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PITTURA: CRISTOFANI o del nuovo linearismo

24 Ottobre 2010

di Mario N. Ferrara

    Pochi artisti sembrano più facili da definire di Mauro Cristofani (la sua galleria di quadri qui). Egli stesso sembra volerci aiutare: – è il primo a nominare Beardsley, per esempio, per stabilire una sua ascendenza. E voi consentite subito; con una certa sufficienza, magari, se non ci avete pensato per conto vostro. Poi lui vi fa anche il piacere di mettervi sotto gli occhi le ultime edizioni, inglesi e francesi, del sottile e ambiguo Aubrey. E allora incominciate a notare che il paragone è troppo semplice; qui c’è tutt’altra sottigliezza, tutt’altra ambiguità. L’audace artista inglese sarà anche più fine, ma Cristofani è più impetuoso e di razza nettamente toscana; non dalla parte del signor Leonardo o del suo grande e avverso confratello, ovviamente – ma d’un filone che dagli etruschi scorre via, lambendo certi vasi greci, sino al disegno modulato tutto d’un fiato dei Pontormo o dei Modigliani.

    E più guardate le immagini create da Cristofani, più netto si fa il dubbio; nessuno può mettere in forse l’eleganza spigliata e raffinata di Beardsley – ma questa è un’eleganza più severa e incontentabile, più impetuosamente sorgiva e, a un tempo, più di testa. E quando vi trovate davanti ad uno dei suoi tanti gatti dipinti, cominciate ad accorgervi che in lui c’è parecchia malizia lucchese – di quella buona per fortuna, di quella che, di tanto in tanto, si contenta di gatti come questi…

    Eh, no, la belle époque non avrebbe mai figliato un gatto del genere; “prezioso”, certamente, ma un gatto tutto disincantato, forse perché – pur avendo conosciuto Aladino e i tappeti volanti -, con le sue sette vite, ha già fatto in tempo a fare una capatina dalle parti di Picasso. E allora, anche, notate come il preziosismo di Beardsley sia tutto connaturato alla sua epoca e al suo stile, alla sua fantasia e alla sua scorrente spigliatezza; mentre, in questo artista, paziente e insofferente, il “prezioso” copre, invece, una rattenuta violenza che affiora via via con armoniosa contentezza, sempre più nettamente liberandosi dagli ornati e da alcune eccessive volute del primo periodo; conservando solo quelli che meglio possono mettere in evidenza un contrasto o velare quanto ancora l’artista non vuol dire.

…

    Se guardate i più intensi dei suoi nudi – e ne assimilate le modulazioni, scoprite quasi improvvisamente che in questa profusione di gemme e di cose belle e preziose, in questa esplosione controllata di naturale sensualità, in fin dei conti scarsa è la vera gioia. L’autore è sempre presente a se stesso – qualche volta troppo – e non dimentica di “misurare” un gesto o un grido, un’espressione o uno scatto. Il distacco produce spesso l’ironìa; a volte cerca il grottesco; il piacere è quasi sempre a limite d’una domanda – e di là c’è l’ignoto; che può essere liberazione, ma passa attraverso un vaglio severo che non esclude la sofferenza. Nelle composizioni più “vere”, i nudi e il loro intreccio hanno qualcosa di misterioso, di angoscioso a volte, un inestricabile moto di realtà viventi di cui s’ignora la sostanza e il fine. Sono i suoi lavori più belli.

…

    Ma questo artista che vuol essere nella quotidiana vita la semplicità nuda e schietta, ammira anche, e senza pudore, la regalità gemmata dei pavoni, si estasia agli strascichi sontuosi dei vanitosi pappagalli e alle sete ingioiellate delle farfalle iridescenti; sogna i veli più trascoloranti e le acconciature più sofisticate per certe sue amorose creature. E riesce a farne arte.


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