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Salviamo la cultura democratica per combattere l’evasione fiscale

16 Dicembre 2011

di Piero Ostellino
(dal “Corriere della Sera”, 16 dicembre 2012)

Un caso di scuola – che meritereb ­be d’essere studiato nelle facoltà universitarie di Comunicazione, sulla falsariga di certi studi del passato sulle «tecniche del colpo – è la strada che ha imboccato la discussione sulla crisi e sul modo di uscirne. Si è dirottata l’opinione pubblica sull’evasione, distogliendola sia dalla spesa pubblica, sia dalla pressione fiscale i cui eccessi sono all’origine della crisi e ne precludono le possibilità di soluzione. Un capolavoro di mistificazione della realtà e di manipolazione del consenso; un esempio di delegittimazione della democrazia, alimentata da un giornalismo collaborazionista della diffusa incultura politica.

Così, molti italiani parlano delle «tasse degli altri » â— l’evasione come categoria consolatoria dello spirito â— e non di quelle che essi stessi pagano, una dura categoria della realtà. È il trionfo della pluralità di trappole che costellano la strada del cambiamento: 1) l’esigenza, da parte dello Stato, di ricorrere al furto con destrezza â— tasse più disinformazione â— per reperire risorse a basso costo; 2) il gioco finanziario dell’oca â— se salti la casella «spese » tomi a quella «pressione fiscale » â— che condanna il cittadino ad armarsi di indignazione di fronte all’evasione, invece di mobilitarsi contro l’eccesso di spesa e di tassazione; 3) la falsa coscienza del contribuente â— che, se potesse, evaderebbe pure lui â— frustrato dalla propria stessa onestà.

Che l’evasione fiscale abbia raggiunto livelli patologici è un fatto incontrovertibile, così come non ci piove che vada combattuta e, nei limiti fisiologici del possibile, vinta. Ma sostenere che sia la causa principale della crisi è un imbroglio, così come lo è illudersi che le possibilità di crescita dipendano dalla sua eliminazione. Le misure adottate dal governo Monti tendono, almeno in parte, a ridurla. Ma â— incentrate come sono, per ora, solo sulle tasse â— se, da un lato, scongiurano il pericolo immediato della bancarotta, dall’altro, sul medio e lungo termine, qualora non fossero seguite da una riduzione della spesa e da forti riforme strutturali, sono destinate a peggiorare la situazione, perché le nuove entrate finiranno nel calderone della spesa e si tradurranno in una ulteriore dispersione di risorse.

Utilizzare l’evasione come specchio per le allodole â— instaurando un clima di sospetti, di falsi moralismi e di conflittualità sociale col vicino di casa che ha l’auto più bella â— nell’illusione di fornire un facile capro espiatorio all’esasperazione del cittadino che paga le tasse, inquina la civile convivenza, è un pericolo per la democrazia, porta a trascurare la necessità di riforme che non siano puramente fiscali. Il contribuente «onesto per forza » finisce col diventare il portatore sano dì peculiarità tipicamente totalitarie: 1) l’amore per ogni forma di costrizione e di violenza, purché esercitate nei confronti del prossimo; 2) la bassa cultura della legalità; 3) l’inclinazione all’invidia, più che alla giustizia sociale; 4) l’assimilazione della giustizia sodale a una forma di vendetta collettiva nei confronti di chi ha di più. Egli non chiede di pagare meno tasse; vuole ne paghino più di lui gli altri.

In parallelo con l’esigenza contingente dì far fronte alla crisi finanziaria, c’è un problema strategico di educazione alla legalità. Si dice, giustamente, che c’è troppa evasione perché c’è poco rispetto della legalità. Ma, contemporaneamente, si ignora che per cultura della legalità si deve intendere, anche, educazione alla democrazia, adesione alle libertà e ai diritti soggettivi (anche e soprattutto degli altri).

La recrudescenza della «questione fiscale » ha fatto riemergere, invece, con le frustrazioni del contribuente onesto che paga le tasse, storiche diffidenze per le libertà e i diritti e una pericolosa inclinazione a sacrificarli alla congiuntura. Un chiaro deficit di cultura democratica e liberale sono le nostalgie, mai sopite, per l’uomo della Provvidenza che provveda alla bisogna con soluzioni che «non facciano perdere tempo con le procedine parlamentari e il liberalismo ». C’è una diffusa indifferenza, se non addirittura una forte insofferenza, per lo Stato di diritto. Il governo della Legge â— che nei Paesi di più matura democrazia è una garanzia per il cittadino â— deve, per molti italiani, lasciare il posto, al governo dei «giusti » la cui probità non si misura col metro del rispetto delle regole della democrazia liberale, ma col coraggio di fame a meno.

Piero Gobetti aveva definito il fascismo l’«autobiografia di una nazione ». Vogliamo, tutti assieme, trovare una onesta e realistica definizione del clima dell’Italia d’oggi â— ancorché meno foriero di violenze soggettive â— che rischia di assomigliare troppo a quello di allora là dove auspica la violenza di Stato?


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Bart