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Scoprire l’acqua calda

28 Luglio 2011

Infatti, sto per scrivere di cose che ormai fanno parte del dna del nostro Paese, e di cui nessuno più si meraviglia.

Ma la lettura del Corriere della Sera di stamani mi ha gettato in un grande sconforto, mettendo essa a nudo, senza alcuna riserva, il nero cancro che percorre le nostre Istituzioni e la nostra classe dirigente.

Mi sono chiesto come faremo mai ad uscirne. E mi sono messo le mani nei pochi capelli che ancora mi restano. Non ne usciremo mai.

Intanto una piccola parentesi. All’articolo di Antonio Polito di ieri, sul Corriere della Sera, intitolato: “Quel che Bersani non ha scritto”, stamani, sempre sul Corriere, risponde Sergio Romano, con un pezzo intitolato: “Quel che Tremonti non ha detto”. È evidente che si tratta di una compensazione, tutta intesa a riassestare il disequilibrio che lo scandalo Penati ha prodotto a danno della sinistra, e in particolare del Pd.

Sembra infatti che le tangenti riscosse da Penati finissero, in tutto o in parte, nelle casse del Pd, e questo ha fatto tornare in mente a molti il finanziamento illecito ai partiti che fu il pretesto che scatenò l’operazione Mani Pulite. Solo che questa volta, lo strapotere raggiunto dalla magistratura, le consente di non chiedere protezione a nessuno, e così, per sete di egemonia, ha preso di mira anche il Pd. Il quale, a questo punto, è costretto a mostrare, pure lui, il marcio che lo infetta. Lo stesso di altri. Nonostante che Bersani arranchi una difesa impossibile; anche, penosamente, querelando, ad esempio, il Giornale e Libero.

Così, dopo l’editoriale di Romano, che bilancia quello di Polito, il Corriere della Sera, sempre con ambiguo spirito bipartisan, produce due articoli di approfondimento tanto sul caso Tremonti quanto sul caso Penati.

Sono i due articoli che mi hanno procurato il malessere di cui dicevo all’inizio.
Leggere, infatti, la radiografia che i due autori ne fanno, fa venire i brividi, al pensiero degli intrighi e del giro di denaro che devono intercorrere per accaparrarsi il lavoro.

Non sono la serietà e la professionalità dell’impresa a segnarne la qualità e la scelta, ma la sua capacità di corrompere, o di rispondere ad un richiesta corruttiva.
Gli articoli mettono in risalto perfino le triangolazioni con le quali si cerca di nascondere il denaro della corruzione. Una vergogna e uno schifo.

Se pensiamo alle tante imprese sane che agiscono in Italia, ci si domanda come esse potranno mai aspirare a lavorare con lo Stato (il quale offre, come si sa, appalti sostanziosi) se non entrando nel meccanismo corruttivo e perverso che proprio uomini delle Istituzioni impongono come condizione necessaria, o vi assoggettano per interesse personale.

Ripeto: non ne usciremo mai.

Altri articoli

“E adesso D’Alema rinunci alla pensione pagata dai giornalisti” di Mario Giordano. Qui.

“«Ho commesso illeciti? Sicuramente no. Ho fatto errori? Certamente sì »”, lettera di Tremonti al Corriere della Sera. Qui.

“Rivolta forcaiola contro i Dem. Chi di gogna ferisce…” di Martino Cervo. Qui.


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Bart