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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Nubi sulla mia Roma

28 Ottobre 2007

racconto di Stefania Nardini

[E’ la prima autrice contemporanea tradotta in Ucraina con il suo romanzo Matrioska, Tullio Pironti editore, 2001]

Dedicato a Ciro
Mio   padre era un ministro della prima Repubblica.
Bussarono a casa la mattina alle sei. Di venerdi.
Sempre la stessa ora, sempre lo stesso giorno.

Mio padre non fuggi’. Resto’ a Roma. Qui, in questa casa che guarda le rovine su cui passeggiano i gatti vagabondi.
Gli erano venuti i capelli bianchi. E lo vidi piangere.
Mio padre era un ministro della prima Repubblica, quella che fondarono i padri. E non se ne fece mai una ragione.
La sentenza l’avevano già fatta.
Era condannato.
Mio padre non parlava più.
Soltanto un giorno usci’ di casa trascinato dal suo cane Nerone.
Una vecchia gli sputo’ addosso.
Abbasso’ gli occhi, si tenne lo sputo, e in silenzio si avvio’ verso il portone.
Arrivarono al mattino. Erano in tanti.
Gli misero le manette ai polsi come un delinquente.
Sotto il palazzo un capannello di persone.
I suoi grandi elettori. Quelli che avevano “avuto” e che in quell’alba gli tiravano monetine. Lo insultavano.
Insultavano anche me. Ero la figlia di un ministro della prima Repubblica.
A Roma faceva caldo. Tanto caldo.
Era venerdi, forse l’avevo detto. Preferivano arrestare il venerdi cosi’ c’era il week end. Due giorni in più di galera. Galera preventiva.
Quel giorno il telefono riprese a squillare. Erano quasi tutti giornalisti.
Gli amici erano scomparsi, era rimasto solo l’autista.
Mio padre aveva sbagliato. Come avevano sbagliato in tanti. E tanti avevano sbagliato di più. Avevano sbagliato con l’arroganza.
Mio padre era un ministro della prima Repubblica e si assunse tutte le responsabilità del suo partito.
Intanto arrestavano, arrestavano tutti. Qualcuno aveva scelto di suicidarsi. Altri se ne erano andati.
Se ne era andata la politica. C’erano i giudici. E la gente era contenta.
“Morte ai potenti”. La mia Roma ladrona era una cella. La bella prigione del Bel Paese.
Ladri, tutti ladri.
Mio padre era un ministro della prima Repubblica. Un ladro.
Un antifascista. Un vecchio con i suoi sogni bruciati.
Un ladro. Un carcerato di Regina Coeli. Con il colletto della camicia sbottonata. Le dita ingiallite dalle sigarette, la barba incolta.
Custodia cautelare. In attesa di un processo politico.
Eppure da ragazzina mi piaceva ascoltare le sue storie che parlavano di giustizia, di libertà.
Il ladro. Il carcerato. Ripreso dalle telecamere della televisione nella sua cella, come un mostro, come un animale in gabbia.
Io ero la figlia di un ministro della prima Repubblica e impazzii.
Lo spettacolo tirava. La gogna collettiva in una tempesta che non conosceva umanità, pietà.
Mio padre non aveva più la forza neanche di leggere un libro. In cella si faceva arrivare solo giornali. Giornali, giornali… era la sua ossessione.
Aspettava mio padre. Si era arreso all’attesa.
Si stava consumando in quell’attesa.
Il cancro lo stava consumando.
Gli diedero gli arresti domiciliari.
Dalla terrazza si perdeva con lo suo sguardo nel cielo illividito dalle nuvole.
Stette male.
Chiamai il suo medico e lo trasportai con urgenza in clinica.
Gli avevano messo le flebo quando gli notificarono l’evasione.
Era evaso agli arresti domiciliari.
Mi strinse la mano e sorrise.
Con un filo di voce mi disse di quelle tangenti al partito, e di chi era la responsabilità.
Nessuno seppe mai quei nomi da lui, tranne me.
Uomo d’altri tempi mio padre.
Poi il processo inizio’.
Telecamere, giornalisti, titoli, sputi, insulti e monetine.
Ma i giudici lo processarono in “contumacia”.
Perché mori’ nella sua stanza. Nella casa che affacciava sulle rovine dell’antica Roma dove gironzolavano i gatti vagabondi.
Mori’ con il Vangelo sul comodino.
La gente al funerale era tanta.
Come erano tante le prove che avevano iniziato a scagionarlo.
Quel giorno vennero tutti.
C’era Roma. Roma che lo salutava.
Io stavo in silenzio. In disparte.
La sera mi rifugiai nel suo studio. Il telegiornale parlava di lui nei titoli di apertura.
Nelle immagini nuovi e vecchi potenti.
La bandiera italiana.
Mio padre, era un ministro della prima Repubblica.
Gli fecero i funerali di Stato.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart