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Ora scrivo a lei, presidente Napolitano

16 Settembre 2012

La lettera è stata inoltrata oggi via e-mail

Al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Oggetto: Trattativa Stato-mafia

Sto seguendo con particolare interesse ciò che emerge e sta emergendo tanto presso la commissione Pisanu quanto presso il tribunale di Palermo circa l’oggetto, e non le nascondo di essere fortemente disgustato nello scoprire che importanti istituzioni potrebbero essere state verosimilmente coinvolte in una trattativa che umilierebbe il nostro Stato. Ma ciò che più mi sconvolge sono i vari tentativi che ancora vengono perpetrati per ostacolare la ricerca della verità. Testimonianze di ministri che reggevano importanti dicasteri negli anni in cui i fatti si avviarono e si svolsero, rilasciano oggi davanti ai magistrati inquirenti dichiarazioni contraddittorie e contrapposte. Alcuni addirittura dichiarano di non ricordare.

Da quanto sopra, mi sto convincendo che forti resistenze e una fitta rete di contraddizioni si stanno addensando sul processo onde inquinare e confondere le idee, per cui ho forti timori che una pagina così buia della nostra storia repubblicana rimarrà nascosta alla verità.

In questo guazzabuglio s’inserisce anche il mistero circa il contenuto delle telefonate intercorse tra la sua persona e l’ex presidente del senato Nicola Mancino, oggi indagato per falsa testimonianza e al tempo delle telefonate sospettato di aver mentito ai pm, e sottoposto pertanto a controllo, anche telefonico.

La mia età è tale, settant’anni, che mi permetto di dirle che ne ho viste tante nella storia del nostro Stato repubblicano, ma niente di così grave ed offensivo per i cittadini e la democrazia, al punto che mi sono perfino chiesto se non sia stato preso da un qualche furore patriottico, forse anche eccessivo, ma ho concluso che questo è l’unico modo che ho potuto trovare per essere in pace (per quanto sarà possibile) con la mia coscienza. Fossi stato giovane, forse avrei cercato altri canali per gridare la mia indignazione.

Non ho scritto solo a lei. Il 5 settembre ho inviato un fax al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, che può leggere qui,   e il 14 settembre al comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa contro il capo dello Stato, che può leggere qui, dopo aver letto della decisione di archiviare la denuncia presentata dall’avv. Carlo Taormina. Tale decisione mi è sembrata ispirata da fretta e superficialità, e ne do, nella lettera inviata per e-mail, le mie motivazioni.

Oggi scrivo a lei, che non solo rappresenta la massima istituzione, ma è anche l’oggetto di uno dei miei tanti risentimenti.
A lei, infatti, do la responsabilità di essersi adoperato poco a nulla per preservare la carica che ricopre dai sospetti inquietanti che la minacciano così gravemente. Il fatto di essere ricorso alla consulta nella palese ricerca di una immunità assoluta, ha alimentato in me, ma credo in molti cittadini, il dubbio che lei abbia commesso qualcosa di “scottante”, come ebbe a dire il senatore Luigi Li Gotti, e quindi, non tanto per la sua persona, ma per la figura istituzionale che ricopre e che appartiene non solo a lei, ma a tutti noi cittadini, e alla repubblica, incombe l’obbligo, che grava su di lei in primis ma anche su noi tutti, di contrastare ogni impedimento che minacci la trasparenza e la verità.

A questo riguardo, il suo perdurante silenzio – lo hanno fatto notare altri – non fa che aggravare i sospetti, e dunque è incomprensibile e dannoso lasciare che la più alta carica dello Stato (quella che deve garantire a tutti noi il regolare funzionamento delle istituzioni) resti in posizione di attesa nei confronti degli attacchi che ne minano la credibilità ed il prestigio. A mio avviso, lasciando inalterate le azioni già promosse attraverso l’avvocatura dello Stato, lei dovrebbe trovare il modo di parlare ai cittadini e riferire loro circa il contenuto delle sue telefonate con Nicola Mancino. Le poche e frettolose dichiarazioni rilasciate alla stampa, nelle quali si è limitato a definirle stupidaggini, o qualcosa del genere, non sono sufficienti, a mio avviso, a soddisfare l’esigenza di trasparenza e di chiarezza necessarie a qualificare al meglio l’istituzione che rappresenta.

Lo stesso insolito schieramento di forze che si è raccolto intorno alla sua persona su di una faccenda che ha molto di misterioso ed inquietante alimenta la percezione che si sia istaurato nel Paese un regime, e di tal forza che ai cittadini non è più consentito esprimere il loro punto di vista.

L’esempio più lampante è dato dall’isolamento in cui si cerca di porre il giornale il Fatto Quotidiano  e le sue firme di punta, in specie Marco Travaglio. Tanto per il quotidiano quanto per Travaglio non ho mai nutrito simpatia e il mio blog è pieno di critiche su entrambi, ma oggi sono dalla loro parte, poiché le prove e le argomentazioni che portano a sostegno dei loro sospetti sono molto forti, e sono, i loro, gli stessi sospetti che anch’io nutro. Non le nascondo che il mio pensiero è andato più volte al Watergate che portò alle dimissioni del presidente americano Richard Nixon e ho paragonato i nostri Antonio Padellaro e Marco Travaglio ai due giornalisti americani, i quali, come loro oggi, furono oggetto di insulti, irrisioni, insinuazioni e forti resistenze.

Non credo di fare cosa inutile se metto qui la sintesi che ho trovato su quella lontana vicenda, e ciò perché anche lei possa avvertire, come ho avvertito io, che molte circostanze di oggi possono davvero richiamare quella triste vicenda alla memoria di molti di noi:

“WATERGATE, SCANDALO

(1972-1975). La scoperta, da parte di due giornalisti del “Washington Post”, di attività illegali da parte dell’amministrazione del presidente Richard Nixon durante la campagna elettorale presidenziale del 1972, e il conseguente tentativo di ostruzione della giustizia da parte dello stesso presidente. La vicenda ebbe origine con l’installazione di un sistema di intercettazione telefonica nel quartier generale del Partito democratico presso il complesso residenziale  Watergate  a Washington, a beneficio del comitato per la rielezione del repubblicano Nixon, presidente in carica. Questi, accettando le dimissioni dei suoi collaboratori coinvolti, si dichiarò pubblicamente estraneo alla vicenda, ma uno di loro, durante il processo, lo accusò di occultare la sua partecipazione, dimostrata da registrazioni delle conversazioni presidenziali. Dopo una lunga battaglia procedurale furono rivelate anche illegalità nella raccolta dei fondi per la campagna elettorale, tentativi di evasione fiscale, riscossione di tangenti e altri reati. Travolto dall’apertura di un’indagine di amplissima risonanza pubblica da parte del Congresso e dalla messa in stato d’accusa (impeachment), Nixon annunciò le dimissioni l’8 agosto 1974.” (qui).
I giornalisti, li cito a loro onore, si chiamavano Bob Woodward  e  Carl Bernstein (scrivevano per il Washington Post),  e per loro “la pistola fumante” (smoking gun)  fu proprio, guarda caso, un nastro che si cercò di nascondere ma che fu alla fine scovato (qui).

Come vede, non è del tutto fuori luogo che qualcuno, per la vicenda in cui lei è coinvolto, possa anche avanzare l’ipotesi di una qualche similitudine, soprattutto ove il contenuto di quei nastri continuasse ad essere tenuto nascosto o quei nastri fossero addirittura distrutti.

Da qui la necessità che ella si muova in fretta e non attenda i tempi lunghi della consulta, la quale, anche se dovesse emettere la sentenza – come ho letto da qualche parte –   nel mese di novembre, arriverebbe comunque sempre molto tardi e nell’impossibilità di cancellare dubbi e illazioni.

Mi permetta, ora, di rappresentarle il modo in cui un cittadino normale ragiona di fronte ai documenti apparsi sulla stampa e al dibattito che ne è seguito, sperando che ciò la induca a rompere il suo terrificante silenzio. Per fare questo, però, mi è necessario entrare nel merito della vicenda, e dunque chiedo scusa sin d’ora per eventuali mie insufficienze non essendo un esperto di diritto.

La prova più forte a sostegno dei sospetti è rappresentata (sempre a mio avviso, e le scrivo con il cuore in mano) dalle intercettazioni depositate (e quindi pubbliche e rese note dalla stampa) tra il suo segretario giuridico, oggi defunto, Loris D’Ambrosio e l’ex presidente del Senato Nicola Mancino.

Converrà con me che in quelle telefonate vi sono passaggi inquietanti. A prescindere da quel “si faccia Natale tranquillo… tanto questi non arriveranno a niente… stanno facendo solo confusione…” (pag. 18 delle intercettazioni così come sono state trascritte e depositate), cito, ad esempio, quello che suggerisce a Mancino di prendere contatti con l’ex ministro Claudio Martelli, evidentemente per concordare una testimonianza meno contrastante tra i due (pag. 35); oppure quando D’Ambrosio, leggendo a Mancino (e perché mai questo privilegio?) la bozza di lettera che lei poi farà scrivere il 4 aprile 2012, ne spiega il senso dicendo che essa praticamente sollecita il procuratore generale della cassazione a muoversi e a far valere i suoi poteri sul procuratore nazionale dell’antimafia Pietro Grasso. Faccio notare quanto sia sibillina la frase che D’Ambrosio pronuncia a pag. 41, riferendosi al significato da dare alla lettera scritta al procuratore generale uscente Esposito: (la lettera) “ti dice: esercita i tuoi poteri anche nei confronti di Grasso”. Ossia, vedi di smuovere la ritrosia di Grasso ad intervenire.

Infatti, è proprio quello che succederà nei giorni seguenti, quando il procuratore capo della cassazione chiamerà al telefono Grasso suggerendogli addirittura l’avocazione (dopo averne accennato già a pag. 17, D’Ambrosio arriva, alla fine, ad ipotizzare anche questo a pag 53), come lascia intendere la risposta scritta di Grasso a Ciani, subentrato ad Esposito. Le ricordo che nelle intercettazioni (pagg. 39 e 44), D’Ambrosio riferisce a Mancino di aver preso contatti a voce non solo con l’uscente procuratore generale Esposito, ma anche con l’entrante Ciani, il cui contenuto segreto autorizzerebbe ad alimentare altri sospetti. Lo stesso Mancino dichiara addirittura di avere preso contatto con l’uscente Esposito (pag. 48). Perciò, la stessa lettera, da lei resa pubblica al momento in cui principiavano le voci critiche nei confronti del Quirinale, si rivela, per le cose dette da D’Ambrosio (pagg. 39, 40 e 41) e per i fatti che ha provocato, una lettera che potrebbe lasciar dubitare di avere due contenuti, uno formale ed in superficie, ed uno sotterraneo. Un vero guazzabuglio, come vede, non certo commendevole e rituale.

Infine, D’Ambrosio, nelle intercettazioni depositate agli atti, non fa che ripetere a Mancino che egli è in contatto con lei e lei è a conoscenza di ciò che i due si dicono (esempi fra i tanti a pag.33, a pag. 42 e a pag. 52).

Da questi esempi, e tenuto conto che lei non ha mai preso le distanze dal suo consigliere (come invece fece Nixon, che li cacciò nel tentativo disperato di scagionarsi) converrà che non si può affatto escludere che lei fosse a conoscenza del contenuto delle telefonate tra il suo consigliere giuridico e Mancino, e dei comportamenti complessivi nella vicenda del suo consigliere giuridico, e che li approvasse, non avendoli vietati né avendo rimosso D’Ambrosio dal suo incarico.

Questa sua probabile compartecipazione (si legga alla pag.33) lascerebbe anche aperta l’ipotesi che il senatore Mancino, tanto smanioso di trovare un aiuto ed una posizione più dignitosa nel processo, non possa aver taciuto con lei, nelle sue telefonate dirette, la sua richiesta di aiuto e abbia ripetuto quindi le stesse cose che andava dicendo con insistenza a D’Ambrosio. Nessuno, mi creda presidente, crederà mai che tra lei e Mancino ci si sia limitati a chiedere notizie sulle condizioni di salute delle rispettive famiglie o a scambiarsi gli auguri di Natale o di Pasqua. L’ansia, la disperazione e il fervore che animavano Mancino quando parlava al telefono con D’Ambrosio (esempi pagg. 28 e 52), non potevano essersi squagliati nel nulla allorché finalmente Mancino ha potuto parlare, non per via mediata, ma direttamente con lei. Lo stesso D’Ambrosio incoraggia Mancino a parlare con lei della vicenda, consigliandogli di non limitarsi ai soli auguri, in questo caso di Buona Pasqua (pag.44: “No, lei può dire, lei lo può dire che ha saputo della lettera che le è stata mandata, che è stata mandata al Procuratore Generale).

Insomma, le intercettazioni depositate lasciano molti spiragli aperti ad una interpretazione malevola nei suoi confronti.

Mi permetta di dirle, presidente, che lo schieramento massiccio di forze a sua difesa non serve e non servirebbe a niente, se il tentativo fosse quello di nascondere la verità. I dubbi sui suoi comportamenti resterebbero per il semplice fatto che non poggiano sulla polvere, che il vento può spazzar via, ma su documenti e su fatti sui qualila Storia saprà far luce.

Quindi la invito a parlare agli italiani, e a dire loro la verità, al più presto, qualunque cosa possa costare. Non starebbe a me dirlo, ma le istituzioni devono sempre ed in ogni circostanza servire la verità, la sola per la quale vale la pena battersi, anche se dovesse costarci caro.

Voglio aggiungere che l’eventuale e paventata distruzione dei nastri, come da lei richiesto alla consulta, rappresenterebbe, a mio avviso, una barbarie di Stato poiché sottrarrebbe agli studiosi materiale utile (e le sue telefonate e quelle di D’Ambrosio lo sono diventate) per arrivare alla verità su uno dei periodi più infamanti della nostra vita repubblicana.

Mi attendo di vederla e di ascoltarla in tv a chiarire a tutti noi (non crede che ne abbiamo diritto?) l’incresciosa vicenda.
In fede.

(segue indirizzo e recapito telefonico)

Lucca,16 settembre 2012

P. S. Come ho fatto per le altre due lettere inviate al procuratore capo di Palermo e al comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa, pubblicherò anche questa lettera sul mio blog


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