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Per i papponi e i lecchini non cambierà nulla

14 Ottobre 2012

Due anni fa scrivevo un articolo dal titolo “La condanna della Fininvest e il colpo di Stato paventato da Brunetta”, poiché nell’aria già soffiava un vento di questa natura.

Sappiamo come il governo legittimamente eletto dai cittadini sia stato rimosso due anni dopo con un governo del presidente non passato al vaglio degli elettori.
Ieri un articolo di Piero Ostellino, apparso sul “Corriere della Sera”, suggerisce una riflessione molto vicina a quella di Renato Brunetta. Ostellino dice, in sostanza, che questa classe dirigente rimarrà a galla, con tutti i suoi privilegi, attaccandosi alla zattera di Mario Monti. Ossia il passaggio elettorale sarà ancora una volta preso a pesci in faccia, e l’elettore tornerà ad essere gabbato.

Questo è il motivo per cui la povertà che dilaga nel Paese e la sua mortificante desertificazione in realtà colpiscono unicamente i normali cittadini, gli artigiani, i commercianti, la piccola industria, mentre i papponi e i lecchini continueranno a star seduti, comodi e ben pasciuti, alla stessa tavola imbandita.
Stritolati dal magna tu che mangio io, i cittadini continueranno a pagare le scostumatezze e le ruberie di chi si ingrasserà e si divertirà a spese nostre, con in più il piacere di prenderci per i fondelli.

Si può sperare che attraverso le elezioni si possa cambiare questo Paese? Alcuni ce lo prometteranno, ma saranno le stesse persone che ci hanno gabbato. Guai a crederci. Leveranno il canto delle sirene, ma noi, come i marinai di Ulisse, dovremo metterci la cera nelle orecchie, poiché quelle che usciranno dalla loro bocca saranno soltanto vuote parole.
La verità è che le istituzioni sono marce, perché a farle marcire sono stati gli uomini che le rappresentano.

Il costituzionalista Paolo Arrmaroli ci ha dato ieri una lezione, che definire stravagante è fargli un complimento. In pratica, ci ha ammonito di non prendere cantonate,  poiché ciò che scrive la procura di Palermo nella sua difesa contro il ricorso alla consulta di Napolitano è il prodotto di una insufficiente analisi e, in sostanza, di impreparazione. Sostiene Armaroli che le telefonate di Napolitano non possono che rientrare tra le sue funzioni istituzionali, in quanto Napolitano “È il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di in ­fluenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che tem ­porale, della Repubblica. Ed è pro ­prio quella sua funzione pedagogica che emerge da quelle telefonate.” Pare un’ispirazione venuta in un momento di intensa ascesi. Viene da domandarsi se Armaroli sia venuto a conoscenza del  contenuto di quelle telefonate, visto che ne parla con tanta sicurezza. Ad Armaroli non viene in mente che, in forza della stessa durata delle telefonate (sempre di vari minuti), i due interlocutori di cose se ne siano dette tante, non solo, ma alla luce di quanto si dicevano Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino (il quale era tanto mai preoccupato da non riuscire a dormire la notte) è molto difficile che si scambiassero gli auguri di Natale e di Pasqua, come pure è molto difficile che Napolitano facesse della pedagogia con l’ex presidente del Senato, che di incarichi istituzionali è più che un veterano, potendo dunque fare a meno delle lezioni del capo dello Stato. Al quale, proprio per questo, non gli sarà passato nemmeno per la testa di impartire lezioni pedagogiche ad uno che, per aver militato nella Democrazia cristiana, ne sapeva più di lui. È possibile che a Armaroli non sia venuto in mente che le telefonate tra Napolitano e Mancino potessero avere un qualche collegamento con ciò che si dicevano Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio,  il quale chiamava continuamente in causa Napolitano e invitava il suo interlocutore a telefonargli, come infatti è avvenuto?

Nella difesa della procura sta scritto che quando si è parlato di parole irrilevanti emerse dalle telefonate secretate il riferimento era al solo Mancino, mentre nessuna valutazione è mai stata fatta sulle parole che Napolitano ha usato con Mancino. Ergo: ciò non esclude che esse possano essere state eccessive o meglio “scottanti”, come ha sospettato sin dall’inizio il senatore Luigi Li Gotti.

Insomma, questo è ciò che passa il  convento. E mi sembra che ci sia poco da stare allegri.


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Bart