Michele Cascella

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 28 novembre 1969]

A settantasette anni trepi ­dante e inquieto come un ra ­gazzino, quasi fosse la sua pri ­ma mostra e non ne avesse in ­vece fatte ormai centinaia in ogni parte del mondo, ieri, in mezzo a questa parete, era so ­speso un bellissimo San Cle ­mente di Casauria, oggi c’è una giovinetta distesa. E’ stato lui, « zio Mec » (Mecchele Cascella, all’ortonese) che ha ese ­guito di soppiatto la sostituzio ­ne, ma non è ancora tranquil ­lo. « Tu che ne dici? La toglia ­mo o la lasciamo? ». « Mah â— faccio io perfidamente â— quasi quasi la toglierei ». Ed ecco che Cascella si precipita di là, nel magazzino, e ne ritorna con una grande Ortona sotto la neve che mette i brividi tanto è per ­corsa da gelidi venti.

Sono ben 145 opere tra pa ­stelli, acquarelli, tempere ed oli, che tutti non ci stanno nella pur vastissima galleria Levi in via Montenapoleone 12, così che ne verrà fatta una rotazione. Più una trentina di disegni gio ­vanili, esposti nell’altra piccola galleria adiacente. Sessant’anni di lavoro, perché si comincia dal 1907. Ed è qui, per i dise ­gni e i quadretti di ragazzo, che la modestia accenna a ve ­nire meno. « Guarda ‘sti fií³ri, che ne dici?, eppure Morandi non esisteva ancora. E questo, dico, se portasse la firma di Klee … ». C’è il gusto, l’aria del ­l’epoca, eppure si vede a poco a poco spuntare il personalissimo stile; ed ecco, del 1923, una penna-acquarello ormai ti ­picamente cascelliana, con quei tratti mossi e vibrati che fan ­no da telaio al colore, e che si ritrovano anche negli ultimi dipinti.

E’ così nota, soprattutto a Milano, la pittura di Michele Cascella che si può dire entra ­ta addirittura nel nostro costu ­me. Ma, guardando i quadri fatti negli ultimi tempi in Fran ­cia e in California, ho capito per la prima volta una cosa: si tratti di una strada di Monterey o dell’avenue dell’Opéra, si sente che il pittore non so ­lo ha visto e assimilato le ap ­parenze visibili del luogo, ma ci è vissuto. Possono esserci dei paesaggi dipinti stupendamen ­te ma soltanto come puro fat ­to pittorico, senza questa par ­tecipazione personale. La quale conferisce alla visione un par ­ticolare incanto che si può de ­finire intimità.

Tutto ciò avviene grazie alla meravigliosa naturalezza del ­l’uomo e dell’artista Michele Cascella, il quale ha girato e gira per il vasto mondo ma non si camuffa né si mimetiz ­za in alcun modo, non posa a cosmopolita, non fa il minimo sforzo per imparare la lingua del posto o per attenuare l’accento abruzzese. Insomma è sempre rigorosamente lui, Mec, o Michelone, o Mister Chescila, o Monsieur Caselà, e questa mi ­racolosa disinvoltura o disponi ­bilità umana che è insieme clas ­se, semplicità d’animo e forse anche orgoglio, fa sì che in qualsiasi contrada straniera egli si trovi subito a suo agio e pos ­sa appunto dipingere piazze, case, campagne e marine come se ci avesse passato lunghi e lunghi anni di vita, di sentimen ­ti e di lavoro. E i suoi quadri, di conseguenza, danno un suo ­no autentico e singolarmente cordiale.

Della stessa impavida schiet ­tezza è tutta nutrita l’autobio ­grafia stampata da Garzanti con prefazione di Leonardo Borgese, in coincidenza con la grande mostra milanese e che gli amici aspettavano da molti anni: « Forza zio Mec ». Inten ­diamoci, la ingenuità, l’inespe ­rienza della penna fa addirit ­tura tenerezza in confronto alla bravura del pennello.

Ma proprio il candore è l’at ­trattiva del libro, in cui si al ­ternano continuamente le re ­centi esperienze americane coi ricordi d’infanzia e di giovinez ­za, dominati dalla grande figu ­ra del padre, Basilio, pittore, come erano artisti anche i fra ­telli Gioacchino e Tommaso, e sono artisti i nipoti Pietro e Andrea. « Alla mia età â— scri ­ve Cascella â— mi sento final ­mente libero, credo di potermi voltare indietro con sufficiente obiettività, di avere imparato a considerare serenamente i fat ­ti e le cose, senza cioè dovermi rimirare allo specchio, come un attore prima del suo ingresso sulla scena ». Ed è vero.

Innumerevoli, naturalmente, in questa « lunga inchiesta sul passato », gli episodi, singolari, comici o patetici. Di gran lun ­ga il più bello è la storia di un grande quadro che il padre, nel 1904, mandò alla Biennale di Venezia. Basilio ci aveva lavo ­rato un paio d’anni. Era inti ­tolato II bagno della pastora e la moglie aveva posato nuda per lui, protetta da un recinto costruito apposta nello stabili ­mento cromolitografico Cascel ­la di Pescara. Come pastore in ­vece aveva posato Vincenzo Bucci, scrittore abruzzese che fu poi per molti anni critico d’arte al Corriere della Sera.

Era una tela di dimensioni imponenti che sembrava pro ­mettere giorni di gloria. Fu la ­boriosamente imballata, e il giorno della spedizione ci fu una piccola festa in famiglia con fiaschi e « pizzelle ». Dopo ­diché cominciò l’attesa.

Ma da Venezia non arrivò nessuna notizia. E « tutte le ri ­cerche si insabbiarono ».
Finché, sessant’anni dopo, una stazione di smistamento nei pressi d’Ancona chiese in ­formazioni a Pescara: da tem ­po immemorabile giaceva lag ­giù una grande cassa che ri ­sultava spedita da un certo Ba ­silio Cascella. Il figlio Tomma ­so andò a vedere. E dal casso ­ne, paurosamente incrostato di polvere, uscì il quadro, intatto.

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