre le tasse, compatibilmente con i vincoli di bilancio,
    3. a sostenere le famiglie, il lavoro, le imprese,
    4. a proseguire nella riforma e nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione,
    5. a realizzare un Piano per il Sud,
    6.   ad ammodernare e potenziare il sistema delle grandi infrastrutture,
    7. a realizzare una riforma organica del sistema giudiziario,
    8. a realizzare le riforme istituzionali, ivi compresa la modifica dei regolamenti parlamentari,
    9. a proseguire nella lotta alla criminalità organizzata che ha già prodotto risultati mai raggiunti nella storia della Repubblica.

    Siamo convinti che una forte ed autorevole leadership, quale quella assicurata dal Presidente Berlusconi, garantirà il raggiungimento di tutti questi obiettivi. La leadership forte è ormai un tratto caratteristico dei moderni sistemi politici e gli italiani certo non rimpiangono le leadership deboli e i governi instabili del passato. Del resto i risultati elettorali ne sono una conferma e la stabilità rafforza altresì il prestigio internazionale dell’Italia.

    Una leadership forte non significa affatto rinunciare al dibattito libero e democratico che è anzi previsto dallo Statuto ed è testimoniato sia dalle innumerevoli iniziative politiche e culturali, dal grado di libertà che connota il dibattito interno nelle sedi delegate e nelle riunioni dei gruppi parlamentari, sia dall’esistenza di fondazioni, riviste, centri di riflessione e di elaborazione. Tutte le scelte politiche, anche quelle che hanno riguardato le candidature per le elezioni regionali e l’alleanza con altre formazioni politiche, sono state compiute dall’Ufficio di Presidenza attraverso un dibattito dei suoi trentasette componenti aperto e libero.

    In un grande partito democratico si deve poter discutere di tutto, ma a due condizioni: che non si contraddica il programma elettorale votato dagli elettori e che, una volta assunta una decisione negli organi deputati, tutti si adeguino al risultato del voto.

    Il Popolo della Libertà non può contravvenire ai principi di quella democrazia degli elettori che ha fortemente voluto e che impone che il patto stipulato con i cittadini al momento del voto sul programma sia vincolante. Rispetto a quel patto non sono possibili deroghe: come è stato ribadito anche a piazza San Giovanni lo scorso 20 marzo dal Popolo della Libertà.

    Così come non sono possibili deroghe rispetto alla nostra Carta dei Valori che è la stessa della grande famiglia del Partito Popolare Europeo e che enuncia i nostri valori fondamentali che sono: la dignità della persona, la libertà e la responsabilità, l’eguaglianza, la giustizia, la legalità, la solidarietà e la sussidiarietà.

    I temi che non rientrano nel programma elettorale e di governo possono essere invece oggetto di dibattito e di discussione nell’ambito degli organismi statutari. Non vi è nulla di negativo se in quella sede emergono opinioni diverse. Purché sia chiaro a tutti che il principio della democraticità del dibattito non esonera dalla responsabilità di assumere decisioni finali. E che una volta che tali decisioni siano state assunte, all’unanimità o a maggioranza, esse acquistano carattere vincolante per chiunque faccia parte del PdL, sia che le abbia condivise, sia che si sia espresso in dissenso.

    In tal senso questa Direzione Nazionale dà mandato al Presidente e ai Coordinatori di assumere ogni iniziativa utile ad assicurare la realizzazione del programma e delle decisioni assunte dagli organi statutari, stabilendo il rispetto delle decisioni votate democraticamente.

    Quando gli italiani che amano la libertà, che vogliono restare liberi, che non si riconoscono nella sinistra, si riunirono sotto un solo simbolo e una sola bandiera, scelsero che su quel simbolo e su quella bandiera ci fosse scritto “Popolo della Libertà” e non   “Partito della libertà”.
    Il riferimento al “popolo” deve quindi essere un principio costante   dell’azione politica del Popolo della Libertà che deve sempre più radicarsi sul territorio e incardinarsi nella storia d’Italia. Non siamo un vecchio partito. Non vogliamo dividere ma unire. Siamo al servizio del popolo italiano e del suo bene comune. Le ambizioni dei singoli non possono prevalere sull’obiettivo di servire il popolo italiano.
    Del pari le “correnti” o “componenti” negano la natura stessa del Popolo della Libertà ponendosi in contraddizione con il suo programma stipulato con gli elettori e con chi è stato dagli stessi elettori designato a realizzarlo attraverso il governo della Repubblica.

    La Direzione Nazionale del Popolo della Libertà approva quindi le conclusioni politiche del Presidente Silvio Berlusconi e gli conferma il proprio pieno sostegno e la propria profonda gratitudine.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 22 Aprile 2010 @ 21:02

    Bel documento. Grazie, Ambra.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart