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Se i fuori onda aiutano la democrazia + Caso Sallusti

27 Settembre 2012

di Vladimiro Zagrebelsky
(da “La Stampa”, 27 settembre 2012)

Nel 2009, nel pieno di una grave crisi economica, il primo ministro ungherese Medgyessy confidò a un collega di partito che nella recente campagna elettorale, sulla situazione finanziaria del Paese «abbiamo mentito ai cittadini mattina, pomeriggio e sera ». La conversazione privata, captata e pubblicata, fu la goccia che fece traboccare il vaso: l’indignazione e la rabbia resero insopportabile per i cittadini il peso della crisi e quel primo ministro dovette dimettersi.

Durante la campagna elettorale in corso negli Stati Uniti, il candidato repubblicano Romney è stato sorpreso a dire in una chiacchierata riservata a un gruppo di sostenitori che egli non si preoccupa di quel 47% di americani che sono dei parassiti dell’assistenza pubblica, naturalmente destinati a votare per Obama.

Un giornalista che si era intrufolato tra gli invitati ha pubblicato le frasi di Romney, che sono entrate nel dibattito politico.

In Italia pochi giorni or sono una frase sulla democrazia interna al Movimento 5 Stelle, pronunciata da Giovanni Favia, consigliere regionale, dopo una intervista televisiva e senza accorgersi che i microfoni erano ancora aperti, ha determinato il nascere di una forte polemica sulla struttura e il funzionamento di quel movimento politico.

Tre episodi diversi, accomunati dal fatto che è stato reso pubblico ciò che i personaggi politici che ne sono stati autori pensano veramente, hanno detto in privato e non avrebbero mai detto pubblicamente. Ciò che i cittadini non debbono sapere!

Ma in democrazia tutto ciò che appartiene o incide sulla vita pubblica deve poter essere noto ai cittadini. La democrazia è il regime della trasparenza e pubblicità; la dittatura vive di segreto. In democrazia l’area del segreto dovrebbe essere minima e riservata alle sole informazioni la cui conoscenza potrebbe mettere in pericolo la sicurezza. E invece, spesso richiamando il diritto delle persone alla protezione della loro vita privata, si pretende di restringere il diritto dei cittadini a ricevere le informazioni. Nella pubblicazione dei «fuori onda », nella pubblicazione cioè di ciò che vien detto senza intenzione di vederlo poi sui giornali, in televisione o su Facebook, l’imbarazzo dei protagonisti si accompagna spesso alla protesta per la violazione del loro diritto. Naturalmente una simile protesta ha fondamento nei casi in cui il dialogo tra la persona e il giornalista è accompagnato dall’accordo sulla sua natura confidenziale. Il tradimento dell’accordo violerebbe il dovere di lealtà nella raccolta delle informazioni, che è parte della deontologia del giornalista. Ma quando il patto di riservatezza non esiste e la notizia è di pubblico interesse, il diritto di informare e il diritto di ricevere le informazioni richiede che il pubblico non sia privato della notizia. Correttamente i fotografi che operano, spesso con formidabili teleobiettivi, dalle tribune delle aule parlamentari hanno risposto alle proteste di deputati sorpresi nel sonno o nel pieno di una partita a carte, accettando limiti alla loro attività solo per ciò che non è essenziale al diritto di cronaca e ha carattere esclusivamente privato.

Il discrimine tra diritto e dovere di informare e diritto al rispetto della vita privata è legato alla natura della notizia. Se essa riguarda il dibattito pubblico, soprattutto politico, e il protagonista è una persona pubblica, come un parlamentare o un candidato alle elezioni, un governante o un amministratore pubblico, non c’è protezione di riservatezza privata perché si è fuori del privato. Per cogliere l’importanza della condizione relativa all’interesse per il dibattito pubblico, si pensi al recente caso delle fotografie della principessa Kate pubblicate per corrispondere alla semplice curiosità pruriginosa dei lettori (e al gusto di umiliare una donna privilegiata). Giustamente un tribunale francese ne ha vietato la pubblicazione, in linea con la Corte europea dei diritti dell’uomo che si era già pronunciata su un caso di violazione della vita privata della principessa Carolina di Monaco. Non basta quindi che la notizia riguardi una persona pubblica. Bisogna che la notizia sia di interesse pubblico, nella dinamica propria della democrazia e del dibattito politico e culturale che la sostiene. Nei casi sopra ricordati e in tanti altri simili la rilevanza della notizia consiste prima di tutto nel fatto che essa svela la menzogna e il tradimento dell’obbligo di verità nei confronti dei cittadini. Giustamente nella vicenda del rapporto di Bill Clinton con Monica Lewinsky, ciò che venne in discussione fu il dovere del presidente di non mentire. Il resto tutto sommato non interessava.

La pubblicazione delle frasi sfuggite ai protagonisti della vita pubblica, anche contro il loro interesse a mantenerle segrete, apre uno spiraglio, minimo ma non irrilevante, sullo scarto che c’è tra la realtà e ciò che ci viene raccontato. Su ciò che ci viene raccontato si formano le opinioni politiche di ciascuno ed il comportamento elettorale. Che ogni tanto un giornalista abile o fortunato pubblichi le verità dal sen fuggite degli attori della vita pubblica, se non vale a ridurre l’eccessivo segreto che avvolge la politica e gli affari dello Stato, almeno immette nel sistema il dubbio che ogni tanto, prima o poi, la verità possa venire in luce.


Salvare il Colle di re Giorgio
di Tommase Labate
(da “Pubblico”, 27 settembre 2012)
Qui

L’operazione va avanti da settimane. Forse da mesi. Anche a dispetto delle sincere intenzioni manifestate in pubblico e in privato da Giorgio Napolitano, che più volte ha ribadito che l’orizzonte della sua permanenza al Colle non può essere fissato più in là della prossima primavera, quando scadrà il settennato.

Ma per raccontare la tela del «Napolitano bis », svelata ieri da «Pubblico », bisogna partire dalla fine. Da quello che, per adesso, è l’ultimo capitolo. E dalle due riviste vicine al centrosinistra – «Mondoperaio » e «Reset » – che stanno raccogliendo le firme per l’appello pubblico che sarà lanciato con l’obiettivo di «preservare l’elezione del prossimo capo dello Stato da trattative oblique e improprie ».

«Per adesso non vi dico più nemmeno mezza parola », è la risposta stizzita con cui Gigi Covatta, direttore di «Mondoperaio », replica ieri pomeriggio a «Pubblico ». Più colloquiale la reazione di Giancarlo Bosetti, direttore di «Reset »: «Dai, non costringetemi a mandare una smentita. Guardate che non c’è ancora nessun appello definitivo. Non c’è nulla di nulla. Diciamo che stiamo lavorando ».

Eppure, al di là della tattica scontata di chi voleva tenere coperte le carte migliori, l’appello esiste. Ovviamente, prima di qualsiasi pubblicazione, non esiste «versione definitiva » che non possa essere ricondotta al rango di «bozza ». Ma un accordo sul testo, la cui stesura originale prevedeva in maniera esplicita l’ipotesi del Napolitano bis, c’era. E c’è ancora. E in questo testo, oltre alla richiesta bipartisan di togliere l’elezione del nuovo Capo dello Stato dal risiko post elettorale, compariva e compare anche una riflessione su un «processo di aggiornamento della Costituzione » definito a chiare lettere «non più rinviabile ».

Con l’obiettivo dichiarato di rispondere all’emergenza provando a trasformare la prossima in una «legislatura costituente ». In questo quadro, e torniamo ancora al testo, il nome di Napolitano compare più volte. E il capo dello Stato viene descritto nello stesso identico modo in cui ne parlano oggettivamente anche le cancellerie di mezzo mondo e la stampa internazionale. E cioè un uomo che, soprattutto dopo l’operazione che ha portato Mario Monti a Palazzo Chigi evitando al Paese il baratro, che «si è contraddistinto per la sua personalità, per la sua prudenza e per il suo coraggio ».

Nella storica cerchia del presidente della Repubblica ci sono quelli di sempre. Quelli di una vita. C’è la mente, Emanuele Macaluso, il cui contributo politico e intellettuale ha aiutato il centrosinistra a trovare la sua declinazione «riformista ». C’è il braccio, Gianni Cervetti. E poi ci sono gli allievi, da Enrico Morando a Giorgio Tonini, oggi senatori del Pd. Un gruppo che spesso s’è diviso, com’è stato per la nascita del Partito democratico, a cui hanno aderito i secondi e non i primi. Ma un gruppo che, comunque, non ha mai perso il comune filo conduttore.

Dal dibattito sul «Napolitano bis », naturalmente, i primi si tengono alla larga. Parla, però, Tonini. «Non esiste alcuna operazione per il Napolitano bis », dice il senatore del Pd. «Anche perché il presidente ha detto chiaramente che il caso è chiuso in partenza. E che la sua permanenza al Colle finirà nel giorno della prossima primavera in cui scadrà il settennato ». C’è però, come riconosce lo stesso Tonini, «un problema che riguarda il futuro della presidenza della Repubblica. Ma non ha nulla a che vedere con l’attuale inquilino ».

Il problema, soprattutto in un momento di emergenza, esiste. Ed è rappresenta il «lato B » di un altro disco: quello suonato da tutti coloro che insistono, anche in casa Pd, perché il partito di Pier Luigi Bersani – anche in campagna elettorale – si faccia carico di portare «l’agenda Monti » in dote alla prossima legislatura.

È nel luglio scorso, quando il tema di come non far decadere le riforme dei Professori arriva a essere impresso in una lettera al Pd pubblicata dal «Corriere della Sera » (la firmarono anche Tonini, Morando e il giuslavorista Pietro Ichino), che anche il dossier di come preservare il Quirinale inizia ad essere affrontato. Lo schema migliore, in fondo, è quello di iniziare a uscire dai blocchi con un appello. E due riviste come «Mondoperaio » e «Reset », a settembre, si fanno carico di avviare l’operazione. Con la formula di quell’appello anticipato ieri da «Pubblico ».

Non è tutto. Nel gruppo degli iper-montiani del Pd, che in questi giorni riflette su come schierarsi alla primarie (nessuno andrà con Bersani, qualcuno finirà con Renzi, Pietro Ichino sarebbe disponibile a fare un passo in avanti qualora il gruppo glielo chiedesse), c’è anche chi ha parlato di «come preservare l’elezione del nuovo inquilino del Colle » dai giochini della politica con Mario Monti in persona. È successo qualche settimana fa. E il presidente del Consiglio non si sarebbe mostrato insensibile al dossier. Che è delicato. Molto delicato.

Anche, forse soprattutto, perché il dibattito sulla riforma elettorale sembra essersi definitivamente arrenato. Il politologo Giovanni Sartori lo dice con parole semplici e nette: «Anche Silvio Berlusconi sembra orientato a tenersi questo scempio di legge elettorale. Ma non è soltanto lui, sia chiaro. Pure a sinistra qualcuno potrebbe accarezzare l’idea. E in questo contesto è chiaro che pure l’elezione del nuovo capo dello Stato finirebbe in mezzo al teatrino ».

Per questo c’è chi pensa che sia necessario muoversi prima. C’è chi ha pensato a come «salvare il Colle ». Chi ha studiato la formula dell’appello per inserire il tema nel dibattito politico. E chi, partendo dal«l’agenda Monti », prenderà di petto il dossier. Succederà il 3 e 4 novembre prossimi, quando l’associazione LibertàEguale si riunirà come ogni anno a Orvieto. Ci saranno gli animatori del think tank riformista. Il migliorista social club. Da Morando a Tonini, passando per Ichino. Magari si faranno vedere anche i padri nobili. Magari. E, appello o non appello, quei due giorni già s’annunciano come «Monti e Napolitano days ». D’altronde, il caso è già entrato nell’agenda della politica.

Come dimostrano le parole di ieri di Italo Bocchino a «Tgcom24 », pubblicate in anteprima dal profilo Twitter del canale di Mediaset: «Napolitano bis? Decida il Parlamento ». Ma soprattutto come dimostrarono, quest’estate, alcuni editoriali premonitori di Eugenio Scalfari su «Repubblica ». Il primo a prospettare il piano del «bis ». Pur senza rivelarne la paternità.

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Trattativa Stato-mafia. Dibattito sulla costituzione di parte civile dello Stato, qui.


Il saluto di Alessandro Sallusti ai lettori
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 27 settembre 2012)

Fa un certo effetto sapere di dover andare in carcere.
Ma non è questo il problema, non il mio. In un Paese dove più che gli euro mancano le palle, non voglio concedere nessuna via d’uscita a chi ha partecipato a questa porcata. Non ho accettato trattative private con un magistrato (il querelante) che era disponibile a lasciarmi libero in cambio di un pugno di euro, prassi squallida e umiliante più per lui, custode di giustizia, che per me. Non accetto ora di evitare la cella chiedendo la pena alternativa dell’affidamento ai servizi sociali per sottopormi a un piano di rieducazione. Perché sono certo che mio padre e mia madre, gli unici titolati a educarmi, abbiano fatto un lavoro più che discreto e oggi, che purtroppo non ci sono più, sarebbero orgogliosi di me e di loro.

E ancora. Non chiederò la grazia a Napolitano perché, detto con rispetto, nel suo settennato nulla ha fatto di serio e concreto per arginare quella magistratura politicizzata che con odio e bava alla bocca si è scagliata contro chiunque passasse dalle parti del centrodestra e che ora, dopo avere ripassato i politici, vuole fare pulizia anche nei giornali non allineati alle loro tesi. Non voglio poi risolvere io il problema di Mario Monti, accademico di quella Bocconi che dovrebbe essere tempio e fucina delle libertà, che si trova al collo, complice il suo sostanziale silenzio e il suo immobilismo sul caso, la medaglia della sentenza più illiberale dell’Occidente. Così come il ministro della giustizia Paola Severino, definita da tutti come la più illuminata tra gli avvocati illuminati, dovrà ora chiedersi se per caso non è colma la misura della giustizia spettacolo degli Ingroia e dei suoi piccoli imitatori in cerca di fama.

Stamane scriverò al Prefetto di Milano, per annunciargli che rinuncio alla scorta (ragazzi meravigliosi e sottopagati che non finirò mai di ammirare) che da due anni mi protegge notte e giorno da concrete e reiterate minacce. Non posso accettare che una parte dello Stato, il ministero degli Interni, spenda soldi pubblici per tutelare una persona che un’altra parte dello Stato, la magistratura, considera in sentenza definitiva soggetto socialmente pericoloso.

E ultimo, ma primo in ordine di importanza, oggi mi dimetto, questo sì con enorme sofferenza, da direttore responsabile del Giornale, per rispetto ai lettori e ai colleghi. Il foglio delle libertà non può essere guidato da una persona non più libera di esprimere ogni giorno e fino in fondo il proprio pensiero perché fisicamente in carcere o sotto schiaffo da parte di persone intellettualmente disoneste che possono in ogni momento fare scattare le manette a loro piacimento.

Ringrazio tutti voi per la pazienza e l’affetto che mi avete dimostrato e vi chiedo scusa per i non pochi errori commessi. Ma non mi arrendo, questo mai. La battaglia per cambiare in meglio il Paese continua, e questo sopruso, sono convinto, può essere trasformato in una opportunità in più per tutti noi.


Renato Farina confessa: “Quell’articolo l’ho scritto io”
di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 27 settembre 2012)

Dopo cinque anni e tre gradi di processo, finalmente Dreyfus ha gettato la maschera.
L’autore dell’articolo che ha portato Alessandro Sallusti alla condanna per diffamazione aggravata è Renato Farina. Oggi il deputato Pdl, in un discorso alla Camera, ha confessato di aver scritto il pezzo incriminato e ha chiesto scusa al direttore del Giornale.

“Sallusti intende affermare costi quello che costi un principio. Una sentenza emessa del nome del popolo italiano non può basarsi su un falso storico, Sallusti non ha scritto quell’articolo, se qualcuno deve pagare, quello sono io”. E promette: “Chiederò personalmente la grazia per lui al Presidente della Repubblica”, ha promesso, “Oppure chiedo che la revisione del processo”.

In realtà, prima della confessione erano in molti a pensare che dietro lo pseudonimo ci fosse proprio Farina. A puntare il dito pubblicamente contro di lui è stato ieri sera Vittorio Feltri che a Porta a Porta ha detto: “Avevo sperato che avesse lui il coraggio di farsi avanti. Adesso questo nome voglio farlo io, lo fanno molti. Ma è bene che sia conosciuto da tutti: si tratta di Renato Farina”. Poi a telecamere spente si è sfogato: “L’ho difeso tutta la vita, speravo che avesse un minimo di coraggio, invece è un vigliacco. Speravo si prendesse le sua responsabilità. Non si è verificata né una cosa né un’altra”.

Farina fu radiato dall’Ordine dei giornalisti perché era uno di quelli che ricevevano soldi dal dirigente dei servizi segreti Pio Pompa nella vicenda di Abu Omar e per questo non poteva firmare col proprio nome.
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Qui l’articolo incriminato.

La versione del giudice Cocilovo, qui.


I veri colpevoli? Sono tutti i politici
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 27 settembre 2012)

Scusate cari lettori, ma per scrivere questo articolo – lo ammetto – devo vincere il disgusto.
Alessandro Sallusti in galera per un articolo non scritto da lui, ma da Renato Farina, e nel quale neppure si cita il nome del diffamato, è un obbrobrio. Ciò, tuttavia, dal punto di vista giuridico credo non faccia una piega. I magistrati della Cassazione che hanno convalidato la sentenza di primo grado (14 mesi di reclusione) si sono limitati ad applicare con rigore una legge fascista, demenziale, che il ripugnante ceto politico italiano mantiene in vita da oltre mezzo secolo, infischiandosene della libertà di pensiero e di stampa, nonostante le disposizioni europee in materia.

Occorre ricordare in proposito che in nessun Paese occidentale i reati commessi a mezzo stampa vengono puniti con la detenzione. Ovvio. Una persona offesa da un giornalista pretende giustamente un congruo risarcimento e non ha interesse a mandarlo in prigione. Solamente nei regimi dispotici si tende a intimidire gli addetti all’informazione affinché non alzino troppo la cresta ed evitino di criticare i padroni del vapore.

Ecco perché non mi sogno neppure di attaccare i giudici, i quali usano gli strumenti a essi conferiti dal potere legislativo. Semmai mi scaglio contro chi ha esercitato questo potere nel peggiore dei modi. Sia la maggioranza di centrodestra sia quella di centrosinistra non sono state capaci di affrontare il problema. E lo hanno lasciato marcire, abbandonando i redattori, in particolare i direttori, al rischio di essere ingabbiati per qualsiasi inesattezza scritta (in fretta) su quotidiani o periodici.

La vicenda di Sallusti è addirittura grottesca nella sua drammaticità. Bisogna risalire a Giovannino Guareschi (anni Cinquanta) per trovare un precedente analogo: alcune vignette e un’inchiesta sgradite ai potenti e il direttore del Candido fu sbattuto dietro le sbarre a causa di sbagli per riparare i quali sarebbero bastate due smentite accompagnate da una somma di denaro quale indennizzo. Altri episodi simili sono numerosi, nessuno di essi però si è concluso così, con un verdetto tanto grave e non mitigato dalla condizionale.

Ora va detto che il procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, ha dichiarato: la pena va sospesa poiché il condannato non ha cumuli. Per cui il direttore del Giornale non andrà «dentro ». Ciò non diminuisce il peso della sentenza e non allevia le preoccupazioni di chi fa il nostro mestiere. Fatico (fatichiamo) a non accusare i politici di insensibilità, menefreghismo e inettitudine. Per correggere il codice penale servono cinque minuti e una spesa di pochi euro: un decreto che trasferisca il giudizio dal penale al civile lo si verga con irrisoria facilità e lo si trasforma in legge, perfezionandolo, nel giro di tre mesi. Che si attende?

Fra tutti i politici, quelli del Pdl si sono rivelati i peggiori. Sedicenti liberali, in quasi vent’anni di attività parlamentare non hanno avuto la forza di dedicare un’oretta alla soluzione della vexata quaestio. E ieri, appresa la notizia della galera per Sallusti, alcuni hanno gioito (stavolta non a loro insaputa): chi perché odia la categoria cui non mi onoro di appartenere, chi perché finalmente pensa di aver individuato un tema efficace su cui impostare la campagna elettorale.

Sono indignato. E rimprovero Silvio Berlusconi di non essersi mai occupato, se non a chiacchiere, del caposaldo di ogni libertà: la libertà d’opinione. Il centrodestra merita di perdere le elezioni e il centrosinistra merita di non vincerle. Entrambi gli schieramenti vanno deplorati. È colpa loro se trionferà l’antipolitica. E voi, cari colleghi, sappiate che siamo tutti Sallusti.


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Bart