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Presto per festeggiare

13 Gennaio 2013

di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 13 gennaio 2013)

Lo riconosco. Se Berlusconi avesse scelto la linea che aveva perseguito per mesi e che a me, ostile all’inizio, era sembrata infine più che sensata, non avrebbe mai potuto dare battaglia da Santoro e vincere alla grande contro l’amena coppia degli inquisitori. Non avrebbe parlato in modo eloquente alla nostra pancia, alle nostre pulsioni, al nostro disgusto per le ipocrisie degli Arcinemici del Cav, e invece che il grande entertainer sarebbe arrivato in tv il grande impacciato.
La linea «tutti per l’Italia », così l’avevo battezzata come sanno i lettori del Giornale, voleva dire una cosa semplice e sensata ma priva dell’appeal televisivo e oratorio speciale che ha la «resurrezione » di Villa Gernetto, cioè il passaggio al grido «muoia Monti con tutti i filistei », avvenuto esattamente e pasqualmente tre giorni dopo la dichiarazione del 24 ottobre scorso.

Quel giorno Berlusconi disse, anche in una registrazione televisiva: mi ritiro dalla prima fila, si facciano le primarie del Pdl, si costruisca un centrodestra nuovo con Monti contro l’alleanza radicalizzata a sinistra di Bersani, e il sottotesto era chiaro. Berlusconi voleva dire: non abbiamo scherzato dal novembre del 2011, con Monti la mia scelta è stata quella della responsabilità nazionale, delle riforme di struttura, del popolarismo di impronta europea, e vado avanti, troveremo modo di differenziarci, di sollecitare anche un consenso degli arrabbiati, del popolo anti-fiscale, ma costruiamo un nuova coalizione, lasciamo la Lega al suo destino precario, e dopo aver governato da temperamentale e generoso caudillo democratico ora lascio da uomo di Stato e di politica per il futuro e per il Paese.
Tre giorni dopo, a Villa Gernetto, in attesa dell’inizio dei corsi dell’Università liberale, tutto fu letteralmente capovolto. Berlusconi «resuscitò », si smentì e disse: resto, non mi candido ma quasi quasi, e comunque c’è stato un golpe contro di me, l’Italia è stata quasi affondata dai tecnici, datemi il 51 per cento, e poi votate il Pd piuttosto che Monti, Casini e Fini sono orrendi (su questo magari è difficile non concordare appieno), viva l’economista keynesiano Paul Krugman, tutto il potere a Mario Draghi per battere moneta e sostenere gli Stati indebitati in euro, oppure fanculo l’euro o giù di lì.
Ecco, su questa linea si recuperano punti. Si va da Santoro e si fanno i fuochi artificiali. Su questa linea il Cav.

È se stesso, ridiventa per i suoi tifosi e per i suoi nemici un uomo formidabile, l’invincibile, il combattente con il poncho, il Garibaldi alla garibaldina che abbiamo conosciuto in tutta la sua ironia e sornioneria. Su questa linea diventa ininfluente la cattiva sorte del Pdl, che la presenza personale del Cav annulla e rilancia come spettro di una possibilità politica ed elettorale: c’è lui, chi se ne frega se non ci piace il partito.
Ma tutto questo lo sapevamo. Sapevamo che era una rinuncia dimettersi, varare l’operazione Monti con il consenso di una maggioranza Abc e sotto la spinta di Napolitano, era una rinuncia non chiedere come giusto di votare subito, sotto la neve. Sapevamo che un Berlusconi uomo di Stato responsabile, che lavora per il futuro, che fa compromessi, che cambia l’assetto politico non funzionante del bipolarismo impazzito, un Cav.
Così ha meno appeal, meno fascino, meno capacità mobilitante di un Berlusconi all’arrembaggio, con il ghigno del pirata e del latin lover. C’è un precedente, d’altra parte.
Quando fece saltare il tavolo della Bicamerale per le riforme, quando sbaragliò Massimo D’Alema e vinse le elezioni del 2001, Berlusconi mise la sua forma elettorale, il suo fascino tribunizio davanti alla politica: rinunciò a quello che ora predica necessario, una riforma delle istituzioni che metta in grado il premier di guidare il Paese con una maggioranza, e si avviò a vincere e a guidare il governo per una legislatura, ma senza troppo costrutto, se non ricordo male.
Insomma la mia domanda – che lascio volutamente senza risposta – è questa.
Anch’io ho goduto e molto per la smagliante performance del Sorriso Incarnato, ma ditemi voi se su quella strada si vince, si governa, si costruisce qualcosa di diverso dalla replica precaria di un’avventura?


Da tecnico a politico. Le giravolte di Monti
di Domenico Ferrara
(da “il Giornale”, 13 gennaio 2013)

Il sempre attuale Aldous Huxley scriveva che “le sole persone perfettamente coerenti sono i morti”. Mentre Guido Morselli sosteneva che “negli uomini, non esiste veramente che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni”.

Mario Monti conferma la prima citazione e rispecchia pienamente la seconda. Perché la transizione da tecnico a politico è stata irta di giravolte, cambiamenti di opinioni, diversità di comportamenti e stravolgimento del linguaggio. Una metamorfosi kafkiana che non è passata inosservata.

Sono finiti i tempi del politically correct, della moderazione e della pacatezza dei toni. Se da tecnico il bocconiano ponderava le sue dichiarazioni nei confronti dei suoi avversari (in realtà collaboratori, in quanto sostenevano la sua maggioranza), da quando ha indossato i panni del politico ha sfoderato attacchi a destra e a sinistra.

Berlusconi? “Faccio fatica a comprendere la linearità del suo pensiero”. Bersani? “Tagli le ali estreme e silenzi Fassina”. Passando per le battute sulla statura di Renato Brunetta, per gli attacchi ad Alfano, alla Cgil e a Nichi Vendola, fino ad arrivare alle critiche al precedente governo di “irresponsabili”.

Parole e verbi che Monti difficilmente avrebbe usato nel pieno della sua attività di governo. Ma la campagna elettorale, si sa, è un’altra cosa. Il Prof lo ha capito. E lo ha dimostrato in quest’ultimo periodo. Dall’illusorio e unilaterale dialogo coi cittadini su Twitter alle comparsate televisive a Uno Mattina, senza dimenticare il tentativo di mostrarsi più umano e simpatico agli occhi degli italiani. E così non bisogna stupirsi se il senatore citi il nipotino “Spread”, se confessi di tifare Milan, di amare il canto, anche se è stonato, e le barzellette, seppur ammettendo che il Cavaliere sia più capace di lui a raccontarle.

Ma la metamorfosi del Prof si nota soprattutto sui temi più importanti della campagna elettorale. A partire dall’Imu, l’odiosa tassa il cui peso e la cui responsabilità sono state scaricare da Monti sul precedente governo. Al di là della menzogna (Berlusconi introdusse l’imposta il 14 marzo 2011 limitandola agli immobili diversi dalla propria abitazione e rinviandone la riscossione al 2014), è palese il tentativo del premier dimissionario di screditare le dichiarazioni e gli attacchi del Pdl sull’Imu.

Non si spiegherebbe altrimenti allora il fatto che il bocconiano abbia accusato lo stesso Pdl di averla votata nel decreto Salva Italia, omettendo però che il 18 dicembre scorso, giorno del sì definitivo alla Camera, votarono a favore 309 deputati tra Pd, Pdl e Udc.

Ma la giravolta più evidente, sempre sull’Imu, riguarda la possibilità di modificarla. Nel giro di qualche mese, infatti, l’opinione di Monti è radicalmente cambiata. Se prima era da folli toccare l’Imu perché il governo futuro sarebbe stato costretto a raddoppiarla, adesso si scopre che va modificata.

È un Monti che disfa per poi fare. Resta lui però il protagonista. Anche sulle altre tasse. A capo del governo ha inondato il paese di rincari e di nuove balzelli, salvo adesso paventare la possibilità di ridurre di un punto l’Irpef e di congelare l’aumento dell’Iva. Tutte cose che prima, ministri del suo esecutivo, consideravano impossibili da realizzare.

La sensazione è che Monti stia scaricando sugli altri i suoi fallimenti per arrogarsi il diritto di essere l’unico a poter mettere le cose a posto. Il tutto accompagnato da una strategia di “pulizia” della sua immagine: “Voglio il bis per dimostrare agli italiani che non sono un tassatore cattivo”.

E che dire del rapporto privilegiato con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano? Cambiato anche quello. Perché i richiami del Colle sulla riforma della legge elettorale, sulla conclusione ordinata della legislatura e sul rimanere super partes sono stati disattesi. Non per nulla, il primo punto programmatico lanciato da Monti su Twitter è stato: “Cambiare l’indegna legge elettorale”. E poi su quella che lui definisce “salita” in politica (giacché lui si è definito “la scala di ingresso per la società civile”), i balletti sono stati caraibici.

L’8 settembre 2012 Monti dichiarò che il suo “orizzonte personale in questa attuale e strana occupazione finirà ad aprile 2013”. Il 26 settembre continuò dicendo che “non correrò alle elezioni, sono stato nominato senatore a vita”. Il 18 novembre: “Nessuno mi domanda un impegno oggi e oggi non do alcun impegno”. Il giorno seguente: “Quelli che verranno dopo di me saranno governi responsabili e faranno ancora meglio per far progredire l’economia sulla strada del risanamento e delle riforme”.

Dagli inizi di dicembre, poi, ecco che la metamorfosi comincia a realizzarsi: “Rifletterò su tutte le possibilità, nessuna esclusa”; “Il mio futuro in politica? Ora non lo so”; “Io in politica? Ora sono più libero, ma tutte le ipotesi restano aperte”. E così via fino alla candidatura con Fini e Casini. E pensare che l’ex presidente della Bocconi aveva più volte annunciato il bisogno di cambiare la politica italiana, di rinnovarla, di abbandonare le vecchie logiche partitiche. Come possa farlo imbarcando Fini e Casini resta un mistero. O meglio, una contraddizione. Insomma, altro che Lega e Idv. Il migliore oppositore di Monti è Monti stesso.


Elezioni, “Pdl avanti in Lombardia e Sicilia”: per Bersani Senato più lontano
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 gennaio 2013)

Perdete pure in  Sicilia, ma non in  Lombardia. Oppure perdete in Lombardia, ma vincete ovunque. Il  centrosinistra  ha davanti a sé questo collo di bottiglia per evitare l’anatra zoppa, cioè andrà al governo senza poter contare sul voto di una delle due Camere. Se infatti la maggioranza allaCamera  sembra cosa fatta, al  Senato  le circostanze sono tutt’altro che chiare. Per via della  legge elettorale, infatti, il premio per i seggi di Palazzo Madama scatta  a livello regionale.  E ci sono regioni che pesano di più e regioni che pesano di meno. Dunque la vittoria di  Pierluigi Bersanipassa per la  Lombardia, per la  Sicilia  e per la  Campania.  Secondo le simulazioni di  Renato Mannheimer  per il  Corriere della Sera  il centrosinistra porta a casa il Senato solo se lascia sul campo solo la Lombardia, mentre non riuscirebbe a superare la soglia dei  158 senatori  se perdesse sia in Lombardia che in Sicilia. C’è di più: sempre secondo l’istituto  Ispo  in Lombardia, definita ormai ovunque “l’Ohio italiano”, il centrodestra appare nettamente avanti, con un distacco che supera i 3 punti percentuali (distanza che si riflette anche nella corsa per la presidenza della Regione tra  Roberto Maroni  e  Umberto Ambrosoli).  Vendola  mette subito le cose in chiaro: se ilPd  si rivolge a  Monti  per formare il governo, non conti su  Sinistra e Libertà. Intanto il  Pdleffettivamente ricomincia a respirare dopo la performance di  Berlusconi  a  Servizio Pubblico: secondo un sondaggio per  SkyTg24  ha guadagnato l’1,6%.

Vendola: “Se il Pd sceglie Monti come alleato dopo il voto, dovrà rinunciare a Sel”
In questa situazione di incertezza  Nichi Vendola  mette le cose in chiaro: “Se il centrosinistra sceglie Monti come alleato per il governo – dichiara a  SkyTg24  â€“ dovrà rinunciare al contributo di Sel. Io sono alternativo alla presenza dei conservatori nell’alleanza di centro sinistra. Sarà impossibile, anche solo immaginare, una maggioranza in cui stiamo insieme io e  Paola Binetti  che, lo dico con tutto il rispetto, è la tipica espressione di una cultura integralista che disvela le ambiguità dell’alleanza che si è radunata intorno al professor Monti e che si presenta come un’alleanza liberale. Penso che nella prossima legislatura bisognerà collaborare con Monti, con Casini e le forze centriste e insieme occuparsi della riforma dello Stato, sulla quale occorrerà trovare dei punti di compromesso”. Insomma: “Dal punto di vista del governo del Paese, il centro sinistra ha il diritto di governare senza ipoteche e senza badanti. Io ho fatto vincere il centro sinistra in luoghi dove aveva sempre perso, ho contribuito alla vittoria dalla Puglia a Milano. Il centrosinistra si candida per vincere e governare, Monti e Berlusconi – ha concluso Vendola – si candidano per impedire la pienezza della vittoria del centro sinistra, per azzoppare la coalizione, cercando in quel modo di rientrare in partita”.

I meccanismi e lo scenario del Senato: Lombardia, Sicilia, Campania
Il meccanismo dei premi di maggioranza, come detto e com’è ormai noto visto che il  Porcellumverrà utilizzato per la terza volta in 7 anni, è diverso per Camera e Senato. Per Montecitorio la coalizione che prende più voti prende il 55 per cento dei seggi. Per i partiti di centrosinistra che supereranno la soglia di sbarramento del 2% (poiché coalizzati) non ci saranno problemi.  Per il Senato il premio di maggioranza è applicato invece regione per regione. A questo dispositivo si sottraggono solo Val d’Aosta, Trentino Alto Adige e Molise. La Lombardia assegna 49 seggi su 315, la Sicilia 24, la Campania 29. E la situazione è tutt’altro che felice, secondo i sondaggi, per Bersani e i suoi alleati. Secondo gli scenari elaborati da Mannheimer il centrosinistra ha bisogno di alleanze post-voto per Palazzo Madama se perde in due regioni tra Lombardia, Sicilia e Campania.

L’analisi di Mannheimer sul  Corriere  si concentra sulla Lombardia. Qui, in particolare, il centrodestra sembra aver ingranato di nuovo la quarta, visto che D’Alimonte l’8 gennaio gli assegnava il 32,5 per cento (quindi prua a prua con il centrosinistra) e oggi l’Ispo gli dà il 35,7 per cento contro il 32,3 della coalizione dei “progressisti” (non è dato sapere se c’entri la performance del Cavaliere da Santoro). Come spiega lo stesso sondaggista il divario è ancora “colmabile”, ma è evidente come questa resti un’arma tutt’altro che spuntata nelle mani di Berlusconi. Infatti il centrodestra raccoglierebbe 27 seggi da dividere tra  Pdl  e  Lega Nord  (La Destra  e i  Fratelli d’Italia  non superano il 2 per cento), mentre il centrosinistra si fermerebbe a 12. Le altre forze politiche che otterrebbero seggi in Lombardia sarebbero la  Scelta Civica  di  Mario Monti  (14,7 per cento dei voti, 6 seggi) e il  Movimento Cinque Stelle  (10,8% e 4 seggi).

Ma le cose vanno se possibile addirittura peggio in  Sicilia. L’ultima rilevazione disponibile è quella di Ipsos, pubblicata dal  Sole24Ore  l’8 gennaio. La coalizione che fa capo a Berlusconi prenderebbe qui 14 seggi (27% per cento in tutto) e ne lascerebbe a quella di Bersani solo 3 (22,9%). Qui otterrebbero seggi anche i Cinque Stelle (3 seggi, 19,8%, a confermare il brillante risultato delle Regionali), la Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia (2 seggi, 11%) e la Scelta Civica di Monti (2 seggi, 16,5%).  La terza e ultima regione “cruciale” per il Senato, la  Campania, è in bilico, ma dovrebbe risultare appannaggio del centrosinistra. Sempre secondo Ipsos per il  Sole  (8 gennaio). Qui il centrosinistra avrebbe un vantaggio di almeno il 2% sul centrodestra: 30,5 contro il 28,5. La coalizione di Bersani conquisterebbe dunque 16 seggi, mentre il Pdl e i suoi alleati avrebbero diritto a 6. Anche in questo caso otterrebbero posti al Senato le liste di Monti (3), Ingroia (2) e Cinque Stelle (2). Ma per il centrosinistra la sola Campania non basta.


Dalla casa al cognato ai seggi ai cognati
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 13 gennaio 2013)

Dalla casa di Montecarlo ai seggi a Montecitorio e al Senato. Il debole dei politici per cognati e parenti vari non si affievolisce, a conferma del fatto che, soprattutto al centro, hanno davvero attenzione al benessere della famiglia.
Il problema è che si tratta sempre della loro. Prendiamo il raggruppamento Monti. Fini, è notizia dei giorni scorsi, non appagato dal regalone fatto due anni fa al cognato nella perla della Costa Azzurra, sta riprovando a fare felice la moglie Elisabetta proponendo la candidatura del socio della suddetta signora. E fin qui, per intenderci, nulla di clamoroso, conoscendo l’etica del soggetto. Ma scopriamo oggi che il suo alleato Casini, forse invidioso, non vuole essere da meno. Tanto che nelle liste dell’Udc montiana figurano due importanti nuove entrate. Quella della cognata, moglie di suo fratello, e quella del futuro genero, fidanzato di sua figlia.
Del resto c’è da capirli. Con la crisi sono tempi duri ed è meglio mettere un po’ di fieno nella cascina di casa. Ovviamente lo paghiamo noi ma questo è un dettaglio. Lo stesso Monti è sensibile alla solidarietà, anche nei confronti dei benestanti. Tanto da candidare al parlamento il genero del suo amico Nanni Bazoli, potente presidente della banca San Paolo, uno degli uomini più ricchi e influenti del Paese (di fatto controlla anche il Corriere della Sera).
Nel presunto nuovo che avanza, quando si tratta di parenti non si guarda in faccia a nessuno. Fini, Casini e Monti più che una lista civica stanno mettendo insieme una lista familiare, allargata al massimo a qualche amico. Affari loro, ma un po’ anche nostri. Nel senso che non ci stiamo a farci prendere per il naso sulla presunta superiorità etica di signori che da una vita fanno gli affari loro. E che vogliono continuare a farli all’ombra, e con la complicità, di Mario Monti che, in quanto professore, di baronie se ne intende assai.
«Nasce la lista Monticarlo », avevamo titolato il giorno che il premier presentò la sua alleanza. Pensavamo a un gioco di parole. Scopriamo oggi che avevamo azzeccato pure la sostanza. L’errore è stato sottovalutare la furbizia di Casini. E dei suoi parenti.


La politica non si fa (più) in Parlamento
di Furio Colombo
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 gennaio 2013)

“Qui non si parla di politica o di alta  strategia. Qui si  lavora”. Credo che in pochi riconosceranno l’origine di questa frase, che era un pericoloso cartello di avvertimento in ogni luogo pubblico durante la  guerra  fascista.

Nel momento in cui scrivo è una perfetta descrizione del Parlamento che è stato appena sciolto. Ma anche del lavorio infaticabile e intenso, degli scontri e incontri e incroci e ripulse e improvvisi ritorni di legami perduti che la preparazione del  nuovo Parlamento  attraverso la composizione delle  liste elettorali. Quelle che sono già disponibili sono lì a dimostrare ciò che sto dicendo: liste di  dirigenti, di  quadri  e di  impiegati  per future imprese parlamentari che devono produrre con disciplina certi prodotti. Le liste che non ci sono ancora dimostrano quanto sia difficile mettere insieme persone efficienti, sottomesse, laboriose, fingendo di accumulare talenti.

Ogni lista ha i suoi  ornamenti  o i suoi pezzi di  antiquariato, un po’ come esporre nell’atrio della ditta il primo macchinario con cui era cominciata l’impresa. Per il resto, personale di fiducia, che non alzi la testa. Qui mi scontro – lo so – con la diffusa persuasione che “il Parlamento non lavora”. Il Parlamento, salvo quando subisce gravi incidenti di percorso, come è accaduto nella lunga agonia dell’ultimo  governo Berlusconi, lavora moltissimo, ma non per fare politica. Quando si dice ‘di questo discuterà il Parlamento’, non si dice niente. Il Parlamento produce con alacrità atti amministrativi fatti di labirintici commi ed emendamenti, il cui senso e le cui conseguenze sono chiari solo ai committenti e ai destina-tari.

Molto dipende, naturalmente, dal rapporto fra Parlamento e governo. Il Parlamento, quando è guidato da  Monti, lavora intensamente ad approvare in fretta, quasi senza discutere, ciò che è stato deciso in  materia economica, per ragioni di emergenza (vera emergenza provocata dall’incompetenza e tendenza a mentire di Berlusconi). L’ultimo governo “generalista” del Paese (nel senso che voleva, allo stesso tempo, produrre alcuni risultati tecnici e alcuni fatti politici) è stato ilgoverno Prodi. Poi è diventata abituale la totale assenza del dibattito politico, salvo stentorei discorsi di parti e controparti ogni due o tre mesi, su questioni gravi, come i diritti umani, la scuola, il lavoro, la pace, questioni che non hanno mai avuto in Parlamento né un prima né un dopo. Dunque sono privi di fondamento quei “rating” che assegnano ai vari parlamentari gradi di “produttività”. Lo sono perché non si domandano “produttività” di che cosa?

Sto descrivendo, temo in modo accurato, un Parlamento che sta alla larga dalla politica e in cui un parlamentare non può prendere alcuna iniziativa politica da solo tranne che parlare a un’aula vuota, una volta esaurito l’ordine del giorno alla cui compilazione non partecipa. Allora dov’è la politica? Come abbiamo visto il percorso verso il governo non serve. Se un governo ha interesse a non fare politica (per esempio per non compromettere una coalizione, si pensi alle “coppie di fatto”) il Parlamento rimane afasico. Infatti c’è il regolamento, stravagante, rigoroso e invalicabile delleCamere. Stabilisce che un parlamentare, persino nella o nelle  Commissioni  di cui fa parte, può presentare un’interrogazione solo tramite il rappresentante del suo gruppo. Stabilisce che il deputato o senatore possono proporre tutto quello che vogliono. Non arriverà mai in aula (e il parlamentare proponente non potrà parlarne in aula) fino a quando il suo gruppo, cioè il partito con cui è stato eletto, non darà il permesso . Il più delle volte non accade mai. Dunque se cercate dove comincia e dove finisce la politica (e dove si esercita o si azzera la “produttività” politica) la freccia punta ai partiti. Ed è qui che un segugio indagherebbe per rispondere alla domanda: che fine ha fatto la politica? L’indagine può cominciare benissimo dalle  nuove liste elettorali  che si sono composte o si stanno componendo, e ai partiti (ai loro leader) che le hanno volute. Ognuno ha cercato uno o duepersonaggi  di valore estranei all’organizzazione, ma destinati a ornare il salotto, a depositare un discorso o una memorabile intervista e a togliere il disturbo. Ma ha voluto soprattutto numerose e ben distribuite  pattuglie  di  lavoratori  che al momento giusto restano in attesa dell l’input, qualunque esso sia (andare avanti, tornare indietro, accordarsi o scontrarsi per ragioni che non sempre vengono condivise) o anche solo spiegate).

Come esempio pensate alla scelta  Pd  del  dottor Galli, già direttore generale di  Confindustria, dato come probabile  ministro del Lavoro  a nome del partito che ospita il candidato ed ex ministro del Lavoro  Damiano. A Damiano non si è potuto dire di no e far finta che non esista, come è accaduto al deputato  Sarubbi  (che si era ostinato a parlare di politica, di diritti umani, e non di  Eni, al tempo del trattato con la  Libia) e in due, oltre ai Radicali, avevamo votato no. Ma la sua presenza è saggiamente compensata e “coperta” dal dottor Galli per non correre il rischio di “ali estreme”. Come esempio prendete  Paola Binetti  e osservate dove l’ha collocata il nuovo mondo di  Monti: due volte capolista in punti essenziali delle nuove liste per rassicurare chi deve essere rassicurato sui valori non negoziabili. Sono solo due lampi nel buio, ma servono per dire che la politica ha un suo unico luogo, i partiti.

Ma i partiti, anche quelli rispettabili, hanno deciso di tenersi le mani libere “per  negoziare”. Negoziano risultati che hanno a che fare con il potere, non con i cittadini. I cittadini restano soli e, di tanto in tanto, sono accalappiati nella rete di decisioni che non si sa se siano buone o cattive perché sono indecifrabili. Si sa che sono pesanti, che cambiano la vita di molti. Sarebbe importante discutere di tutto ciò in politica. Ma quale politica?


Da guru a Michele chi? La stampa democratica rinnega l’eroe anti Cav
di Luigi Mascheroni
(da “il Giornale”, 13 gennaio 2013)

Michele chi? Michele l’irresponsabile, Michele il populista, Michele lo showman, Michele il giostraio, Michele il narcisista.
Michele il connivente col nemico. Anzi, Michele il nemico.
Dopo la sfida più seguita e polemica della storia televisiva della Repubblica, Michele Santoro non è più il Giornalista dalla Schiena Dritta, il Gran Perseguitato dell’Editto Bulgaro, la Vittima Sacrificale delle censure del Tiranno, l’Ultimo Baluardo dell’Antiberlusconismo. No. Tutto dimenticato, tutto capovolto. È bastato che dagli studi di Servizio pubblico Berlusconi uscisse ancora in piedi, quando invece in molti speravano fosse portato fuori in barella, o almeno in manette, ed ecco che Santoro per la Grande Stampa Democratica&Progressista è diventato immediatamente un populista, un uomo di spettacolo invece che di informazione, un debole, un colluso. Eppure Santoro ha fatto anche questa volta il proprio mestiere, quello di conduttore, peraltro sempre di parte. Ha fatto un talk molto meno show di tanti altri, una trasmissione di approfondimento, per di più, come sempre, orientata. Eppure…
Eppure i custodi della Morale e della Verità, i duri e puri dell’etica e della deontologia – perché anche nel giornalismo, non solo in politica, c’è sempre uno più puro di te – ieri hanno irriso Santoro, più di quanto siano soliti fare con Berlusconi. Hanno scritto che è stato troppo accondiscendente, troppo «empatico », troppo vicino. Lo hanno detto proprio a lui. A Michele. Al campione per un quindicennio, da Sciuscià a Servizio pubblico, del peggiore, viscerale, fazioso antiberlusconismo. È il mondo irreale di Berluscoro e Santoroni.
Francesco Merlo, su Repubblica, ha scritto che Berlusconi e Santoro hanno recitato in un’arena, «scritturati dallo stesso impresario come due vecchie glorie », che «è stato spettacolo, mai giornalismo », «era giostra e non sfida », «è stato tutto un sorridersi di compiacimento e di soddisfazione per averlo lì »… insomma ecco a voi «due nemici ridotti a compari ». Compare. Michele Santoro adesso è un compare. Giovanni Valentini, sullo stesso giornale, sotto il titolo «Quando la politica diventa spettacolo » (nota bene: fino a oggi la trasmissione di Santoro era l’unica e ultima spiaggia dell’informazione libera e indipendente in un’Italia totalitaria soffocata dal conflitto d’interesse): «Ma a cosa è servita la trasmissione, oltre a fare audience e quindi a raccogliere pubblicità? A fare spettacolo, appunto, a vantaggio pressoché esclusivo dei due attori principali, interpreti e protagonisti di un copione non scritto, ma certamente non improvvisato e neppure originale ». «I talk show non devono divertire ». «Berlusconi controlla già direttamente una metà della tv italiana. E indirettamente una parte dell’altra metà. Non è il caso di consegnargli anche quel poco che resta ». E il giorno prima Curzio Maltese, non era stato da meno.
E ancora. Aldo Grasso, sul Corriere della sera, dice che «vittima del narcisismo, Santoro ha finito per portare acqua al mulino di Berlusconi ». Mentre Luigi La Spina su La Stampa, in un pezzo intitolato «Michele e Silvio. La strana alleanza di due populismi » («strana alleanza »? Ma Santoro non è sempre stato l’arcinemico del Cavaliere?, ndr), parla di una trasmissione «che ha sciorinato l’intero campionario del populismo di destra e di sinistra, in una sostanziale comunanza di idee » che ha rinvigorito Santoro e il «suo mito di superstar tribunizia della politica in tv » (strano, pensavamo che solo il Giornale potesse dare del «tribuno » a Santoro…). E l’Unità, in un commento di Sara Ventroni, gli dà persino del «masaniello ». Oltre a puntualizzare come i due «si piacciono da morire », «hanno preso accordi sugli omissis e sulle luci dello studio » e che «non potevano che approdare a un epilogo zuccheroso: un idillio populistico ». «Mancava solo il bacio ».
Eppure, l’altra sera, ognuno ha fatto soltanto la propria parte, quella di sempre. Sia Berlusconi. Sia Santoro. Come si è chiesto ieri in un’intervista Travaglio: «Cosa dovevamo fare di più, menarlo? ». Per certi democratici, sì.


L’assalto cinese all’economia nazionale
di Luca Pautasso
(da “L’Opinione”, 13 gennaio 2013)

La Cina è vicina. Forse anche troppo.
L’allarme lanciato nelle ultime settimane dai servizi segreti italiani circa gli interessi economici del fu Celeste Impero per il patrimonio immobiliare e la cantieristica navale italiana è passato quasi sotto silenzio, fatta esclusione per i servizi pubblicato da Il Sole 24 Ore e La Repubblica. Eppure, una notizia del genere avrebbe meritato uno spazio nelle prima pagine di tutti i quotidiani, quanto quella di una dichiarazione di guerra. Perché è esattamente di questo che si tratta: di un conflitto bellico senza esclusione di colpi, pur senza che si arrivi mai nemmeno ad esplodere un colpo.

Una guerra fredda che si combatte a suon di fusioni e acquisizioni, di grandi capitali e di grandi praterie tutte da conquistare. Una guerra che vede da un lato un nemico potente e molto ben equipaggiato delle armi più efficaci in conflitti come questo (i soldi), e dall’altro un paese, come l’Italia, che in balìa di una delle più gravi crisi economiche della sua storia non si cura nemmeno di tutelare i propri “gioielli di famiglia”.

Non tutti gli investimenti che arrivano dall’estero sono infatti auspicabili, né portano benefici all’economia nazionale. Le recenti acquisizioni operate da grandi gruppi finanziari cinesi, supportate passo dopo passo dal lavoro della diplomazia di Pechino, al pari di un’azione di stato, sono infatti finalizzate ad acquisire il controllo di marchi strategici per sottrare prezioso “know how” e delocalizzare la produzione in estremo oriente.

Del rischio di veder finire l’Italia completamente in balia dei capitali stranieri aveva parlato già nel luglio scorso la Consob, denunciando un vero e proprio assalto all’arma bianca da parte dei fondi sovrani istituiti a suon di petrodollari dai paesi del Medio Oriente ai danni delle aziende strategiche italiane. Nel mirino di investitori stranieri mossi da un non esclusivo interesse verso il profitto economico, ma da un vero e proprio desiderio di controllo politico, vi sarebbero non solo imprese che operano nel settore della difesa, ma anche dei trasporti, delle telecomunicazioni, delle infrastrutture, delle fonti di energia ma anche nell’erogazione di servizi pubblici in genere.

Se il controllo di queste aziende definite “strategiche” dovesse passare in mano straniera, il paese subirebbe non solo danni economici incalcolabili ma anche, di fatto, una consistente perdita di sovranità. Proprio come nel caso di un’invasione militare.

L’Italia, ammoniva a luglio la Consob, è in forte ritardo nell’adozione delle contomisure necessarie ad evitare la capitolazione, e il poco che ha fatto lo ha fatto male. «Diversamente dalla Francia e dalla Germania, anche negli anni di massima espansione dell’operatività dei fondi sovrani, l’Italia ha preferito non dettare una disciplina generale a tutela delle imprese strategiche nazionali, intervenendo in tal senso soltanto recentemente, con l’emanazione del decreto legge 15 marzo 2012 n. 21 », citava infatti il report della commissione di vigilanza sulle borse. Prima del Dl 27/2012 esisteva una legge del 1994, poi modificata nel 2003, che conferiva all’autorità statale “poteri speciali” sulle privatizzate ritenute strategiche. Ma la genericità di questi poteri attribuiti in capo allo stato è costata al nostro paese ben due procedure di infrazione da parte della Commissione europea per «violazione delle disposizioni inerenti la libertà di movimento di capitali e di stabilimento ».

Dopo il Medioriente, ecco la Cina. Un avversario ancor più pericoloso dal momento che, oltre a poter contare su possibilità economiche pressoché sconfinate, gioca ancora più sporco, e senza andare troppo per il sottile. I cinesi, infatti, hanno da tempo eletto a prassi pratiche scorrette e illegali quali il dumping monetario (ovvero la sottovalutazione forzata e la non convertibilità dello Yuan, moneta nazionale cinese), concorrenza sleale, invasione dei mercati stranieri attraverso la vendita sottocosto dei prodotti cinesi (dumping commerciale), ma anche contraffazione, delocalizzazione, barriere commerciali. Pratiche contro le quali, in Italia così come nel resto d’Europa, non si è mai fatto granché, se non sporadiche quanto inutili proteste verbali.

Insomma: à la guerre comme à la guerre. E se la Cina sta dimostrando di prendere la sfida estremamente sul serio, in Italia non ci siamo nemmeno ancora accorti di essere sotto attacco.


Quell’Armata Brancaleone-Monti
di Claudio Romiti
(da “L’Opinione”, 13 gennaio 2013)

Nonostante la ostentata sobrietà, anche il professor Monti sembra seguire gli altri partiti e schieramenti nella composizione stile armata Brancaleone delle proprie liste. Personaggi il cui unico merito è quello della visibilità sportiva e/o mediatica, magari per aver “ballato con le stelle” o aver pubblicizzato una merendina per bambini, sono stati inseriti nello scivolo montiano per il Parlamento. Altra storia si potrebbe dire per il sedicente liberale Mario Sechi, il quale mastica politica da una vita e, per questo, possiede tutti i crismi della presentabilità politica. Tuttavia, nonostante il suo recente cambio di cavallo politico -è stato per anni un fervente berlusconiano-, il nostro manifesta anche sotto le insegne montiane una certa, quanto imbarazzante, coerenza keynesiana. Tant’è che alcuni giorni orsono, ospite di Dietlinde Gruber detta Lilli, ha ribadito la sua cieca fede nei meccanismi di crescita e sviluppo economico che partano dal sostegno della domanda. E su questo piano l’ex direttore del “Tempo” ha sempre mostrato una certa coerenza, soprattutto sostenendo a spada tratta il pompaggio di cartamoneta da parte della Bce per uscire dalla crisi.

Pompaggio presentato sotto le mentite spoglie di un vago prestatore di ultima istanza. Ma nel corso di “Otto e mezzo” Sechi si è letteralmente superato. Per contrastare la discutibile proposta della Lega Nord, dal chiaro sapore elettoralistico, di lasciare in Lombardia il 75% delle tasse versate dai suoi cittadini il popolare giornalista sardo ha tirato fuori una classica, quanto consunta argomentazione becero-keynesiana. Ossia l’idea, a mio avviso del tutto strampalata, secondo cui limitando il flusso di quattrini che da Nord viaggiano verso le regioni del Sud si creerebbe un danno effettivo alle imprese settentrionali, poiché ciò restringerebbe il valore complessivo dei consumi, quindi anche del relativo fatturato delle imprese medesime. Ora, al di là dei dettagli, se l’economia funzionasse in questo modo, sarebbe molto semplice farla ripartire: mettiamo in tasca dei cittadini più soldi, magari aumentando la massa monetaria, così da stimolare all’infinito la produzione di beni e servizi.

Quindi, secondo tale visione, basta ampliare il numero e la qualità dei consumatori per trascinare al rialzo il prodotto interno lordo di un paese. Ma in realtà, al buon Sechi sfuggono alcuni particolari di non poco conto. In primis, il carattere distorsivo e disincentivante di una simile impostazione. Infatti, come molto correttamente ha scritto il grande Friedrich von Hayek, possiamo immaginare ogni sistema economico come una sorta di fondo comune a cui i più bravi -o i più furbi, come troppo spesso avviene in Italia- attingono maggiori risorse. Ebbene, se attraverso gli eccessi redistributivi che si celano dietro le ricette keynesiane si aumenta la platea dei consumatori, restringendo specularmente quella dei produttori, il risultato finale è quello di una sostanziale paralisi dell’attività economica.

E dato che l’attuale eccesso di spesa pubblica e di tassazione sta portando alle massime conseguenze proprio questa evidente disarticolazione dell’intera organizzazione produttiva, se si continuasse a perseguire la citata ricetta le cose non potrebbero che peggiorare. Il problema, che Mario Sechi non comprende, è che l’economia dovrebbe poter crescere attraverso l’offerta. Ovvero attraverso lo sviluppo dinamico che le fondamentali leggi di mercato determinano nell’azione umana. In parole povere, ciò si estrinseca nella ricerca produttiva, fatta anche di molti tentativi a vuoto, di beni e servizi che siano appetibili sul mercato. Il resto è socialismo reale.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart