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Napolitano: “Verificherò le possibilità” Berlusconi: “Nessun passo indietro ma pronti a votare stop Imu e aumento Iva”

29 Settembre 2013

di Redazione
(da “La Stampa”, 29 settembre 2013)

«Siamo in una fase un po’ criptica…io cercherò di vedere se ci sono le possibilità per il prosieguo della legislatura ». In attesa di incontrare Enrico Letta al Colle, il presidente Napolitano, da Napoli, annuncia che procederà allo scioglimento solo senza altre possibilità.

«La tradizione e l’obbligo costituzionale è che il Presidente della Repubblica proceda a uno scioglimento delle Camere quando non c’è alcuna possibilità di dar vita a una maggioranza- spiega-. Procederò con una attenta verifica dei precedenti di altre crisi, a partire dalla crisi del secondo governo Prodi », dice il capo dello Stato ai cronisti. Intanto, mentre Berlusconi in una telefonata con i militanti di Forza Italia di Napoli alza il tiro contro il Pd e i magistrati, e chiede «elezioni subito » nel centrodestra si alzano segnali di forti dissenso.

«A chi mi chiede di farmi da parte e accettare con cristiana rassegnazione la mia sorte giudiziaria, presente e futura, dico che lo farei senza esitazione, se ciò fosse utile al Paese » è tornato a ribadire Silvio Berlusconi in un messaggio online. «Invece darei il mio avallo a una democrazia dimezzata dove i magistrati politicizzati decidono chi deve governare ». «Se il governo proporrà una legge di stabilità realmente utile all’Italia, noi la voteremo. Se bloccheranno l’aumento dell’Iva senza aumentare altre tasse noi lo voteremo. Se, come si sono impegnati a fare, taglieranno anche la seconda rata Imu, noi voteremo favorevolmente » continua «Noi siamo quelli che hanno voluto il governo Monti e il governo Letta, sperando potesse essere un governo di riforme e di pacificazione. So e sappiamo distinguere il reale interesse dei cittadini ».

«Noi ci siamo e ci saremo » su stop a Imu e aumento Iva e «su tutte le altre misure utili, come il rifinanziamento della cassa integrazione, delle missioni internazionali, il taglio del cuneo fiscale », afferma il leader di Fi, spiegando che il suo partito è pronto a votare le leggi economiche che il governo proporrà, se «utili » al Paese. «Nelle ultime settimane abbiamo avuto un governo capace solo di rinviare, di proporre il blocco dell’Iva aumentando altre tasse, di tagliare l’Imu solo a metà per ricattare il Pdl e costringerlo a stare al governo, un governo prono rispetto ai diktat dei burocrati dell’Unione europea » aggiunge spiegando le dimissioni dei suoi ministri. «Abbiamo pazientemente offerto soluzioni a ogni livello istituzionale per evitare di fare precipitare la situazione. Non ci hanno voluto ascoltare ».

Intanto Berlusconi ha convocato per le 17 di domani a Montecitorio l’assemblea dei gruppi parlamentari Pdl-Fi di Camera e Senato sulla crisi di governo. Alla riunione, convocata dai capigruppo Renato Schifani e Renato Brunetta, sono attesi anche i ministri dimissionari del Pdl.


Moderati, dove siete?
di Pierluigi Battista
(dal “Corriere della Sera”, 29 settembre 2013)

Berlusconi impone le dimissioni dei ministri del Pdl, ma con la caduta del governo molte cose cambierebbero in peggio. Tranne una, che non cambierà affatto, né in peggio né in meglio: il destino personale di Berlusconi, che nessuna peripezia governativa o parlamentare potrà oramai minimamente modificare, in forza di una sentenza di condanna che, oltre alle misure cautelari, aggiungerà l’interdizione dai pubblici uffici, e dunque l’immediata decadenza da senatore.

Purtroppo non cambierà, anzi si rafforzerà, il sospetto che Berlusconi ritenga che il suo destino personale debba coincidere con quello del centrodestra e dell’intero Paese. Perciò il leader della neonata Forza Italia gioca al tanto peggio. Dopo di lui, deve esserci solo il diluvio.

Se la corsa al baratro della crisi dovesse rotolare fino in fondo, cambierà lo stato di un Paese che ad ottobre non potrà nemmeno scrivere la propria legge di Stabilità, consegnandosi interamente a un umiliante commissariamento internazionale.

Cambierà in peggio l’impatto delle tasse sui consumi, perché l’Iva inevitabilmente aumenterà per colpa di chi farà crollare il governo, anche se Berlusconi ne vuole fare un cavallo di battaglia. Cambierà, anzi crollerà la speranza che una responsabile azione di governo possa assecondare gli ancora troppo flebili annunci di ripresa e possa dare un sostegno all’economia che boccheggia e che vuole ripartire.

Cambierà la possibilità di mettere mano a serie riforme costituzionali, lungo un percorso che possa siglare un patto sulle regole fondamentali tra i partiti che poi, come è normale in una democrazia liberale, si contenderanno la vittoria alle elezioni su fronti opposti. Cambierà, anzi svanirà del tutto, l’idea che l’Italia possa conoscere un barlume di pacificazione, una competizione dura ma leale tra forze politiche che si dividono ma riconoscono legittimità al reciproco avversario, combattendolo ma non odiandolo fino ad augurarsene la distruzione.

Berlusconi ha sempre detto che il governo delle larghe intese è stato anche il frutto di una scelta di responsabilità del suo partito. È vero. Ed è vero anche che in tutti questi mesi, o almeno prima della fatale sentenza della Cassazione, il Pdl è sembrato più convinto del sostegno al governo di quanto non lo sia stato il Pd, che pure poteva contare sul suo ex vicesegretario Letta come premier. Più una folta rappresentanza di ministri.

Ma l’atto di responsabilità nazionale con cui Berlusconi ha permesso la nascita di questo governo viene totalmente annullato dall’atto di irresponsabilità nazionale con cui ne vuole decretare la morte. Berlusconi non può dare la colpa della fine al Pd, ancora immerso in un travaglio dilaniante per affrontare una campagna elettorale dagli esiti imprevedibili.

La colpa è invece tutta racchiusa nella sindrome autolesionista che in pochi giorni ha trasformato il «responsabile » Berlusconi nel capo di un drappello di falchi. Una forma di autolesionismo nazionale, che fa male all’Italia. E di autolesionismo personale, perché questo gesto di pura e inconcludente ritorsione, che scarica sul governo gli spasmi di un centrodestra frastornato e stremato, non avrà alcun effetto pratico sulla sua vicenda giudiziaria.

Un puro paradosso: si apre una pericolosa crisi di governo senza che nemmeno ne abbia a guadagnare la posizione personale di chi la promuove con tanto fragore.

Il tentativo di attribuire la colpa della crisi al Pd, ma addirittura al capo dello Stato, che vede disfarsi con un atto di irresponsabilità una costrizione politica precaria ma indispensabile per non far precipitare l’Italia nel caos politico, economico e finanziario, è insensato. Perciò è un bene che con un atto parlamentare solenne si chiarisca davanti agli italiani chi è disposto a dare la fiducia al governo Letta e chi invece vuole ritirarla. Un voto che dissipi ogni equivoco. E che consenta alla pattuglia dei moderati del centrodestra di dimostrare apertamente un dissenso dalla linea autolesionista del leader. A carte scoperte, stavolta.


Svelato il piano: uccidere il nostro benessere
di Francesco Forte
(da “il Giornale”, 29 settembre 2013)

La crisi politica ha un sottofondo economico che sta emergendo in queste ore, nell’anima dei membri del Pd. Dario Franceschini, ministro per i Rapporti con il parlamento, annunciando che è ormai impossibile bloccare l’aumento al 22% dell’Iva (cosa non vera) sembra provare felicità.

È la teoria che risale all’indirizzo cattolico comunista, secondo cui la tassazione dei consumi di massa è una leva importante per combattere il «consumismo » cioè ridurre il benessere di coloro che, grazie al lavoro e al risparmio, aspirano a un tenore di vita dignitoso.

Altri del Pd sono felici di aumentare l’Iva, per ubbidire ai dettami della Cgil e della Confindustria, nella miope versione attuale, che vogliono 4 o 5 miliardi l’anno prossimo, per ridurre i costi fiscali del lavoro, come surrogato (effimero) alla riforma del lavoro basata su contratti aziendali e flessibilità. Non è spostando le imposte dai costi del lavoro ai consumi che si risolve il problema della produttività. Affermano che manca un miliardo per mantenere entro il 3% del Pil il deficit di bilancio del 2013. Come se su oltre 700 miliardi di pubbliche spese non si riuscisse a trovarne uno per scongiurare questo rincaro particolarmente inopportuno ora che si è accesa una fiammella di ripresa.
Non c’è solo questa diversità, consistente nella simpatia per le imposte, soprattutto quanto riducono il benessere privato, che rende doloroso per il Pd far parte di una «grande coalizione ». Questo tema si inserisce in una concezione complessiva dei rapporti fra lo Stato e il mercato. Il patto neo corporativo per cui sindacati e Confindustria si accordano e ciò che decidono vale come regola generale a cui tutti debbono sottostare è un altro aspetto di questa concezione che privilegia il principio di autorità rispetto alla libertà privata.

C’è una terza componente che caratterizza il Dna economico della attuale sinistra italiana, ed è la concezione del principio di legalità. La legge, il potere giudiziario e amministrativo, con decisioni discrezionali prevalgono sulla libertà economica dei privati. Così si è sostenuto, nel caso di Berlusconi, che essendo l’esclusione dal Parlamento una «sanzione amministrativa » e non penale, questa può essere retroattiva. Con tale logica le norme amministrative che limitano i diritti personali possono esser retroattive. Nel caso Berlusconi, la sanzione amministrativa riguarda la materia tributaria. Con logica gli obblighi tributari possono essere retroattivi, sebbene lo statuto del contribuente lo escluda. Nella teoria del Pd non ci sono principi generali del diritto vincolanti. La Costituzione, così, si interpreta a piacimento, essendo nebulosa. Ed ecco che si assumono i precari con un concorso ad hoc, non con quello regolare perché la Costituzione all’articolo 97 stabilisce solo l’assunzione «per concorso ». Si dimentica. Così, il principio di generalità e eguaglianza dell’articolo 3. La retroattività vale anche in materia di Opa: il governo starebbe studiando una legge da applicare al caso Telecom Italia per stabilire che il limite dell’Opa non è il 30 %, ma il 22% da applicare a Telco che ha tale quota. Il magistrato di Taranto può fare sequestri precauzionali di patrimoni produttivi, anche se ciò blocca le produzioni compromettendoli: si rimedia a ciò col giudice che autorizza di volta in volta l’utilizzo di tali patrimoni, se ciò è utile alla produzione. Così il giudice diventa amministratore delegato. Il peggio è che chi avalla queste concezioni non si rende conto che sono intrinsecamente illiberali e perciò sommamente nocive al benessere e alla giustizia sociale.


La crisi era inevitabile. Ora subito al voto per una vera stabilità
di Lucia Annunziata
(da “L’Uffington Post”, 29 settembre 2013)

Avevo scritto poche settimane fa, su questa stessa testata, all’indomani della condanna di Silvio Berlusconi che il governo Letta era finito. La ragione una sola: non si poteva obiettivamente tenere in piedi una coalizione fra due partiti il leader di uno dei quali viene condannato per frode fiscale in via definitiva.

Non è una questione di ideologie – scrivevo – cioè di destra e sinistra, né di emozioni. Il problema posto dalla condanna di Silvio Berlusconi è un fatto di etica pubblica. In ogni altro paese del mondo democratico, con qualunque governo, di sinistra o conservatore, la condanna di un leader avrebbe richiesto le presa di distanza del partito dal proprio capo condannato. E dal momento che fin dalla prima ora si poteva anticipare che il Pdl mai avrebbe preso le distanze dal proprio fondatore, la fine del governo Letta era scritta nelle cose.

Eppure per settimane non si è preso atto di questa realtà ovvia. Nel nome di una stabilità di governo, nel nome della difesa dell’economia italiana. La disperata difesa di questa linea di responsabilità è stata fatta da uomini e istituzioni molto rilevanti: il Quirinale innanzitutto, e molti importanti leader e commentatori politici. Silvio Berlusconi si è preso gioco di tutti loro. E speriamo che a questo punto si avvii una più seria riflessione su cosa sia la “responsabilità'” e la “stabilità” in un paese come il nostro.

Ma tutto questo è già parte dell’ieri. Oggi quel che conta è cercare di capire dove si va da questo punto in poi. Si è entrati infatti un un territorio del tutto sconosciuto. Il processo con cui si è arrivati alla crisi di governo appare in queste ore del tutto sorprendente. In giornata Napolitano aveva fatto quella che sembrava un’apertura alle richieste di Silvio Berlusconi annunciando che avrebbe chiesto al Parlamento un provvedimento di amnistia. Non più di un segnale, ma certo un gesto di buon vicinato.

Anche dalla parte del Pdl arrivavano segnali di fiducia; molti gli scontenti pronti a disubbidire alla richiesta di dimissioni di Silvio Berlusconi in nome di un atto di responsabilità. Si attendeva per fine giornata una nota dello stesso Berlusconi che rasserenasse gli animi. Invece la nota è arrivata ed è stata un maglio sul tavolo di qualunque trattativa. Sorpresa di tutti, compresa quella dei ministri berlusconiani.

Com’è potuto succedere? Non lo sappiamo bene, e forse non lo sapremo mai bene. Ed in fondo è irrilevante: la imprevedibilità del leader del Pdl è evidentemente il punto in cui si concentra la crisi del nostro paese. E’ un uomo provato, arrabbiato, determinato, e convinto di non doversi piegare alle decisioni della Giustizia, come il resto dei cittadini.

Difficile immaginare che qualcosa possa essere ricostruito con leader che ha tale inclinazioni e convinzioni. Speriamo dunque che nessuno si faccia una seconda illusione. La stabilità italiana è assicurata da due cose, come del resto in tutti i paesi del mondo: un governo con una maggioranza vera, che lo metta in grado di governare, e una seria ripresa economica, i cui termini non siano ostaggio (come si è visto da Iva e Imu) di trattative fra partiti. Si vada dunque a votare al più presto. Persino con questa legge, è meglio il voto di un governo in apnea durato alla fine solo cinque mesi.


Le tasse di Letta fanno cadere il governo
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 29 settembre 2013)

Ancora una volta – come succede da 18 anni a questa parte – politici e commentatori non hanno capito nulla. Pensavano, temevano o, a seconda dei casi, auspicavano, che Berlusconi avrebbe fatto cadere il governo come reazione alla sua vicenda personale.
Non è accaduto, nonostante una sofferenza e un senso di ingiustizia enormi. Non è accaduto per senso di responsabilità, come si usa dire con retorica in queste circostanze, ma soprattutto perché Silvio Berlusconi non ha voluto mettere a rischio l’unico patrimonio, dopo i figli, al quale tiene veramente: i suoi elettori. E seppur fondato, uno strappo con queste motivazioni era difficile da fare passare. Troppo alti, e quindi difficili, i ragionamenti da mettere in campo per essere capiti da milioni di persone, molte delle quali distratte e bombardate da una controinformazione di parte. Ma quando l’altra sera Letta e il Pd, stizziti come bambini viziati, hanno fatto saltare in Consiglio dei ministri il congelamento dell’Iva per ripicca alle dimissioni di solidarietà dei parlamentari Pdl, Berlusconi non ha esitato un minuto. Giocate con la mia vita – è stato il suo ragionamento – ma non con quella degli italiani. Che l’Iva non dovesse aumentare non era solo l’impegno preso con gli elettori, era il patto fondante del governo col Pd.

Come accade ogni volta che bisogna prendere decisioni dirimenti, il Cavaliere non ha aperto dibattiti né con le sue colombe né con i suoi falchi. Ha fatto colazione con la figlia Marina, l’avvocato di sempre, Niccolò Ghedini, e il coordinatore-amico Sandro Bondi. Poi ha condiviso con Alfano e gli altri ministri. Il comunicato (lo leggete qui a fianco), lo aveva già scritto. Prima di diramarlo ha avvisato i vertici del partito. Ancora una volta ha colto tutti di sorpresa, amici e avversari. Tra i primi, qualcuno si è sentito offeso per mancanza di collegialità, come se la democrazia interna fosse un continuo, estenuante e inconcludente parlarsi addosso. Pazienza. I secondi sono usciti di testa. Balbettano, da Letta a Epifani, che le tasse sono un alibi. Dire questo è essere in malafede, oppure cretini. Nel senso che non si conosce l’uomo e le sue semplici logiche mentali e decisionali. Basta una domanda semplice: che fine avrebbero fatto i non pochi voti di cui dispone se il Pdl avesse avallato una decisione che mette le mani nelle tasche degli italiani? Troppo semplice per menti complicate e annebbiate dalla politica fine a se stessa e intesa come potere per se stessi. Caduto Letta, cosa succederà non lo sappiamo. Ma oggi abbiamo una conferma: chi vuole più tasse è incompatibile con Forza Italia. Teniamolo ben presente per il futuro, spero prossimo.


Letto 3283 volte.


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Bart