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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Racconto: Margherita #13/13

15 Ottobre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Margherita  #13

Salì di corsa le scale. Bussò. Non gli apriva. Bussò ancora. Niente. La chiamò: una volta, due volte. Intuiva che era in casa.
                «Me ne vado » gridò.
                Quando l’uscio si aprì, non vide il viso di Margherita, ma la sua pancia ingrossata, bistonda.
                «Perché mi hai fatto questo? »
                «Non domandare. »
                «Come potrò mai perdonarti? »
                Entrò. Si sedettero. Margherita era pallida. Solo i suoi occhi avevano conservato quello sguardo pieno di curiosità, che Jacopo non aveva mai dimenticato, e si vedeva che anch’esso era stato messo a dura prova.
                Jacopo covava rabbia e cercava l’occasione per scagliarsi contro di lei.
                «Andartene così; come hai potuto farlo? Mi hai trattato come un estraneo. Sei stata un’egoista. Che cosa vuoi da me? »
                Margherita stava in quell’atteggiamento di chi già conosce il suo torto e non ha voglia di replicare.
                «Ecco, sono venuto, » insisteva lui «mi hai visto. E ora? »
                Chi avesse guardato attentamente negli occhi di Margherita, vi avrebbe scorto sul fondo la luce di una lunga vita che ancora doveva venire, tutti gli anni futuri che premevano dentro di lei, su quell’età che si ribella alla mente, e non conosce resa; una sorta di vigore bestiale che emana dal più profondo delle cellule e spinge alla vita.
                Si alzò. Parve bella come Jacopo non l’aveva mai vista, e in quel dolore che stava rappreso nella sua anima, brillava tutta la forza di una giovinezza che non può essere piegata, e manda una sfida che non reclama alcun perdono.
                «Sei bella » disse Jacopo, e Margherita sembrò diventare davvero ancora più bella. Non parlava, ma gli occhi divenivano grandi, e pareva specchiarvisi il mondo. C’è una radice che non si secca mai dentro l’uomo, e quando arriva il tempo, basta che noi lo vogliamo, essa si mette a pulsare, ed è capace di rigenerarci.
                Jacopo, al contrario, era roso dall’umiliazione patita. Cercava una ragione per riconciliarsi con lei, e non ci riusciva. D’un tratto, come fosse stato morso da un serpente, ringhiando come un animale ferito: «Non potrò mai perdonarti » disse. Si alzò, rovesciando la sedia tra le sue gambe; andò verso l’uscio, non si voltò nemmeno a salutare. Sbatté la porta, e Margherita non disse una parola. Restò immobile, e udì ad uno ad uno tutti i suoi passi discendere le scale.  

                 Al mattino, Jacopo si trovò coi compagni. Avevano con sé fucili e bastoni, e anche Jacopo aveva portato una rivoltella.
                «Stamani ci divertiremo » disse il più scatenato.
                «Vedrai che alla villa non ci torneranno più. »
                «Alla fine, la intenderanno bene la lezione, quei bastardi. »
                «Non è colpa loro se il mondo si è ridotto così. »
                «Basta che non ci rompano i coglioni. Ne abbiamo già abbastanza di guai per conto nostro. »
                «Non si può uscire di casa senza rischiare che qualcuno venga a rubarci le nostre cose. »
                Discorrevano mentre aspettavano gli ultimi ritardatari.
                «La polizia sta a guardare. Aspetta di vedere da che parte tirerà il vento. È sempre stato così. La giustizia ce la facciamo da noi, ecco, e così possiamo fare a meno dei tribunali, corrotti e opportunisti anche loro. »
                «Tu, piuttosto, cerca di controllarti » disse quello che pareva il capo, rivolto ad uno che teneva in mano un grosso bastone. «C’è mancato poco l’altra volta che non ci scappasse il morto. Meglio scansarle certe complicazioni. »
                «Ma di chi hai paura? Morti o non morti, nessuno se ne frega. E noi sarà bene che la lezione gliela diamo come si deve, a quelli là. »
                «Chi lo avrebbe mai detto, quando s’era ragazzi, che questo sarebbe stato il nostro avvenire. »
                «Mondo boia. Ma qualcuno la dovrà pagare! »
                «Paga Nino, come sempre. »
                «No, questa volta non sarà come le altre. Le croci significano pure qualcosa. Ne abbiamo fatti fuori parecchi. E non è finita. Tremano quelli che stanno rimpiattati, ma arriveremo anche a loro, prima o poi. »
                «Siamo ritornati alla barbarie. »
                «È la storia che gira. E se oggi si fa così, significa che è giusto. »
                «Ce ne pentiremo mai? »
                «La mia coscienza è a posto. »
                «Non sta a noi pentirci. »
                Camminavano a piedi, ora, lesti lesti lungo la Sarzanese, e qualcuno, anche dalle macchine, li salutava.
                S’arrampicarono sulla collina attraverso il bosco per il quale era fuggito Jacopo. Smisero di discorrere. Due di loro andarono in avanscoperta. Si facevano largo tra il fogliame e si vedeva che erano ormai abituati a queste cose. Giunsero dalla parte del laghetto. Alcune donne erano in giardino, chiacchieravano, chi seduta sugli scalini, chi in piedi. Alcuni ragazzini scalzi correvano nel viale, gridando come al solito. I due fecero cenno agli altri che potevano raggiungerli. E così fu fatto. Il gruppo stava dietro ai platani in attesa dell’occasione. Che venne, e fu quando i tre energumeni uscirono dalla villa. Uno aveva il fucile con sé.
                «Ci penso io a quello » disse il capo. «Gli salto alle spalle e voi uscite di corsa quando lo avrò immobilizzato. Prima sistemate gli altri due, poi le donne e i vecchi. »
                Si mosse con la destrezza di un ghepardo. Quatto quatto, balzando da un albero all’altro, si trovò dietro all’uomo armato. Lo afferrò per la gola e con il braccio libero gli sfilò il fucile. A questo punto, gridando come forsennati, anche gli altri uscirono dal bosco, e Jacopo fu tra i primi. Cominciò una lotta furibonda. Pure le donne ci si misero in mezzo, e poi anche i vecchi. Infine principiarono i gemiti, qualcuno stava a terra con la testa sanguinante. Qualche bambino aveva cercato di aiutare i grandi, e si lamentava, steso a terra. I tre energumeni riuscirono alla fine a liberarsi. Si difendevano a suon di pugni. Ma contro ciascuno si avventarono almeno cinque o sei giovanotti, e con il calcio dei fucili frantumavano gambe e mandibole. Uno degli energumeni, azzoppato e sanguinante, riuscì ad impossessarsi di un fucile e sparò. Un giovanotto cadde a terra. Allora spararono i suoi compagni. Spararono in tutte le direzioni, non curandosi del bersaglio. Alla cieca. Sparavano e ricaricavano i fucili. Non si fermavano più. Qualcuno entrò in casa, e si udirono dei colpi. Jacopo si era fermato e stava a guardare. Non ci credeva che si potesse morire così. Dei bambini giacevano a terra senza vita, e su alcuni stavano inginocchiate le mamme. Le poche ancora vive caddero sotto i nuovi colpi.
                «Sono morti tutti. Cessate il fuoco! » urlò qualcuno. Nel cortile si fece un grande silenzio. Dalla villa uscirono gli altri che vi erano entrati, coi fucili ancora caldi.
                «Tua madre è salva » disse un compagno. «C’è una donna con lei. Ti aspettano. Qui ci pensiamo noi. »
                Jacopo era stordito, tardava a muoversi.
                «Sta’ tranquillo. Nessuno saprà niente. »
                «A chi vuoi che interessi della loro vita. »
                Qualcuno aveva già cominciato a trasportare i cadaveri nel bosco.
                Jacopo salì di corsa la grande scalinata. Trovò Caterina e sua madre. Lo guardavano e non parlavano.
                «Che cosa ci sta accadendo? » mormorò infine Caterina.
                «Vorrei morire » disse a fil di voce la madre.
                Jacopo restò immobile a guardarle, come se l’anima fosse uscita da lui, ed egli ne attendesse il ritorno per poter rispondere. Non vedeva più le donne, sebbene le avesse davanti. Chissà dov’era.
                Quando ridiscese le scale, tra quei cadaveri sparsi dappertutto, pieni di sangue, in fondo alla scala, da una parte, con la nuca sconquassata da un colpo di fucile, riconobbe Stella.  

                «Nei secoli futuri, qualcuno mi troverà » pensò Jacopo, prima di addormentarsi, e gli sembrava, al termine di quella giornata terribile, la sola speranza che gli restasse per riempire ancora di significato la sua vita. Affiorava in lui quel sentimento che sta rinchiuso dentro ciascuno di noi, e non sempre si svela, che ci fa sentire non inutili, e legati ad un destino che non può che essere grande per tutti. Sperava che un giorno si riconoscesse davanti agli uomini che nel bene e nel male egli era stato comunque un anello di quella lunga catena che appartiene alla medesima razza, e senza di lui niente sarebbe stato possibile.
                Per questo ogni uomo, stimato o miserabile che sia, resta sempre grande.
                Al mattino, si svegliò di buon’ora. Aveva dormito bene, aveva anche sognato. Uscì in giardino. Nessun segno era rimasto di ciò che era accaduto. La natura pareva essersi dimenticata di ogni cosa, ed avere allontanato da sé le brutture degli uomini. La sua auto stava parcheggiata di fianco al muro. Indugiò a lungo prima di salirvi. Pensò a Margherita. La rammentò come l’aveva lasciata, senza più parole per lui. Ci doveva pur essere una speranza tanto forte da cancellare le miserie del mondo, tanto tenace da radunare insieme i cocci di un’esistenza frantumata, tanto orgogliosa e superba da mettere in moto tutta l’energia racchiusa nella Terra, e dal male e dal marciume rigenerare l’uomo. Ne era convinto, ora.
                Margherita lo attendeva sulla porta. Per un’altra delle strade misteriose che legano gli uomini tra loro, ella lo aveva presentito. Stava lì, immobile, temeva di parlare, che non fosse vero ciò che stava per accadere, che potesse essere in quel momento tradita dal suo sentimento verso l’uomo che un giorno le aveva donato la speranza. Ma quando lo sentì salire e chiamarla, e continuare a gridare il suo nome, e correre, e cadere sui gradini, ed alzarsi e salire ancora, e ancora chiamarla, capì che la sua esistenza disperata, contorta, umiliata, non era stata inutile, e lei era un essere umano come gli altri, e anche a lei qualcuno, alla fine del mondo, avrebbe ricordato la bellezza e lo splendore della sua vita.

(fine)


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Bart