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Perché Renzi è il liquidatore di Berlusconi e Bersani

27 Novembre 2012

di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 27 novembre 2012)

Quando Silvio Berlusconi dice che il Pd con Matteo Renzi può diventare «un partito socialdemocratico » non è lontano dalla realtà ma, come spesso gli capita, non la racconta tutta perché il sindaco di Firenze è l’avversario che non vorrebbe mai avere davanti. Renzi ha qualità che annullano le possibilità di Silvio di scendere in campo e di Bersani di governare a lungo. Vediamole.

1. Renzi è giovane. Nessun nonno, per quanto Cavaliere, vince la sfida con il nipote, in questo l’anagrafe è un dato micidiale perché si sposa con parole (e immagini) come energia, vitalità, novità, freschezza, contemporaneità, avvenire. Matteo è una storia che comincia, gli altri sono i titoli di coda di un film già visto;

2. Renzi è oggi e domani. E questo rievoca l’eterna disputa tra «gli antichi e i moderni », tra il passato e il futuro, tra quello che c’è oggi e ci sarà domani e quello che c’è stato e non ci sarà più. Nessuno affida il suo destino sospirando «ai bei tempi andati ». La politica in questo è inesorabile: non si fa con il passato;

3. Renzi è un rottamatore. La sua opera è quella di un picconatore della nomenklatura postcomunista. Viene dalla cultura cattolica, non è mai stato un compagno ma al limite un «televisionaro » e dunque a suo agio nel linguaggio contemporaneo fatto di pixel e non di testo, di immagine e non di pagine, di scompaginato visionario e non impaginato preordinato;

4. Renzi è un leader nascente. Esattamente il contrario di un leader calante (scegliete voi quale), e dunque ha il virus contagioso dell’entusiasmo, la costruzione al posto della distruzione, la narrazione e non la pedante elencazione, la fantasia al posto della ragioneria, l’estro senza il maldestro;

5. Renzi è il destro a sinistra.Milita in un partito da pubblicità progresso ma non ha nessuno dei tic, dei vezzi e degli schiamazzi del progressismo rococò. Non adora il totem della Cgil, la dice giusta sul lavoro, ha una famiglia che mostra in pubblico ma senza esibizione, fa l’americano ma ci crede solo un po’, è più Pieraccioni che Obama, è calcetto e non baseball.

Per queste semplici ragioni Berlusconi non può fare il tifo per Renzi. È il tasto «reset » del computer. Cancella tutto. E tutti. Con lui si rischia di entrare nel Ventunesimo Secolo. E per questo gli elettori del Pdl lo voterebbero. Renzi è l’Altro. Tutto questo, ovviamente, non basta a fare di lui un leader, l’uomo e lo statista devono farsi (e anche un po’ disfarsi), ma certamente Renzi è quello che né Berlusconi né Bersani possono più essere perché sono un altro mondo che già non c’è più. Destino di un Renzi: il Cavaliere lo elogia per esorcizzarlo, il segretario lo imbriglia per fermarlo, il centrodestra lo desidera senza averlo. Per ora.


Renzi e il dilemma di fronte al Rubicone
Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 27 novembre 2012)

Chiunque fosse al posto di Matteo Renzi si lascerebbe cogliere dalla suggestione di usare il secondo turno delle primarie del Pd come trampolino di lancio per una avventura tesa a sparigliare le carte della politica italiana ed a porsi al centro della scena politica nazionale. A spingerlo in questa direzione non sarebbe solo la considerazione dell’inevitabile sbocco del ballottaggio verso un asse Bersani-Vendola teso a richiuderlo nel recinto fiorentino in attesa di fortune (o più facilmente sfortune) future. Ma anche la certezza che lo spostamento a sinistra del Pd, conseguenza inevitabile dell’alleanza tra il segretario ed il leader di Sel, aprirebb uno spazio politico estremanente ampio nel panorama politico italiano trasformando chi sarebbe pronto ad occuparlo raccogliendo consensi dal centrosinistra riformista al centrodestra liberale e democratico, nel punto di riferimento naturale della maggioranza degli italiani. Ma Renzi è in grado di trarre il dado e traversare il suo Rubicone? La questione non riguarda tanto la volontà del sindaco di Firenze. Che è già stata dimostrata abbondamentemente dalla sfida, che all’inizio appariva impossibile e velleitaria, lanciata non solo a Pierluigi Bersani ma soprattutto all’inamovibile ed immodificabile gruppo dirigente del partito. La questione riguarda solo le possibilità concreta che il passaggio del Rubicone da parte di Renzi porti effettivamente alla conquista del potere a Roma o ad una sorta di guerra civile della sinistra destinata a favorire la resurrezione del Lazzaro berlusconiano. Il dilemma è aperto. Perché è fin troppo evidente come lo sbilanciamento a sinistra del Pd dovuto al condizionamento di Bersani da parte di Vendola possa spianare la strada ad un Renzi alfiere della bandiera della rottamazione di un vecchio modo di fare politica, che a sinistra è quello immodificato dagli anni ‘70 della Cgil e degli eredi del vecchio Pci. Ma è altrettanto innegabile che se Renzi dovesse decidere di reagire al blocco operato nei suoi confronti dalla tradizionale nomenklatura post-comunista e conservatrice della sinistra, andrebbe incontro al rischio con cui si sono dovuti misurare tutti coloro che hanno avuto l’ardire di sfidare da posizioni riformiste il moloch dell’ortodossia marxista o post-marxista. Passato il suo Rubicone, in sostanza, Renzi si troverebbe a combattere contro un nemico reale ed agguerrito formato dalla sinistra tradizionalista e contro un nemico irreale, ma ancora più pericoloso di quello concreto, formato dalla scomunica per tradimento e passaggio al nemico.

Renzi, in altri termini, finirebbe come Saragat prima e come Craxi poi. Bollato come un avventuriero al servizio del capitale finanziario (accuse in questo senso sono già partite) o delle sue ambizioni talmente sproporzionate da trasformarlo in un secondo Cavaliere nero. È disposto il sindaco di Firenze a giocare una partita contro questo nemico incorporeo che in passato ha fornito dimostrazioni evidenti di micidiale efficacia? È pronto a sfidare una tradizione perversa che condanna la sinistra riformista a rimanere subalterna e succube di una sinistra massimalista minoritaria nel paese ed incapace di preparare un futuro di innovazione e di modernità per la società italiana? Se lo fosse, il finale della Seconda repubblica potrebbe diventare meno oscuro di quanto possa apparire al momento.


Crisi, l’Ocse taglia ancora le stime sul Pil italiano e chiede il Monti-bis
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 27 novembre 2012)

Uno dei principali motivi di incertezza, secondo l’Organizzazione, riguarda “il dopo aprile 2013” e quindi l’esito delle elezioni e se il governo italiano sarà capace “di mantenere il risanamento dei conti pubblici e le riforme strutturali”
L’Ocse  vede sempre più nero per l’Italia. Nell’ultimo  Economic outlook, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha rivisto al ribasso le stime per il  Pil italiano  nel 2012 e 2013, prevedendo una contrazione rispettivamente del 2,2% e dell’1%, contro il -1,7% e -0,4% stimato nel maggio scorso. Questa “crescita debole metterà ulteriore pressione negativa su occupazione, salari e prezzi”, spiegano da Parigi.  Nel 2014 il pil dovrebbe tornare a crescere a +0,6 per cento. Quanto al mercato del lavoro, per fine anno è previsto un tasso di disoccupazione al 10,6%, destinato a salire all’11,4% nel 2013.

Nonostante le riforme strutturali in Italia per il ritorno alla crescita e il risanamento dei conti pubblici “sono ben avviate” l’attività economica in Italia “dovrebbe continuare a contrarsi nel breve tempo” come conseguenza della stretta di bilancio, dell’indebolimento del clima di fiducia e della stretta creditizia, spiega l’Ocse che stima un ritorno alla crescita “nel corso del 2013” se il Governo conseguirà gli obiettivi di bilancio per il 2013 e il 2014. L’Organizzazione parigina ritiene che sia necessario “un ulteriore  inasprimento fiscale  nel 2014 per raggiungere gli obiettivi di riduzione del debito pubblico” dell’Italia, “che è entrata nella sua seconda recessione grave in tre anni”.

Le riforme sul lavoro e gli interventi sulla produttività approvati dal Parlamento negli ultimi dodici mesi, sottolinea l’Ocse, “sono impressionanti” ma vanno “costantemente e fortemente implementati se si vuole produrre dei risultati”. Una volta a regime i provvedimenti, che puntano a risolvere i problemi della bassa crescita economica e dell’alto livello del debito pubblico, “dovrebbero contribuire a tirar fuori l’economia italiana dalla stagnazione che ha registrato negli ultimi decenni”. L’Ocse, nel rilevare che la Costituzione italiana “è stata modificata in modo da prevedere il  pareggio del bilancio”, evidenzia come la spending review “contribuirà al necessario risanamento dei conti pubblici”. L’Italia, poi, osserva l’organizzazione internazionale, “è stata anche aiutata dalle azioni decise dall’area dell’euro”: l’istituzione dei fondi di salvataggio Efsf e Esm “hanno avuto come effetto immediato la riduzione dello spread”.

Il risanamento dei conti pubblici, però, ha contribuito “ad indebolire la domanda interna” e ha favorito “in calo dei consumi privati”, i cui livelli sono i più bassi mai registrati dalla seconda guerra mondiale. Anche il clima di fiducia delle imprese “è basso”. Il rallentamento economico in Italia, poi, “ha messo sotto pressione il settore finanziario: i  crediti in sofferenza  sono alti e in aumento” e si registra una “stretta creditizia”. Le diverse misure adottate nella seconda metà del 2012, tra cui l’introduzione dell’Imu e la spending review, “dovrebbero contribuire alla riduzione del rapporto deficit/pil che nel 2011 era del 3,8%”.

Tuttavia, rileva l’Ocse, il disavanzo “dovrebbe superare il 2,6% del pil previsto dal governo”. Per il 2013 e il 2014 l’Ocse prevede che il governo raggiungerà i suoi obiettivi di equilibrio strutturale anche se il debito pubblico “continuerà ad aumentare nel periodo in esame”, e quindi fino al 2014. Nonostante il forte calo della produzione nel corso dell’ultimo anno, osserva l’Ocse, “l’occupazione è rimasta notevolmente robusta finora anche se la disoccupazione è aumentata a causa della maggiore partecipazione” al  mercato del lavoro  in Italia. La debole crescita economica “dovrebbe contribuire a fare aumentare il tasso di disoccupazione che toccherà quasi il 12% nel 2014”. Il rallentamento della crescita dei salari e la riduzione dell’inflazione, invece, dovrebbe permettere in prospettiva “un aumento delle esportazioni”.

Uno dei principali motivi di incertezza, sottolinea l’Ocse, riguarda “il dopo aprile 2013” e quindi l’esito delle  elezioni  e se il governo italiano sarà capace “di mantenere il risanamento dei conti pubblici e le riforme strutturali”.  Un ritorno indietro, sottolinea l’organizzazione internazionale, “danneggerebbe il clima di fiducia del mercato e la crescita”. Un altro rischio “è che il saldo di bilancio migliori meno di quanto previsto nel 2012, nonostante le misure introdotte nella seconda metà dell’anno”. Inoltre, conclude l’Ocse, “l’intensificazione dello stress nel mercato finanziario e la riduzione della leva finanziaria delle banche potrebbero accentuare eccessivamente la stretta creditizia e creare ripercussioni negative sulla crescita”. Al contrario “il miglioramento nelle politiche strutturali potrebbe far crescere il clima di fiducia degli investimenti e la performance del mercato del lavoro potrebbe essere migliore del previsto”.


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Bart