di Franco Valsecchi
[ dal “Corriere del Sera”, sabato 19 settembre 1970]
« Immaginatevi un Paese, di cui un terzo è composto di preti, un terzo di gente che non lavora, e un terzo di gente che non fa niente del tutto; se uno Stato, dove non v’è agricoltura, né commercio, né fabbriche…; dove il sovrano, sempre vecchio, dura poco in carica…; dove tutto il denaro necessario per i bisogni della vita viene dal di fuori, perché « dal di dentro non si può cavar nulla ».
Le battute del Des Brosses, se del più maligno, certo, ma anche del più incisivo fra gli osservatori stranieri che scris sero della Roma pontificia, conservavano nel 1870, anche se datavano da un secolo prima, tutta la loro attualità. Lo Stato della Chiesa nel 1870 era di fatto, se non di diritto â— qualche mutamento di forma, in un secolo, era pur avvenuto â— lo stesso di cento anni prima: un governo teocratico, in cui gli organi dello Stato erano ad un tempo gli organi della Chiesa; un governo sacerdotale, in cui l’elemento laico era ridotto ai margini della vita politico-amministrativa, e in condizioni di dipendenza. Con tutti gli inconvenienti che derivavano, per la Chiesa come per lo Stato, da un sovrapporsi di funzioni, di poteri, di interessi per loro natura diversi e spesso contra stanti.
Un anacronismo, nell’Euro pa dei grandi Stati nazionali, che appunto in quel fatale 1870 stava coronando la sua evoluzione: un « ramo secco sull’albero del passato », come fu definito.
E’ questa, sul piano stori co, la prima spiegazione della singolare assenza di reazioni, nella politica europea, di fron te alla scomparsa del potere temporale. Il crollo di questa millenaria costruzione, che aveva avuto tanta parte nella storia d’Europa, si verifica fra la disattenzione e l’indifferenza delle grandi potenze, in un clima spirituale e politico tur bato e distratto dal grande con flitto che riempiva di sé l’Europa, la guerra franco prussiana.
Le cancellerie guardano a Parigi e a Berlino, non a Rama: la questione romana recita una parte del tutto marginale, in funzione della grande partita che si gioca, in quel momen to, fra Parigi e Berlino.
Parigi, dopo Sedan, e il crollo dell’impero, è troppo assorta nel proprio dramma per vivere e soffrire il dramma che si svolge a Roma. Jules Favre, il ministro degli este ri della repubblica, si tiene, ostentatamente, in disparte: non vuole, in quel momento, in un momento in cui la Fran cia sta combattendo per la sua stessa esistenza, distrarre e turbare l’opinione pubblica francese. Fate pure â— rispon de agli approcci del governo italiano â— non sarà la Francia ad opporsi. Ma, per conto suo, non intende muovere un sol passo: non intende nemmeno denunciare la convenzione di settembre, l’accordo concluso dall’impero con l’Italia, a tu tela del potere temporale. Non intende denunciarla. Né di fenderla. La considera morta. Ma non vuol firmare l’atto di decesso. « Il giorno in cui la repubblica francese ha so stituito con la dirittura e la lealtà una politica tortuosa che non sapeva dare senza prendere â— scrive il rappre sentante francese a Firenze, Sénard, al re Vittorio Emanuele â— la convenzione del 15 settembre ha virtualmente cessato di esistere ».
*
La Francia repubblicana si ritira, dunque, in disparte. Più spregiudicato, e più sottile, il gioco di Bismarck, a Berlino. Per lui, il problema di Roma non è che uno strumento da manovrare ai fini della sua politica. Quando ancora la partita non era decisa al ta volo della diplomazia e sui campi di battaglia; quando ancora l’impero di Napoleone III appariva come uno dei grandi protagonisti della poli tica . m. e si poteva te mere che l’Italia volesse scen dere in campo a fianco del l’antico alleato, Bismarck ave va puntato le sue carte, in Italia, sulla opposizione di si nistra, contraria all’imperato re e al suo regime, contraria ad un’alleanza in cui vedeva il più valido sostegno della reazione. Il no di Napoleone III rappresentava l’unico vero ostacolo sulla via di Roma.
Le sinistre vogliono che l’Ita lia si liberi della tutela napo leonica e dei suoi divieti; vo gliono che l’Italia vada a Ro ma nonostante Napoleone III, se necessario, contro Napoleone III. Consenta o no il governo italiano. « Se non volete andarci voi, a Roma â— intima ai ministri, in piena camera, il 18 agosto, Nicotera â— levatevi di mezzo, e lasciateci andar noi ».
E’ anche questa una carta, per Bismarck, un mezzo ai suoi fini, al suo fine più im mediato e impellente: mette re in imbarazzo il governo italiano, paralizzarne l’inizia tiva, togliergli ogni velleità di venire in soccorso di Pa rigi, gettare il pomo della di scordia di Roma fra Firenze e Parigi. E’ disposto, Bismarck, ad andar molto avanti su que sta strada. Lo confesserà, più tardi, nelle sue memorie: se vi fosse stato costretto, non avrebbe esitato a sostenere « tutti i malcontenti d’Italia » col denaro e con le armi, in caso di emergenza, nel ca so che il governo italiano si fosse compromesso con la Francia.
Caduto Napoleone III, sva nito il pericolo dell’alleanza, Bismarck corregge, con un deciso colpo di timone, la rotta: si converte da radicale a moderato, lascia cader le sinistre e le loro soluzioni estreme per Roma: assume, a Roma, il ruolo di « onesto sensale » fra la Chiesa e lo Stato italiano. Almeno, questo è il ruolo che assume il suo rappresentante a Roma, von Arnim, che si dà gran da fa re a proporre mediazioni, a sol lecitar garanzie; e si atteggia, dopo l’occupazione, a porta voce del papa presso il co mando e il governo italiano.
*
Corre voce, nel corpo di plomatico, che egli voglia spin gere il papa ad abbandonar la città. Bismarck smentisce. Ma sta di fatto che, all’invito di interporre i suoi buoni uffici perché il papa si astenga da un passo che potrebbe aver imprevedibili conseguen te, il governo prussiano ri sponde evasivamente: dichiara « di non sentirsi autorizzato a dare dei consigli a Sua Santità ». La parola d’ordine, a Berlino, è il riserbo. Quando de Launay, il ministro d’Italia, si reca alla Wilhelmstrasse ad annunciare l’occupazione di Roma, il sottosegretario Thile, che lo riceve in assenza di Bismarck, non ha una parola di commento.
In fondo, la politica di Bismarck è sempre la stes sa: mantenere un clima di so spensione a Roma, finché la partita non è decisa a Parigi.
Poiché – de Launay se ne rende ben conto â— « l’attenzione di Berlino è rivolta ben più verso Parigi che verso Roma ».
Roma, dunque, pedina del gioco europeo. Lo stesso imperatore apostolico di Vienna non pare affatto disposto a compromettersi, a Roma. Gioca il suo gioco con Pa rigi e Berlino, e subordina a quel gioco Roma. Si preoccu pa soltanto che « l’operazio ne » intrapresa dal governo italiano sia il più possibile indolore, che la libertà e la indipendenza del pontefice siano il più possibile salva guardate. « S.M. l’imperatore â— si dichiara al Ballhaus – non può assistere senza emo zione a quel che avviene a Roma. Il governo dell’Austria-Ungheria tiene a levar la sua voce, e a insistere presso il governo italiano perché lo ras sicuri e lo tranquillizzi sulla inviolabilità del Santo Padre e sul libero esercizio delle sue funzioni spirituali »
Tutto qui. Spira aria di fronda, nella cattolicissima Austria, nei riguardi del pon tefice e della Chiesa. Il can celliere Beust, il responsabile della politica estera, è un protestante. E il Concilio Vaticano, la proclamazione del l’infallibilità pontificia hanno messo in allarme i governanti viennesi…
L’altra potenza cattolica, la Spagna, ha i suoi problemi da risolvere: non è in grado di alzare la voce, e non vi pensa nemmeno. Al ministro d’Italia che gli annuncia l’oc cupazione di Roma, il reggen te, il maresciallo Serrano, esprime « la sua soddisfazio ne sull’esito degli avvenimen ti ». Non si dimentichi che due mesi dopo le Cortes of friranno la corona di Spagna ad Amedeo di Savoia…
Così â— notava lo storico Gregorovius â— « un avveni mento che in altre circostan ze avrebbe messo in agitazio ne il mondo intero, si com piva come un piccolo epi sodio del grande dramma europeo ». Ma non è su que sto terreno, sul terreno della politica, che si misura la sua portata. Non è soltanto un capitolo di storia italiana, il capitolo del Risorgimento, che si conclude con Roma capi tale. E’ un nuovo capitolo che si apre nella storia della Chie sa, di quella grande istituzio ne universale che è la Chiesa. E’ la rinuncia della Chiesa al fragile scudo e all’ingrombrante bagaglio del potere temporale, la rinuncia « à ses liens terrestres, à l’héritage funeste des résponsabilités mondaines ».
Un piccolo episodio, misu rato col metro della politica. Una tappa nel cammino spi rituale dell’umanità, misura to, a cento anni di distanza, col metro della storia.