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«Presidente, siamo colpevoli ». E strappano il sì a Napolitano

21 Aprile 2013

d Marzio Breda
(dal “Corriere della Sera”, 21 aprile 2013)

ROMA – «Presidente, ci aspettiamo che lei ce le canti e ci dica che siamo tutti colpevoli perché ce lo meritiamo. Avrebbe pienamente ragione, lo sappiamo bene. Ma, premesso questo, adesso la preghiamo di fare un altro passo di generosità e di voler riconsiderare la sua indisponibilità a una nuova candidatura. Le domandiamo insomma di restare, l’Italia ha ancora bisogno di lei, un bisogno assoluto… ».

È con queste parole che sabato mattina il segretario dimissionario del Partito democratico si è rivolto a Giorgio Napolitano, per chiedergli quel bis al Quirinale che lui ha escluso infinite volte. «Per motivi di anagrafe, per la fatica del ruolo e per coerenza con una regola non scritta », aveva spiegato, alludendo al fatto («non casuale ») che nella storia repubblicana nessun suo predecessore è stato prima d’ora riconfermato nell’incarico. A pressarlo adesso è però un Pier Luigi Bersani che gli appare distrutto, spossato, svuotato di ogni energia come il capo dello Stato non l’ha visto mai. Soprattutto, ferito nel profondo, depresso e bisognoso di sfogarsi come si farebbe in una seduta d’autocoscienza. Certo, negli ultimi tempi ha sbagliato parecchie scelte, il leader dimezzato del Pd. Infilandosi da solo nei guai. Ma quando gli racconta quale incubo ha vissuto negli ultimi giorni, con i dirigenti del partito che alla mattina gli assicuravano che avrebbero votato compatti un nome concordato all’unanimità e alla sera tradivano clamorosamente il loro impegno, beh, il presidente si avvilisce e s’indigna lui pure.

Su questa rincorsa di ipocrisie, slealtà, atti di bullismo politico e intrighi cannibalistici che hanno portato il centrosinistra sull’orlo della dissoluzione si è dovuto arrendere Bersani. Ma non può arrendersi il Paese, paralizzato in una crisi di sistema che va comunque molto oltre i confini del Partito democratico.

Siamo in una sfera di pericolosissima sospensione, senza un governo da un paio di mesi e impotenti a eleggere un capo dello Stato all’altezza delle sfide che ci aspettano: presidente, ci ripensi… Ecco il tenore delle telefonate che tra venerdì notte e sabato mattina, dopo la bruciante bocciatura di Romano Prodi, sono arrivate a Napolitano, tormentandolo profondamente e determinando la svolta. Ed ecco perché è cominciata la processione dei capi partito (di quello del Pd e poi di Berlusconi per il Popolo della libertà, di Maroni per la Lega Nord, di Mario Monti per Scelta civica), che si sono presentati sul Colle con il cappello in mano, seguiti da una delegazione di 17 «governatori » regionali, quasi a dimostrargli che era l’Italia intera a chiedergli di rimanere al suo posto.

Qualcuno rievoca davanti a lui la drammatica elezione di Oscar Luigi Scalfaro, ventuno anni fa – votato dopo 12 interminabili giorni, al sedicesimo scrutinio, ma come una sorta di «effetto collaterale » della strage di Capaci – e gli sottolinea che «oggi lo scenario è forse addirittura peggiore di quello del ’92 ». Non sembra un allarme esagerato, se si considera che analoghe segnalazioni gli sono state presentate da parecchi altri interlocutori, nei giorni scorsi. In particolare da esponenti di importanti fori economici e finanziari (italiani e non solo), ma anche da chi vede come un grande rischio la deriva qualunquista e populista che sta crescendo da noi, per colpa di una politica incapace di autoriformarsi e di offrire ai cittadini risposte all’altezza della crisi.

Riflettendo su tutto questo e sull’enorme carico di aspettative che sta per caricarsi sulle spalle, con il rischio di esporsi alle incognite (e alle perfidie) di un «mercato politico » ormai prossimo a sfociare in una delegittimazione universale, a chi entra sabato mattina nel suo studio Giorgio Napolitano gira un avvertimento a doppia valenza. Sappiate che – annuncia – in caso di rielezione, non troverete in me un deus ex machina, un demiurgo, perché il capo dello Stato non lo è e non può esserlo. Sappiate che – aggiunge – nella situazione di eccezionale gravità che attraversiamo e per la quale potrei sentire il dovere di tornare sui miei passi e accettare la vostra proposta, dovrete essere tutti insieme a me disponibili in modo incondizionato a ricominciare a impegnarvi per il bene del Paese.

Traducendo in chiaro: nessuno si illuda che lui resti al Quirinale per sciogliere subito le Camere, come qualcuno potrebbe sperare. No, lui tenterà a ogni costo di mettere in cantiere al più presto un governo. Un governo non precario, pienamente politico. Forte e vero, «di salvezza nazionale », verrebbe da dire, per formare il quale vuole carta bianca. Non uno di quegli esecutivi di indefinita classificazione e con un orizzonte necessariamente breve (battezzati, secondo certe formule minimaliste, «di tregua », «del presidente » o «di scopo »). A disposizione sua, e delle forze politiche, c’è l’agenda messa insieme dalle commissioni di «saggi » insediate nello scetticismo iniziale dopo due infruttuose consultazioni. Un focus istruttorio che, se non ha la pretesa di essere «un programma » (dettare programmi non gli compete), può tuttavia offrire un esauriente «quadro sinottico » dei problemi da affrontare e sui quali non pare un’utopia costruire delle convergenze politiche.
Questo era il suo «lascito », alla vigilia della fine dell’incarico e mentre aveva già da tempo fatto traslocare carte e libri all’ufficio al quarto piano di Palazzo Giustiniani dove da maggio lo avrebbe aspettato il meno defatigante lavoro di senatore a vita. Marcia indietro per i facchini del Colle e per lui stesso, quindi. Marcia indietro condizionata a una precisa assunzione di responsabilità che i leader dei partiti gli hanno garantito, dopo aver ascoltato le sue obiezioni severe. Più o meno di questo tenore. Vi siete finalmente accorti che bisogna salvare il Paese e chiedete il mio impegno? D’accordo, ma il vostro, di impegno? L’avete compreso dove vi ha portato il gioco di veti e pregiudiziali in cui vi siete lasciati inghiottire? Vi sembra che abbia senso il lessico mediatico che si è imposto oggi, che marchia come un insopportabile «inciucio » qualsiasi accordo, parola della quale mostrate tutti di avere paura?

Su questi interrogativi è nata la sua plebiscitaria e storica rielezione, accolta con vastissimi consensi anche fuori dal Parlamento. Ricevendo in serata la comunicazione formale dai presidenti di Camera e Senato, il riconfermato presidente annuncia che lunedì avrà «modo di dire i termini entro i quali ho accolto, in assoluta limpidezza, l’appello rivoltomi ». E fa sapere anche che preciserà «come intende attenersi all’esercizio delle funzioni istituzionali » attribuitegli. Un punto non trascurabile, questo. Perché, a scanso di letture fuorvianti o ambigue, dev’essere precisato che la Costituzione non prevede mandati a termine, per il capo dello Stato: sono sempre pieni per sette anni e non sarà pertanto lecito a nessuno eccepire alcunché al riguardo. Vale a dire che Napolitano lascerà il Quirinale solo quando riterrà di aver compiuto la missione e di sicuro non sotto la spinta di esortazioni interessate.

«Auspico fortemente che tutti sappiano onorare i loro doveri concorrendo nel rafforzamento delle istituzioni repubblicane… tutti guardino, come ho fatto io, alla situazione difficile del Paese, ai suoi problemi, alla sua immagine e al suo ruolo nel mondo ». Il suo provvisorio saluto, all’ora di cena, è questo: un modo per vincolare in pubblico, «compromettendoli », i segretari e i leader dei partiti che poco prima si erano assunti di fronte a lui l’impegno a far uscire l’Italia dallo stallo.
Un modo per ricordare indirettamente loro che se, sulla scia del cupio dissolvi andato in scena nelle ultime settimane, lasceranno cadere i buoni propositi, lui stavolta ha a disposizione l’arma dello scioglimento anticipato. E suo malgrado vi ricorrerà.


Renzi convince i Giovani turchi. Al via la «Rifondazione democratica »
di Maria Teresa Meli
(dal “Corriere della Sera”, 21 aprile 2013)

ROMA – La chiamano già «Rifondazione democratica ». È il nuovo corso del Pd che si è liberato dei «padri », cioè di D’Alema, Veltroni e Bersani. Alla guida di questo processo ci sarà – sembra quasi superfluo dirlo – Matteo Renzi.
Il sindaco rottamatore sabato è rimasto nella sua Firenze, ma ha seguito passo dopo passo quello che succedeva a Montecitorio. E ai fedelissimi ha spiegato: «Molti sono stati colpiti e affondati, io no. Ieri in questo partito c’erano Bersani e Bindi, oggi non ci sono più: il Pd può finalmente cambiare. Ora dovrò pormi il problema del congresso, dovrò decidere se candidarmi alla segreteria, è vero, ma andiamo avanti un passo per volta. Intanto abbiamo conquistato la possibilità di fare cose nuove. E poi vedremo quello che succederà in futuro: magari dovrò confrontarmi alle primarie con quello del catoblepismo ». E quest’ultima parola è affogata in una risata.

Già, perché Fabrizio Barca ha sbagliato tempi e modi della sua uscita a favore di Rodotà, giocandosi le simpatie dei Giovani turchi. A immaginare con lui un nuovo partito che si fondi con Sel sono rimasti Gianni Cuperlo e il governatore della Toscana Enrico Rossi. Mentre Laura Puppato ha lasciato il Pd per veleggiare verso Nichi Vendola. Quel che resta del Partito democratico starà con Renzi. Il sindaco è su di giri: non lo preoccupa nemmeno il fatto che potrebbe nascere un nuovo governo, facendo slittare i tempi delle elezioni e, quindi, della sua candidatura: «Aspetto, ho tutto il tempo che voglio ». Anche perché è sensazione diffusa che questo esecutivo, se mai vedrà la luce, non godrà di vita lunga: un annetto al massimo.

Quel che sta accadendo nel Pd è un rinnovamento generazionale e non solo. A Roma Matteo Orfini delinea già le possibili novità. Che partono da subito: «Intanto alle consultazioni non ci possono andare Enrico Letta, Speranza e Zanda perché non mi rappresentano. Qualsiasi impegno che loro possono prendere non mi riguarda. Non si può fare finta di non vedere quello che è successo. Perciò la delegazione che andrà al Quirinale dovrà rispettare tutti e non solo le vecchie correnti: bersaniani, lettiani e franceschiniani. Non sono più quei tempi e infatti deve cessare anche la conventio ad excludendum nei confronti di Matteo Renzi. Il sindaco rappresenta il 40 per cento di questo partito ».

Insomma, i Giovani turchi vogliono anche loro la Rifondazione democratica, anzi puntano ad arrivare all’obiettivo il prima possibile. E c’è un aspetto della rivoluzione operata dentro il Pd che può incidere nel prossimo futuro. Basta ascoltare di nuovo Orfini: «Non è affatto scontato che ci sia il nostro “sì” al governo e non è affatto detto che un esecutivo si possa mettere in piedi solo con il Pdl. Vogliamo discutere pure di questo ». Insomma, tutto viene rimesso in gioco in questo Pd che corre verso Renzi. E non c’è Barca che tenga. Tanto più dopo l’appoggio a Rodotà. «Una roba inaccettabile », sibila Stefano Fassina. Del resto, i Giovani turchi hanno ormai rotto il legame che li teneva a Sel: «Sono come Bertinotti ». Ora il loro interlocutore politico si chiama Renzi. Sarà con il sindaco che dovranno trovare l’accordo e sarà con lui che dovranno lavorare. I vecchi equilibri si sono spezzati per sempre. Cercano di farlo intendere anche al povero Roberto Speranza, capogruppo da troppo poco tempo per comprendere quello che sta accadendo.

Adesso dovrà mettersi in moto la macchina congressuale, perché le assise nazionali devono tenersi al più presto. C’è chi le vorrebbe fare già a giugno, senza aspettare ottobre. Ma i tempi dipenderanno inevitabilmente dalle vicende politiche: se non si riuscisse a fare un governo e si dovesse andare alle elezioni, allora il congresso potrebbe slittare.
Ma i «padri » non hanno veramente troppa fretta di essere sloggiati dalle loro rendite di posizione. Perciò si stanno cercando di riorganizzare e di resistere al ricambio generazionale. E guardano a Guglielmo Epifani come al possibile segretario del dopo Bersani. L’ex leader della Cgil è una figura rassicurante, è l’unico del Pd che in questi giorni è riuscito a parlare con la gente che manifestava fuori del Palazzo. Ed Epifani, sul governo che verrà, ha idee diametralmente opposte a quelle di Orfini. Secondo lui «l’unica chance » è l’esecutivo «con il centrodestra »: «Non ho paura di dirlo, anche perché, dopo tutti gli scioperi che ho organizzato contro di lui nessuno mi può dare del berlusconiano ».

È Epifani, dunque, la carta che potrebbe essere giocata da una parte del Pd al tavolo delle primarie? Sarà lui a sfidare Matteo Renzi alle primarie quando verrà il momento di decidere di chi è la leadership del Partito democratico? L’ex segretario della Cgil si schermisce, ma è proprio lui quello che in questi giorni di sbandamento di Bersani ha cercato di aggiustare la linea e di evitare che il Pd in affanno da eccesso di insulti via web, finisse fuori strada. Certo, Epifani e Renzi sono due mondi opposti. Che però convivono nello stesso partito. «È vero – ammette lo stesso Epifani – ci sono nel Pd due tronconi politici e culturali diversi e in questi giorni, durante la vicenda del Quirinale, si è visto con particolare evidenza ».


Quirinale 2013: Franco Marini parla a in Mezz’ora: “Il Pd ha perso credibilità” e spara a zero su Renzi: “Troppa ambizione lo porterà fuori strada”
di Andrea Punzo
(da “L’Uffington Post”, 21 aprile 2013)

“Il Pd è un partito allo sbando deve recuperare credibilità, l’ha persa tutta” Adesso che un inquilino al Quirinale c’è e che si può abbandonare la prudenza, Franco Marini rompe il silenzio. E alla trasmissione in Mezz’ora confessa la sua delusione per ciò che è accaduto sulla sua candidatura: “Fatto volgare e ingiusto”.

Pronuncia un durissimo “jaccuse” nei confronti del partito che ha fondato: “C’è un dilagare di opportunismo che ha toccato il Pd, è la malattia del partito. Io sto accusando tutta la dirigenza del partito”. Un gruppo dirigente che – secondo Marini – non conosce il proprio partito e non riesce a governarlo. Il vero problema secondo Marini è il dilagare delle correnti: “Si sono rafforzati più i potentati che una idea larga di partito”.

Potentati che hanno causato prima la sua “caduta”: “Si è votato per me quando si è arrivati alla fine di un processo politico di intese anche con il Pdl, ma dentro il Pd c’era gente che voleva Grillo e non voleva neanche sentire parlare della destra”. Il problema – secondo Marini – è che il cambio di strategia, cioè cancellare l’accordo con il centrodestra e puntare su Prodi non ha risolto niente: “Mi aspettavo dei no su di me – ha sottolineato – ma non su Prodi. Hanno detto di no a un segretario che è stato costretto a cambiare strategia e nemmeno di fronte a questo si sono fermati”.

Per Marini il problema è stata anche la mancanza di discussione e di passaggi con votazioni. “Quando una dirigenza avverte un dissenso politico – ha detto – c’è un modo solo per uscirne: votare. In ogni grande organizzazione democratica si fa così così si forma una maggioranza e un’opposizione”.

Sul futuro del Partito Democratico l’ex Presidente del Senato spiega: “Ora nel Pd “Siamo in una fase pre-congressuale ma in assemblea e direzione non è che si può azzerare tutto: c’è il vice segretario Letta e credo che possa esserci lui oppure un gruppo”. A Lucia Annunziata che gli chiedeva dell’ipotesi di una divisione in due gruppi Marini ha replicato che “la discussione che si aprirà non potrà lasciare tutto come sta, può darsi si accenda un dibattito perché avverto differenti visioni politiche sotto la cenere, ma è bene che la cenere si levi”.

Marini risponde poi a Renzi che aveva definito la sua candidatura un dispetto all’Italia: “L’ambizione lo porterà fuori strada” si dice preoccupato per il presente del Pd: “E’ un partito allo sbando, deve recuperare credibilità, l’ha persa tutta”, racconta come la sua candidatura fosse legata alla strategie delle larghe intese. Strategie che torna ora, visto il probabile insediamento di un governo di larghe intese.

Su futuro governo la posizione dell’ex segretario Cisl è chiara: ” “Bisogna fare un governo politico, che può avere anche l’esperto e intellettuale dentro, purché sia un esecutivo politico”.


Solo lui può riparare il motore imballato
di Eugentio Scalfari
(da “la Repubblica”, 21 aprile 2013)

IERI, alle ore 15, Giorgio Napolitano ha accettato d’essere rieletto alla carica di Presidente della Repubblica dopo aver ricevuto pressanti inviti da parte di tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, Lega inclusa sia pure con qualche riserva e Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia (La Russa) esclusi. I grillini hanno continuato a votare Rodotà rafforzato dal partito di Vendola. Alle ore 18 Napolitano è stato rieletto con 738 voti. Questa è la cronaca telegrafica dei fatti già universalmente noti.

Tra quanti hanno tirato un respiro di sollievo alla rielezione di Napolitano ci sono anch’io. Conosco infatti bene le ragioni che fino a ieri avevano motivato il suo fermo rifiuto alla proposta di accettare il reincarico per tutto il tempo necessario per sbloccare una situazione pericolosa di stallo della democrazia. Il Presidente quelle ragioni me le aveva spiegate in un colloquio avvenuto due settimane fa, del quale detti allora conto su questo giornale.

Al di là del gravoso fardello degli animi e della fatica fisica che quel ruolo richiede, altre ce n’erano a spiegare la sua posizione. La principale che tutte le riassume era la necessità che dopo un lungo settennato ci sia un passaggio del testimone ad un’altra personalità con altro carattere e altra biografia politica, che tenga conto della precedente esperienza ma ne aggiorni i contenuti.
Discontinuità nella continuità, questo è l’insegnamento che la storia della Repubblica consegna a chi ricopre il ruolo di rappresentare la nazione, coordinarne le istituzioni e i poteri costituzionali, tutelare i deboli, garantire le minoranze, rafforzare i valori della libertà e dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Napolitano voleva che questo ricambio avvenisse come del resto è sempre avvenuto dalla nascita della Repubblica fino a ieri. Certo non prevedeva quanto nel nuovo Parlamento sarebbe accaduto. Soprattutto non prevedeva che il Partito democratico crollasse su se stesso affiancando la propria ingovernabilità a quella addirittura strutturale del nuovo Parlamento, diviso in tre tronconi (tre e mezzo per l’esattezza) di pari consistenza per quanto riguarda i consensi espressi dagli elettori e ferocemente opposti ciascuno agli altri. E quindi: un Parlamento ingovernabile e partiti autoreferenziali, due dei quali caratterizzati da populismo e demagogia e l’altro dominato da correnti contrapposte che ne segano non solo i rami ma il tronco stesso che tutti li sorregge.

Risultato: blocco dell’intero sistema, Paese allo sbando, credibilità internazionale in calo vertiginoso. I mercati finora non ci hanno penalizzato e questo dipende da alcune cause tecniche che sono state già largamente esaminate. Ma se il blocco fosse ancora durato le acque calme della Borsa e dello spread sarebbero tornate tempestose, la speculazione fa cambiare in pochi minuti la direzione e l’intensità del vento. Tutto questo non era prevedibile due settimane fa, ma non da me che lo sentivo arrivare e ne ero profondamente preoccupato.

Mentre scrivo (è la sera di sabato) è in corso una manifestazione silenziosa e composta di grillini in piazza Montecitorio. Grillo non vuole eccitare i suoi e quindi non andrà in piazza.
Rodotà da Bari, dove ha partecipato ad un dibattito culturale organizzato dal nostro giornale, ha deplorato le marce su Roma ed ha dichiarato che l’elezione di Napolitano si è svolta nell’ambito previsto dalla Costituzione. Poco prima Grillo aveva invece parlato di golpe, ma Grillo, si sa, è un comico.

* * *

Conosco Stefano Rodotà da quasi sessant’anni. Entrò nel Partito radicale fondato nel 1956 dagli “amici del Mondo” e da allora ci furono tra noi sentimenti di amicizia e collaborazione. È stato più volte parlamentare militando nei partiti post-comunisti e, prima, tra gli indipendenti di sinistra associati al Pci. Fu poi presidente del Pds e vicepresidente della Camera, ebbe incarichi nelle istituzioni culturali europee e infine presiedette l’autorità che tutela la privatezza delle persone. Ha scritto molti libri di diritto, è docente universitario, ha lanciato il referendum sull’acqua pubblica e collabora al nostro giornale fin dal primo numero scrivendo sui temi che più lo interessano.
I grillini, nelle loro “quirinarie” su Internet, l’hanno scoperto e piazzato al terzo posto d’una loro lista di candidabili al Quirinale, dopo la Gabanelli e Gino Strada. I due che lo precedevano hanno ringraziato ma rifiutato, lui ha ringraziato e accettato. Il resto è noto.

Rodotà si è pubblicamente rammaricato perché il Partito democratico e i vecchi amici non l’hanno contattato. Essendo tra questi ultimi debbo dire che neanche lui ha contattato me. Che cosa avrei potuto dirgli? Gli avrei detto che non capisco perché una persona delle sue idee e della sua formazione politica, giuridica e culturale, potesse diventare candidato grillino per la massima autorità della Repubblica.

Il Movimento 5 Stelle, come è noto, vuole abbattere l’intera architettura costituzionale esistente, considera l’Europa una parola vuota e pericolosa, ritiene che i partiti e tutti quelli che vi aderiscono siano ladri da mandare in galera o a casa “a calci nel culo”. Come puoi, caro Stefano, esser diventato il simbolo d’un movimento che impedisce ai suoi parlamentari di parlare con i giornalisti e rispondere alle domande? Anzi: che considera tutti i giornalisti come servi di loschi padroni? In politica, come in tutte le cose della vita, ci vuole il cuore, la fantasia, il coraggio, ma anche il cervello e la ragione.

* * *

Adesso Napolitano farà un governo, è la cosa più urgente della quale ha bisogno il Paese. Naturalmente un governo politico come tutti i governi che hanno bisogno della fiducia del Parlamento. Un governo di scopo, adempiuto il quale passerà la mano o proseguirà se il Parlamento lo vorrà.

Il governo seguirà le indicazioni di scopo che il Capo dello Stato gli affiderà in parte già contenute nel documento dei “saggi” a lui consegnato una decina di giorni fa e già reso pubblico. Ai primi posti ci sono la riforma della legge elettorale, la riforma del Senato, la riforma del finanziamento dei partiti, una politica economica che, nel rispetto degli impegni già presi con l’Europa, adotti provvedimenti mirati alla crescita e all’equità per alleviare al più presto e il più possibile la morsa della recessione, iniettando liquidità nelle imprese, alleggerendo il cuneo fiscale, modificando l’Imu per quanto riguarda le piccole imprese e le famiglie meno abbienti, infine sostenendo socialmente gli esodati e i lavoratori precari.

Quanto ai partiti, anch’essi hanno bisogno d’una profonda riforma, tutti, nessuno escluso. Il Partito democratico ha bisogno addirittura d’una rifondazione. Ne avrebbe bisogno più di tutti il Pdl, ma lì c’è un proprietario ed è impossibile riformarlo se non licenziandolo; ma è possibile licenziare il proprietario?

Il Pd non ha proprietari, non c’è un Re nel Pd. Però ci sono i vassalli l’un contro l’altro armati. È una fortuna non avere un Re ma è un terribile guaio esser dominati da vassalli e valvassori. Questo è il problema che dev’essere risolto.

Bersani, credo in buona fede, pensava d’averlo modificato rinnovando il grosso della rappresentanza parlamentare, ma non è stato così. Riempire i seggi parlamentari con persone alla prima loro esperienza, mantenendo però in piedi un ristrettissimo apparato, aumenta la partecipazione della base soltanto nella forma ma non nella sostanza. I nuovi eletti seguono più l’emotività che la ragione e l’esperienza debbono ancora farsela. Qual è la società che vogliono? Qual è l’interesse generale che dovrebbero perseguire? Non mi sembra che questa visione del bene comune sia chiara nelle loro teste e in quelle dell’apparato meno ancora. Si scambia l’interesse generale con quello del partito e l’interesse del partito con quello della corrente cui si appartiene. Questo è accaduto negli ultimi mesi ed ha raggiunto il culmine negli ultimi giorni. Oggi si lavora sulle rovine prodotte da mancanza di senno e da miserabili interessi di fazioni contrapposte.
Bisogna guardare alla nazione e bisogna guardare alla costruzione d’una Europa che sia uno Stato federale che ci contiene. Se questi dati di realtà non entrano nelle teste della classe dirigente, non ci sarà mai né una destra decente né una sinistra efficiente. Gli impuri diventeranno legione, i puri saranno velleitari e inconsapevoli. Carne da cannone.

I grillini? Anche lì c’è un proprietario e anche lì i puri sono carne da cannone. La discontinuità va bene se aggiorna ma non distrugge il patrimonio di esperienze della nostra storia repubblicana nel bene e nel male.

L’Italia l’hanno fatta Mazzini, Cavour e Garibaldi, diversissimi tra loro ma oggettivamente complementari. E se vogliamo giocare alla torre e si deve scegliere tra Gramsci e Togliatti, scelgo Gramsci. E se debbo scegliere tra Andreotti e Moro scelgo Moro. Tra Togliatti e Berlinguer scelgo Berlinguer. Infine scelgo Napolitano perché, purtroppo per noi, non trovo altro nome da contrapporgli. Ti chiedo scusa, caro Stefano, con tutto l’affetto e la stima che ho verso di te, ma il nome Rodotà in questo caso non mi è venuto in mente.


Le riforme per ritrovare credibilità
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 21 aprile 2013)

Giorgio Napolitano é atteso a un impegno molto duro, anche più di quel che farebbe immaginare l’eccezionalità del secondo mandato, affidatogli ieri sera da una larghissima maggioranza parlamentare. Le divisioni che per due giorni avevano reso impossibile l’elezione di un nuovo presidente non sono affatto risolte.

E sono appena cominciati, purtroppo, gli effetti dell’implosione che ha portato il Pd, partito di maggioranza relativa, dopo aver rivendicato per quasi due mesi la guida del governo, ad affossare uno dopo l’altro i suoi candidati, e a far apparire l’aula della Camera una specie di Somalia dominata da capitribù. La tregua accordata dal centrodestra al centrosinistra è nata dal sospiro di sollievo, tirato da Berlusconi di fronte alla rottura tra Pd e Movimento 5 Stelle, e tra Pd e Sel. Ma riguarda, al momento, solo il Quirinale; mentre sul governo che adesso dovrebbe nascere, tra avversari che dovrebbero tornare alleati, al di là di un consenso di massima, c’è molto sottinteso e qualche intuibile malinteso.

Diciamo la verità: il gesto di Napolitano di accettare di restare al Quirinale è una grande prova di generosità, perché davanti ai suoi occhi c’è una distesa di macerie. Ricomporle, convincere i terremotati del Parlamento a cominciare subito un’opera di ricostruzione, non sarà affatto semplice. E sarà una responsabilità che peserà, almeno nei primi tempi, sulle spalle del Capo dello Stato. Napolitano sarà, dovrà essere necessariamente, una specie di presidente-commissario: non è solo all’inizio di un nuovo mandato, ma alle soglie di una nuova complicata trasformazione del suo ruolo. Ecco perché, fin dal momento di annunciare la propria disponibilità, e successivamente, quando gli è stata formalmente comunicata dai presidenti delle Camere la rielezione, il Presidente ha voluto richiamare i partiti e i parlamentari finora impotenti a prendersi le proprie responsabilità. E a fare il proprio dovere, di fronte a un’opinione pubblica annichilita da quel che è accaduto negli ultimi giorni.

Se solo si riflette sul programma che il Presidente si era assegnato al momento della sua prima elezione, era già chiaro da tempo che gli obiettivi prefissi erano stati centrati solo a metà. Napolitano era, sì, riuscito, grazie anche a qualche energico colpo di barra al timone, a imporre un’evoluzione del quadro politico resa necessaria dal progressivo logoramento del centrodestra e dello stesso Berlusconi. Ma sul piano delle riforme, di cui aveva sottolineato l’urgenza, e la necessità, per le forze politiche, di collaborare al fine di colmare i ritardi, il Presidente, malgrado la sua incessante opera di persuasione, aveva dovuto misurare una delusione.

Il suo lavoro riparte da qui. E non gli basterà – lui è il primo a saperlo – ammonire, suggerire, consigliare, come ha fatto nei suoi primi sette anni. A giudicare da quel che s’è visto in Parlamento, in una delle settimane più nere della storia della Repubblica, gli toccherà adoperare la frusta e alzare la voce quando serve. Questo, ovviamente, a cominciare dal suo ex-partito, che dopo aver provocato un disastro incommensurabile, umiliando il Parlamento in una delle occasioni più rilevanti, come le votazioni a Camere riunite per eleggere il Capo dello Stato, è andato a scongiurare Napolitano di rimettersi a disposizione per trovare una soluzione. Ma senza escludere che possa servire anche per gli altri, sia quelli che hanno accompagnato la rielezione, sia quelli che non l’hanno condivisa, scegliendo l’opposizione e i vantaggi di parte come Vendola, o rivendicando, con parole a vanvera, come Grillo, una sorta di inammissibile libera uscita.

C’è da mettere su un governo che governi e possa contare su una maggioranza in grado di approvare le decisioni necessarie per far fronte alla crisi economica e ai pesanti problemi del Paese. Ci sono riforme urgenti, come quelle indicate nel programma dei saggi, che Napolitano pensava di lasciare in eredità, e che potrebbero servire, se realizzate, a far recuperare credibilità a una classe politica piegata dal vento dell’antipolitica. Serve tagliare il numero dei parlamentari, limitarne i privilegi, differenziare i compiti delle Camere, rafforzare i poteri del premier. È indispensabile riformare il Porcellum: lo ha dimostrato, tra l’altro, l’inutile ricerca di un candidato non condiviso al Quirinale, che non poteva essere eletto con la sola forza del premio elettorale.

Poi, con un po’ di coraggio, a conclusione di questa vicenda bisognerebbe riflettere anche sul Capo dello Stato, chiamato non da oggi, ma particolarmente oggi, a un ruolo che supera quello formalmente assegnatogli dalla Costituzione. In questo senso, quando avrà finito il suo compito, Napolitano potrà diventare non solo il primo Presidente ad essere stato riconfermato al Quirinale. Ma anche l’ultimo ad essere stato eletto dal Parlamento e non dal popolo.


Il vero vincitore è Berlusconi “Racconterò tutto in un libro”
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 21 aprile 2013)

«No, non è stato facile convincerlo ad accettare un nuovo mandato… ». Quando Silvio Berlusconi lascia il suo ufficio nella Corea di Montecitorio e si avvia verso l’aula per assistere alla proclamazione di Giorgio Napolitano, è decisamente di ottimo umore.

Dopo quarantotto ore di contatti e fitte trattative condotte in prima persona e con l’aiuto dell’immancabile Gianni Letta, infatti, l’impasse si è finalmente sbloccata e il capo dello Stato ha dato il suo benestare ad una riconferma che in molti credevano impossibile.

«Ma – assicura il Cavaliere ai cronisti – non è stato affatto facile. Come l’ho convinto ad accettare il secondo mandato un giorno lo scriverò in un libro di memorie… ».
Berlusconi è circondato da alcuni parlamentari, la sempre presente Maria Rosaria Rossi, Angelino Alfano, Denis Verdini, Raffaele Fitto, Maurizio Lupi e pochi altri che lo accompagnano verso l’aula. L’ex premier è sorridente e in vena di battute, solo un pizzico pensieroso per la scelta di Fratelli d’Italia di non votare Napolitano. Un distinguo che Berlusconi non condivide per niente, tanto che al suo fianco il segretario del Pdl – al telefono con Niccolò Ghedini – si lascia scappare un commento piuttosto colorito su Ignazio La Russa.

Non lo dice Berlusconi, perché la linea della prudenza è obbligatoria oltre che pagante, ma sul fatto che si senta di aver vinto una delle partite più importanti e delicate della sua vita non ci sono dubbi. Dall’inferno al paradiso in tre, quattro mesi. Da che a dicembre era dato per morto (al punto che molti dei suoi fedelissimi erano ad un passo dallo scaricarlo) a oggi che è l’uomo chiave dell’accordo che sancisce la riconferma di Napolitano. Anzi, ne è di fatto il fautore, il primo a teorizzare che fosse quella «l’unica soluzione possibile ». Eppure alla domanda se si senta di aver vinto il Cavaliere fa un cenno con la mano e si chiama fuori con un «non credo di essere io il vincitore ». Nessun trionfalismo, dunque. Tanto che pure su Bersani preferisce non infierire visto che si guarda bene dal rispondere ai cronisti che gli chiedono se sia invece il Pd «il grande sconfitto ».

Un Berlusconi che, passati ormai due mesi dalle elezioni, continua sulla linea della responsabilità. «Da 54 giorni – dice in comunicato – tutti gli italiani hanno potuto vedere e giudicare il nostro comportamento sensato rispetto a quello della sinistra ». Tanto che pure l’ipotesi di elezioni anticipate non riesce a fare più breccia come al solito sull’ex premier. Almeno pubblicamente, visto che alla domanda se si sente di escludere il voto a giugno il Cavaliere risponde sfoderando un sorriso. «Direi di no, tanto – dice ai cronisti entrando in aula – non vorrete mica iniziare le vacanze così presto… ». In realtà, sia nel pranzo a Palazzo Grazioli che nelle due ore passate nel suo studio di Montecitorio le elezioni anticipate aleggiano comunque. Già, perché restano forti dubbi sulla tenuta del Pd, sul fatto che i Democratici siano in grado di essere interlocutori validi nell’eventuale nascita di un esecutivo di larghe intese.

«Stiamo a vedere », dice ai suoi un Berlusconi che preferisce godersi la vittoria. Un successo su tutta la linea anche grazie all’incredibile suicidio politico di un Pier Luigi Bersani che in quarantotto ore ha resuscitato il Cavaliere. Da che solo venerdì mattina il leader del Pdl dava quasi per fatta la nomina di Prodi al Quirinale a che l’ex presidente della Commissione Ue è andato a schiantarsi. E pensare che Berlusconi era pronto alle barricate, a tornare in piazza gridando al golpe tanto gli era inviso il Professore. Caduto Prodi, poi, s’è fatta sotto l’ipotesi Stefano Rodotà. «Stanotte – racconta in aula l’ex premier ad alcuni deputati del Pdl – non ho chiuso occhio all’idea che potesse essere eletto Rodotà. Sarebbe stato l’inizio della guerra civile… ». Come è finita è cosa nota. Con Berlusconi che di fatto porta a casa quello che nel poker potrebbe essere un piatto da all in. Non solo un ritrovato ruolo centrale, ma pure il presidente della Repubblica con cui alla fine più s’è trovato in sintonia in questi quasi venti anni di politica. Senza considerare che ora la partita si sposta sul governo di larghe intese che Napolitano è intenzionato a fare al più presto. Proprio come chiedeva il Cavaliere il giorno dopo il voto. All in, appunto.


Presentabili
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 21 apriule 2013)

Napolitano ha accettato di cavare le castagne dal fuoco a una sinistra che col fuoco delle presidenziali si è arrostita oltre ogni previsione.
Dato lo stato confusionale di Bersani e soci, l’iniziativa l’ha presa l’altra sera il Pdl. Dal Colle, anche se non si può dire, hanno posto condizioni durissime per raddoppiare il mandato. Quali? Lo sapremo nei prossimi giorni, ma non è difficile immaginarle. La ricreazione è finita e il Pd se ne deve fare una ragione: o un governo con Pdl e Monti o elezioni subito; meglio la prima ipotesi e poi, semmai, la seconda più in là.
Pur se senza precedenti nella storia repubblicana, il bis di Napolitano non è la vera novità. Perché se l’inquilino del Colle non cambia, altre cose non saranno più come prima. Per esempio siamo entrati di fatto in una Repubblica presidenziale. Da ieri il Quirinale, infatti, non ha più solo il ruolo di garante e custode della democrazia, ma è il centro della vita politica: Napolitano darà carte non rifiutabili, deciderà nomi e alleanze indiscutibili. Non è un male, ma meglio sarebbe stato seguire l’appello del Pdl a varare una riforma che avesse dato questi poteri a un presidente eletto dagli italiani tutti, non frutto di paralisi politiche o di improbabili e oscuri sondaggi su internet.

La seconda novità è che i rapporti di forza in Parlamento cambiano a soli 50 giorni dal voto. L’alleanza Pd-Vendola non esiste più, così come non esiste più il Pd. Chi verrà dopo Bersani dovrà abbassare le arie e venire a più miti consigli con l’area moderata liberale. Terza novità. Da oggi il Movimento Cinquestelle perde la sua presunta verginità e, come da noi ipotizzato in tempi non sospetti, si svela per quello che è: un partito radicale comunista alleato con Vendola che, infatti, gli si è appiccicato addosso come una cozza, non solo sulla candidatura Rodotà. Centri sociali, comunisti e grillini da ieri sera stanno cercando di organizzare insieme una ridicola marcia su Roma nonostante la sconfessione di Rodotà stesso, che giudica assolutamente democratica, come ovviamente è, l’elezione di Napolitano.
Ultima, ma non in ordine di importanza, la conferma per noi moderati che il Pdl è un partito non di impresentabili ma di gente per bene e responsabile. Berlusconi non ha infierito sul nemico morente, ha mantenuto calma e buonsenso, non ha diviso ma unito, si è sostituito ai vertici del Pd offrendo su un piatto d’argento la soluzione Napolitano. Di fatto ha vinto lui. Come recita un tweet che circola in queste ore, speriamo ora che la Boccassini non lo indaghi per strage, accusandolo di aver fatto fuori tra il 1994 ed il 2013 tutti i leader di Pds, Ds, Ulivo e Pd. Il resto, si vedrà.


Pd verso il congresso: rischio scissione. Ed è già sfida Renzi-Barca
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 aprile 2013)

Azzeramento totale, dimissioni dell’intera segreteria, nuovo congresso. Scarico di responsabilità sui traditori, sui franchi tiratori e addirittura su Nichi Vendola, colpevole – con gli altri grandi elettori di Sel – di aver votato Rodotà. Del Pd restano le macerie, anche se tutte le figure principali cercano di salvare le forme. Addirittura Franceschini e Fioroni vorrebbero richiamare in servizio Bersani: “Ripensaci”. In realtà sembra già aperta la sfida per la successione. Da una parte il ministro Fabrizio Barca che è uscito allo scoperto chiedendosi come abbia fatto il Pd a non sostenere Stefano Rodotà, dall’altra Matteo Renzi che un po’ si schermisce e un po’ contrattacca: “Singolare e intempestivo”.

Non solo: sembra già aperta anche  una delicatissima operazione di ricostituzione di una sinistra riformista che fa traballare non poco il partito democratico. La parola “scissione” non è mai stata sentita  così vicina, probabilmente. Vendola ha già lanciato per l’8 maggio un “cantiere” della sinistra. L’elettorato del Pd è a dir poco disorientato: le bacheche facebook e le pagine twitter non sono certo un osservatorio attendibile, ma significativo quello sì. In pochi hanno capito il motivo della testardaggine con cui è stata respinta quasi con sdegno la candidatura al Quirinale di Stefano Rodotà. A meno che la spiegazione non sia quella di Anna Finocchiaro (che è la toppa peggio del buco): “Perché lo ha candidato il Movimento Cinque Stelle”. Oppure quella che hanno dato i “giovani turchi” e cioè che Rodotà non avrebbe comunque avuto i voti (un po’ come la volpe e l’uva: come se Marini e Prodi abbiano mai avuto i voti).

Terzo elemento. Il partito è entrato in un dispositivo di autodistruzione dove sembra un tutti contro tutti. Rosy Bindi denuncia che in Parlamento è stata eletta “gente inadeguata” e  sbarra la strada a Enrico Letta  premier (“Non è  il momento”), Enrico Morando indica tutti i problemi nel non aver riconosciuto la sconfitta all’indomani delle elezioni, Beppe Fioroni spiega che bisogna smettere di guardare sempre a Firenze (Renzi) o a Genova (Grillo). Sono saltati tutti gli schemi. I teodem sono diventati tra i più vicini all’ex segretario Bersani, i “giovani turchi” (la corrente di sinistra di “giovani”, diciamo così) ora fanno asse con i renziani per quella che il Corriere della Sera definisce “rivoluzione democratica”.

PD VERSO CONGRESSO CON UNA REGGENZA – Il Pd apre il congresso anticipato che, forse attraverso una reggenza, porterà ad un nuovo leader ma, visti i passaggi, non prima di settembre. Nessuno, però, sa se per allora il partito esisterà ancora visto che la guerra intestina degli ultimi giorni, ammettono in molti, “ha fatto implodere il Pd”. E il rischio che si paventa è che il Pd si spacchi in due, se non addirittura in tre, dopo che oggi l’endorsement di Vendola e Barca per Rodotà viene unanimemente interpretato come l’avvio dell’opa ostile sul Pd. L’ultimo giorno di Bersani da segretario finisce nella commozione in cui il leader si scioglie subito dopo la rielezione di Giorgio Napolitano, per il quale il segretario si spende dopo gli insuccessi per portare al Colle Franco Marini e Romano Prodi. L’ex leader lascia il testimone al vice, Letta, che però difficilmente guiderà, da solo, il partito fino al congresso. Sia perché, nonostante le smentite, Letta è dai più indicato come il vicepremier di un futuro governo del presidente. Sia perché in un partito del “tutti contro tutti” nessuno si fida più di nessuno, tantomeno del vice che per mesi ha sostenuto con lealtà le scelte del leader. “Basta con i soliti noti che fanno i soliti errori”, sentenzia Giuseppe Fioroni, che chiede una gestione collegiale.

BERSANI: “TUTTO IL PESO SU DI ME, DOVEVO TOGLIERMI DI MEZZO” – Sullo sfondo la spiegazione data dal segretario degli sforzi di queste settimane, delle guerre tra bande scoppiate anche sul voto per il presidente della Repubblica. “Serviva una scossa – dice a Repubblica spiegando le sue dimissioni – E adesso io sono più libero di fare politica e sono più responsabili i parlamentari di fronte agli eventi. Soprattutto di fronte alla scelta di eleggere un presidente della Repubblica”. Si sfoga: “In questi 55 giorni difficilissimi, il peso delle scelte del Pd è finito tutto su di me. Normale che fosse così. Mentre tentavo una strada complicata e cercavo di dare una risposta a un risultato elettorale impazzito, però, è venuta meno la solidarietà minima che dovrebbe esistere in un partito. Gli altri pensavano alle loro manovre, anche quando in gioco c’erano le istituzioni”. Insomma: “Il cerino finiva sempre nelle mie mani. Intanto, gli altri facevano i giochini”. Doveva finire lo scaricabarile, dice l’ex segretario, e il barile era lui. Poi c’era Renzi. “Ha cominciato a mettere veti – dice Bersani – sapendo che dopo toccava a noi risolvere i problemi. Marini e Finocchiaro erano due nomi su cui stavamo lavorando da tempo, poi è arrivato lui con il suo no. E noi dovevamo ricominciare daccapo”. Perché questo comportamento? Secondo l’ex capo del centrosinistra il sindaco di Firenze “negli ultimi giorni ha forse capito che stavamo per chiudere sul nostro schema. Lui invece doveva accelerare il voto perché sentiva che il suo treno passava adesso”.

FRANCESCHINI: “TRADITORI DA RINCORRERE CON UN BASTONE” – Ma, al di là delle rivalità personali, l’impressione è che il Pd negli ultimi giorni sia stato ridotto a “monadi” che vagano, polverizzando la “ditta”. Il punto di rottura è che, evidenzia un vecchio dirigente ex Dc, “nella Democrazia Cristiana e nel Pci ci si scannava dentro le riunioni ma poi, una volta votata la linea, ci si adeguava”. Ed invece sia su Marini sia su Prodi, si sono scaricati i franchi tiratori, i “traditori” come li ha bollati Bersani, dietro ai quali, sostiene Dario Franceschini, “bisognerebbe correre dietro con un bastone”. Timore che aveva fatto ipotizzare oggi di far segnare le schede per votare Napolitano perché, sostiene un dirigente, siamo ad un punto tale che “camminiamo come equilibristi del circo sul filo”.

Secondo l’ex segretario e ex capogruppo del Pd bisognerà respingere le dimissioni di Bersani “che paga colpe non sue”, chiedergli di gestire la fase che si apre per la nascita del governo poiché “con Grillo che parla di golpe e marcia su Roma abbiamo chiuso. Ora altri interlocutori per il governo” e poi bisogna  costringere Sel ad ammettere “il grave errore” fatto votando Rodotà: solo così si può riprendere una strada insieme.  La responsabilità di ciò che è successo, insomma, non è del Pd, ma di Grillo e di Sel.

BINDI: “RINNOVARCI MA NON CON UN’OPERAZIONE DI IMMAGINE” – Uno degli errori principali di Bersani, secondo Rosy Bindi (uscita allo scoperto nelle ultime settimane), è stato rinnovare solo per un’operazione di immagine, senza formare la classe dirigente. “Quei 101 franchi tiratori, giustamente definiti da Bersani traditori, non hanno la consapevolezza di cosa voglia dire fare i parlamentari – ribadisce oggi l’ex presidente del partito a SkyTg24 – Una delle responsabilità della segreteria è stata proprio questa: rinnovare una classe dirigente significa formarla, non fare solo un’operazione di immagine con primarie di due giorni”. La Bindi non fa nomi, ma certo quello di Alessandra Moretti, portavoce di Bersani che nel giorno in cui era candidato Marini ha votato scheda bianca,  ”è  un esempio lampante di come non ci sia una classe dirigente formata”.

RISCHIO SCISSIONE A SINISTRA DEL PARTITO – Ora però si dovrà vedere quanto profonda è la ferita aperta nel partito. “Dentro il Pd c’è da fare una grande pulizia”, sospira Letta, sperando che basti a non fare dissolvere il partito. Ma i più giurano che il Pd si spaccherà e l’assaggio si avrà sulla fiducia al governo di larghe intese. Con molto sospetto, infatti, si guarda dentro il Pd alle mosse di Nichi Vendola sul “cantiere” della sinistra (che partirà dall’8 maggio). E al sostegno di Fabrizio Barca pro Rodotà che, spiega maligna una dirigente, “è una dichiarazione di intenti molto più efficace delle 47 pagine del suo manifesto”. Al nuovo partito di Barca sembra guardare il sindaco di Bari Michele Emiliano, alcuni esponenti della sinistra Pd ma, almeno per oggi, non i “giovani turchi” che puntano piuttosto alla scalata al vertice del partito in vista del congresso.

C’è poi un altro settore del Pd, i renziani, da sempre guardati con più sospetto, indiziati di poter uscire dal partito per fare un altro movimento magari insieme ad alcune aree di scelta civica. Ancora una volta Matteo Renzi  smentisce: “Il Pd ha l’occasione di cambiare davvero, senza paura e noi ci proveremo”, sostiene aggiungendo di non sapere ancora se si candiderà al congresso.  ”Conta la sintonia con gli italiani. Per il congresso c’è tempo”, ha commentato il sindaco di Firenze a chi gli chiedeva di una sua possibile candidatura. Il rottamatore ha poi sentenziato: “Le vicende di questi giorni  fanno pensare che o la politica cambia, o salta in aria“.

LE DIMISSIONI DI ROSY BINDI – Lo sfaldamento del Pd aveva preso forma dopo la debacle della candidatura di Romano Prodi come capo dello Stato, con le dimissioni prima della stessa Bindi, che si è autosollevata dall’incarico di presidente dell’Assemblea nazionale e poi con quelle del segretario Bersani.  Pezzo per pezzo il partito democratico ha visto cadere i suoi vertici. Rosy Bindi, prima dell’assemblea del partito al Teatro Capranica, si era congedata con parole d’accusa: “Non sono stata direttamente coinvolta nelle scelte degli  ultimi mesi né consultata sulla gestione della fase post elettorale e non intendo perciò portare la responsabilità della cattiva prova  offerta dal Pd in questi giorni”.

BERSANI: “UNO SU QUATTRO HA TRADITO” – E l’addio di Bersani è stato ancora più drammatico. “Abbiamo prodotto una vicenda di gravità assoluta, sono saltati meccanismi di responsabilità e solidaretà, una giornata drammaticamente peggiore di quella di ieri”,  sono le parole con cui il segretario saluta la platea del teatro romano.   “Uno su quattro ha  tradito, per me è troppo”, è  l’accusa che Pier Luigi Bersani ha lanciato ai suoi, riferendosi all’ultima votazione per l’elezione del presidente della Repubblica.  ”Ci sono pulsioni – ha aggiunto Bersani – a distruggere il Pd“. E il segretario si è arreso.


Napolitano, era tutto studiato
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 aprile 2013)

C’è un filo rosso che porta allo sconcertante bis di Giorgio Napolitano, parte da lontano e si chiama governo delle larghe intese con Berlusconi. È una lampante verità che sul Colle delle bugie e dei nastri cancellati nessuno può negare, scolpita sui moniti che d’ora in poi saranno legge. Quel filo del Quirinale, nel dicembre 2011 dopo la disastrosa caduta del governo B., impedisce le elezioni anticipate. Come mai? Forse era chiaro che, con il crollo annunciato della destra, il Pd vincitore avrebbe potuto imporre senza problemi il proprio capo dello Stato?
E perché quando, nel dicembre scorso, Monti si dimette, non viene rispedito alle Camere per verificare la fiducia? Forse perché il timing, perfetto, consentiva alla presidenza di gestire non solo le elezioni,ma anche il dopo? Il pareggio auspicato e raggiunto, il mezzo incarico a Bersani, lo stop a M5S che chiede un premier fuori dai partiti, la melina dei “saggi”. Tutto per arrivare paralizzati all’elezione del Presidente e quindi all’inevitabile rielezione?

Forse il piano non era così diabolico
, forse l’encefalogramma piatto dei partiti ha permesso a Napolitano di orchestrare la crisi come meglio voleva. Ma è difficile credere che, dopo aver respinto fino alla noia ogni offerta per restare, il navigato politico abbia ceduto in un paio d’ore alle suppliche di alcuni presunti leader alla canna del gas. Si è fatto rieleggere,vogliamo credere, non per sete di potere (a 88 anni!), ma per governare l’inciucio che nella sua testa è l’unico strumento per controllare un Paese allo sfascio. E per tenere lontano quell’eversore di Grillo che crede addirittura  nella democrazia dei cittadini. Non s’illuda, però: davanti ai problemi giganteschi degli italiani (e alle piazze in fermento), questa monarchia decrepita e grottesca è solo uno scudo di paglia. D’ora in poi questi politici inetti e disperati il conto lo faranno pagare a lui.

Per i partiti è la resa. Così comincia la Terza Repubblica
di Mario Cervi
(da “il Giornale”, 21 aprile 2013)

Come intimava Beppe Grillo la nomenklatura s’è arresa. A Giorgio Napolitano. Il presidente uscente e rientrante ha accettato di prolungare il suo mandato, i partiti gli si affidano – tranne i tonitruanti grillini – con ostentati rispetto e fiducia.
Può sembrare, questo cui abbiamo assistito, un rituale da Prima Repubblica, e invece rappresenta molto probabilmente l’avvio della Terza.

È una mutazione sostanziale, che pareva fosse stata avviata con la bufera di Tangentopoli. Si vide poi che quel trauma, nonostante la sua gravità, aveva lasciate intatte alcune istituzioni fondamentali, a cominciare dal Quirinale. Un potere notarile insieme rassicurante e inquietante. La gente avvertiva l’insufficienza e l’obsolescenza d’un assetto istituzionale ereditato da un altro secolo e da un altro millennio, ma ogni tentativo di cambiarlo si scontrava con la resistenza del macigno burocratico-politico e contro gli inni a una Costituzione elogiata come la più bella del mondo.
Ma la vita e la storia premevano. E proprio a uno strenuo difensore e protagonista della Prima e della Seconda Repubblica come Napolitano è toccato d’accertare di entrambe la malattia, che era poi un’agonia. Gli interventi del Quirinale si sono accentuati. A un certo punto – soprattutto dopo la fine dei governi Berlusconi – la moral suasion è andata somigliando a un diktat, la costruzione statale era apparentemente intatta ma al suo interno diventava irriconoscibile, lo zelo burocratico non bastava – quando c’era – per nascondere lo sfacelo. Le caste si difendevano dal rinnovamento, i cittadini si difendevano, come potevano, dalle caste, il declino era evidente.

Ci voleva una svolta, anche brutale. La pretendevano gli italiani. L’ha capito Beppe Grillo, che però s’è rassegnato a indicare come suo campione nella gara presidenziale Stefano Rodotà, notabile d’antico stampo e di fresca ambizione (i due requisiti non sono incompatibili). L’ha capito, alla sua maniera guappa, il Cavaliere. Non l’ha capito Bersani: che lanciava appelli al cambiamento ma nella sostanza si chiudeva a riccio nel suo involucro di egoismi, di nostalgie, di utopie. Non solo il popolo ma la Storia con la S maiuscola volevano che terminassero due stagioni del dopoguerra e se ne aprisse una terza.
Volevano che fossero profondamente riformati gli strumenti di governo, invocavano un presidente che fosse espresso dal popolo e non dai grandi elettori e che poi disponesse dei poteri necessari per guidare lo Stato. Non un notaio da sistemare dopo il Quirinale nella poltrona di senatore a vita ma uno che – come avviene negli Stati Uniti o in Francia – può rimanere in carica, se i cittadini lo vogliono, per un secondo mandato. Un distacco netto dalla presidenza ricca d’orpelli e povera di autentico comando scritta nella nostra Magna Charta.

Quel distacco Napolitano ora lo certifica. Forse, ripeto, è stato protagonista di questo evento controvoglia. Ma lo è stato. Non può spettare a lui, per motivi anagrafici, il compito immane di raccogliere questo messaggio e tradurlo nella vita quotidiana d’una collettività disastrata. Gli avvenimenti hanno una loro logica misteriosa, e hanno voluto che la fine del primo settennato di Napolitano coincidesse con i maneggi per la formazione d’un nuovo governo. Il che ha complicato tutto. O forse ha semplificato molto.

Grillo grida al colpo di Stato in negazione della volontà di popolo. I cittadini accalorati del gruppo che davanti a Montecitorio urlava le doti mirabili di Rodotà, sicuramente si erano stremati – benché non ne dessero proprio l’idea – nello studio di saggi come Le fonti di integrazione del contratto o Questioni di bioetica. Vorrà dire che questi insegnamenti preziosi non verranno dal Quirinale. Ce ne faremo una ragione.


Catastrofe Bersani. Ma da rottamare c’è tutta la sinistra
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 21 aprile 2013)

Lodevoli ma tardive la dimissioni di Pier Luigi Bersani. Lodevoli e tempestive quelle di Rosy Bindi. Il segretario del Pd, responsabile della linea del partito, già la sera del 25 febbraio, constatato che le urne gli avevano consegnato una vittoria risicata, praticamente una sconfitta, avrebbe dovuto intuire che non sarebbe riuscito a combinare nulla se non scendendo a compromessi: allearsi con il Pdl e con il M5S.

Da solo, infatti, non avrebbe potuto governare per mancanza di numeri. Per settimane, ottenuto un incarico esplorativo da Giorgio Napolitano, ha cercato l’appoggio gratuito dei grillini, che gli veniva negato puntualmente.

Lungi dal rassegnarsi, egli ha insistito rasentando il ridicolo, piegandosi all’umiliazione di vedere respinta ogni propria avance. Contestualmente, non prestava orecchio alle proposte di collaborazione di Silvio Berlusconi, il quale, persuaso che Bersani non avrebbe cavato un ragno dal buco, fin dal primo momento si era dichiarato disponibile alle cosiddette larghe intese. Niente da fare. Bersani ha preferito andare a sbattere contro un muro piuttosto che stringere patti con l’avversario di una vita. Risultato: nessun esecutivo.
Nel frattempo il mandato di Napolitano si avvicinava alla scadenza. Bisognava pensare al dopo. Chi eleggere al Quirinale? Serviva un nome capace di mettere tutti, o quasi, d’accordo. Franco Marini? Senza entusiasmo, l’ex sindacalista ed ex presidente del Senato, viene candidato dai due maggiori schieramenti. Sulla carta Marini dovrebbe passare al primo colpo. Ma non è così. Il Pd, scosso da malcelate polemiche interne, al momento del voto reagisce istericamente: una fazione disubbidisce agli ordini impartiti dal vertice e disperde i consensi, provocando la bocciatura di quello che doveva essere l’uomo della concordia.

Ciò che è successo il dì appresso è addirittura paradossale. Il Pd seleziona, con soddisfazione espressa all’unanimità, Romano Prodi, nella convinzione che questi sarà spedito sul Colle con i soli suffragi dei progressisti, al massimo con un aiutino di qualche esterno ammiratore dell’ex premier. Alla verifica dell’aula, Prodi è trombato nel peggiore dei modi, avendo raggranellato oltre 100 voti meno del necessario. Ennesimo fallimento di Bersani che finalmente si rende conto di non avere più in mano il partito, e si dimette. Meglio tardi che mai, usa dire. Ma, in questo caso, i tentennamenti e gli errori del segretario sono stati esiziali. Il Pd è allo sbando. Ha perso credibilità. Versa in condizioni pietose. Rischia addirittura di spaccarsi. Altro che gioiosa macchina da guerra di buona memoria occhettiana: un ammasso di rottami.
Bersani fa quasi tenerezza, ora. Però è difficile perdonargli la serie di sciocchezze inanellate negli ultimi mesi. E pensare che il suo trionfo alle primarie pareva destinato ad essere bissato alle politiche del 24-25 febbraio, quando invece il Pd superò di misura il Pdl del Cavaliere, giudicato derelitto. Raramente si è assistito nella storia repubblicana a un disastro come quello causato dal leader piacentino, persona perbene, un’onesta carriera alle spalle, esperienza da vendere. Probabilmente Bersani, avendo battuto abbastanza agevolmente il rampantissimo rottamatore, Matteo Renzi, si era un po’ montato la testa, affrontando gli impegni successivi con la disinvolta superficialità tipica di chi è affetto da presunzione acuta. Si è deconcentrato e non ne ha più azzeccata una, poco sorretto dalla fortuna, soprattutto insensibile ai segnali lanciati dai suoi elettori desiderosi di novità forti.
Sia come sia, egli non ha capito niente e non è stato all’altezza del ruolo assegnatogli dal partito, in cui fino ad alcuni mesi fa prevalevano i conservatori dell’apparato. Supponiamo che il Pd, valutata la crescita sorprende del M5S, abbia mutato umori e idee nel giro di qualche giorno e abbia scoperto di essere attratto dal costume pseudorivoluzionario del M5S, al quale tende ad assomigliare e forse a unirsi. All’improvviso i democratici si sono accorti di avere un segretario inadatto a rappresentarli e hanno dato segni di insofferenza agli schemi obsoleti che il Pd ha ereditato dal vecchio Pci, peraltro messi in crisi anche dalla presenza di un nutrito gruppo di ex democristiani.

Di qui l’implosione cui stiamo assistendo increduli. Prossimamente, ammesso e non concesso che la situazione politica italiana si stabilizzi almeno provvisoriamente, il Pd avrà l’esigenza di darsi in fretta un assetto dirigenziale attrezzato per gestire almeno il fallimento, salvando il salvabile. Non osiamo fare previsioni, consapevoli che potrà accadere di tutto. L’unica certezza è che un’epoca è chiusa e non è finito soltanto Bersani, contro il quale sarebbe crudele accanirsi. Basta la realtà a condannarlo.
Diversa la posizione di Rosy Bindi, presidente del partito. Alla signora va riconosciuto un comportamento coerente: preso atto del terremoto, si è dimessa con dignità e senza indugi. Cattolica, democristiana di sinistra, è rimasta fedele ai propri principi, discutibili finché si vuole, ma saldi e rispettabili. È una donna di temperamento. Magari tornerà e ci toccherà ancora parlare di lei.


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Bart