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Seggi e privilegi, le riforme in panchina

2 Novembre 2012

di Sergio Rizzo
(da “Corriere della Sera”, 2 novembre 2012)

ROMA – «Abbiamo lavorato per anni a vuoto », allarga le braccia il senatore dell’Idv Francesco «Pancho » Pardi. Ricordate la riduzione del numero dei parlamentari? Sembrava che non ci fosse missione più importante. Perfino i duellanti del Partito democratico, Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani, divisi praticamente su tutto, erano concordi. In Senato era stata raggiunta addirittura un’intesa. Non certo il dimezzamento dei seggi che praticamente chiunque aveva promesso, bensì una più potabile (per i partiti, naturalmente) sforbiciata del 20 per cento. Si sarebbe passati dagli attuali 945 a 762 parlamentari: 508 deputati e 254 senatori. «Non c’è alcun dubbio », giuravano ancora a giugno Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello dal quartier generale del Popolo della libertà. «La riduzione del numero dei parlamentari verrà approvata, in tempi brevissimi e con il voto convinto del Pdl che sul punto non si è spostato di una virgola ». Peccato che proprio la forzatura sulla proposta di riforma costituzionale semipresidenzialista, fortemente voluta da Pdl insieme alla Lega Nord, abbia fatto saltare tutto. La riduzione del numero dei parlamentari è arenata in Senato. Più che arenata: morta e sepolta.

«Ho fatto quello che potevo, ma da solo non potevo riuscire. Più volte ho chiesto lo stralcio della norma che prevede il taglio, ma poi le decisioni vengono prese a maggioranza. Per me è un grande rammarico. Un’altra delle promesse non mantenute in questa legislatura », ha ammesso il presidente della Camera Gianfranco Fini parlando con Zapping duepuntozero di RadioRai.

Rammarico comprensibile. Ma non può non sorgere il sospetto che sotto sotto quel taglio in realtà pochissimi lo volessero sul serio. Diciamo la verità? Le poltrone a disposizione dei partiti stanno drasticamente diminuendo, sotto la pressione dell’opinione pubblica: meno posti di sottogoverno, meno consiglieri regionali, forse anche meno Province e meno società dove collocare parenti, amici e trombati. Se poi ci aggiungiamo l’irruzione sulla scena di un soggetto come il Movimento 5 stelle, che dopo aver conquistato il comune di Parma è diventato il primo partito in Sicilia, il quadro è completo. I seggi parlamentari sono preziosissimi, chi ha il coraggio di rinunciarvi?

Come sempre, la Sicilia fa da modello: l’anticipo delle elezioni ha consentito di evitare che il taglio dei deputati regionali siciliani si completasse, salvando così quei 20 posti che nel caso in cui la legislatura si fosse chiusa regolarmente sarebbero quasi certamente saltati. Il 28 ottobre si è votato dunque per eleggere i soliti 90 consiglieri anziché i 70 previsti dalle nuove norme nazionali che non sono state recepite in tempo dalla Regione siciliana (causa le provvidenziali dimissioni del governatore Raffaele Lombardo con simultanee elezioni).

L’elenco di quelle «promesse non mantenute » cui fa riferimento Fini, del resto, è piuttosto corposo. Insieme al taglio dei parlamentari è defunta, per esempio, anche quella parte di riforma costituzionale che avrebbe messo fine al bicameralismo perfetto: altra cosa sulla quale tutti, a parole, sono d’accordo.
Che dire poi delle Province? Il governo di Mario Monti le vuole ridurre a 51 per decreto. Ed è certo che per quel provvedimento il passaggio parlamentare non sarà una passeggiata. Ma nessuno ricorda che ancora non è risolta la questione più importante. Parliamo dell’abolizione del livello elettivo, quello dei Consigli provinciali. Inizialmente il decreto salva Italia aveva privato le Province delle loro funzioni, stabilendo che sarebbero sopravvissute unicamente come scatole vuote, governate da organi non eletti dai cittadini ma nominati dai Comuni. Questo avrebbe comportato l’azzeramento dei Consigli provinciali, con la contestuale eliminazione di un passaggio elettorale insieme a qualche migliaio di poltroncine. Risultato: risparmi non trascurabili, anche solo considerando che una elezione generale costa più o meno mezzo miliardo. Il governo ha poi deciso di fare marcia indietro, lasciando alcune funzioni alle Province, accorpandone però un certo numero. Ma senza toccare il principio secondo il quale quegli enti non saranno più elettivi: i Consigli provinciali dovranno in ogni caso sparire. Già. Ma come? Il decreto salva Italia aveva stabilito che le modalità per il passaggio a miglior vita degli organi politici e per la nomina delle future giunte da parte dei Comuni sarebbero state fissate dal governo con una legge da approvare entro il 2012. Quel disegno di legge in effetti esiste. È stato presentato qualche mese fa. C’è solo un piccolo problema: è arenato. I relatori concordano sul fatto che siano necessarie profonde modifiche, soprattutto sul peso relativo dei Comuni nella designazione degli organi di governo delle future Province. Ma a San Silvestro non mancano che un paio di mesi e l’ingorgo è sempre più fitto. Non bastasse, è sempre pendente un ricorso alla Corte costituzionale proprio contro il salva Italia. Indoviniamo: c’è chi scommette che non ci sia tempo per approvare la legge e che pure l’abolizione dei Consigli provinciali passi in cavalleria?

E c’è il rischio che non se ne faccia nulla neppure della riforma del titolo V della Costituzione innescata dal governo Monti dopo gli scandali che hanno travolto la Regione Lazio. Prima l’ha bocciata la commissione bicamerale per gli Affari regionali. E ora nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera sono comparsi alcuni emendamenti che la svuotano del tutto. In che modo? Semplicissimo: abolendo il controllo preventivo della Corte dei conti sugli atti di spesa delle Regioni e la parificazione dei bilanci da parte delle sezioni regionali della magistratura contabile. C’è chi scorge dietro a questa mossa la mano del partito dei governatori, che pure avevano dato via libera al progetto di Monti. Comunque sia, è un fatto che a quel punto la legge sarebbe assolutamente inutile. Sempre che poi ci siano i tempi tecnici per una riforma costituzionale di questa portata, e così contrastata. Da questo le preoccupazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, espresse pubblicamente qualche giorno fa.

Perché in questo travagliato scorcio di legislatura i partiti sembrano più concentrati sulla propria sopravvivenza. Al punto da perdersi per strada altre cose che li riguardano direttamente. Qualcuno sa dire che fine ha fatto la legge con la quale si dovrebbe finalmente dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione, quello che riguarda proprio i partiti politici? L’avevano messa in cantiere dopo gli scandali dei tesorieri di Margherita e Lega Nord, insieme al provvedimenti sui controlli dei bilanci. Era sul punto di essere votata alla Camera. Ma siccome aspetta da quasi 65 anni, forse hanno pensato che può attendere ancora…


Quella sentenza su Di Pietro che il comico finge di ignorare
di Stefano Filippi
(da “il Giornale”, 2 novembre n2012)

Adesso, dopo le inchieste, le dimissioni e la Gabanelli, tutti scoprono chi è davvero Antonio Di Pietro, che peraltro il Giornale ha sempre raccontato: quello dei valori immobiliari, del partito che non ha mai fatto un congresso, del finanziamento pubblico «personale » (per statuto notarile l’Idv appartiene a Tonino e quindi anche i contributi statali).
Il comico Beppe Grillo parla con l’ex magistrato Antonio Di Pietro
L’equilibrato magistrato che si offrì di interrogare Silvio Berlusconi con queste parole: «Io quello lo sfascio ».

L’uomo dei piccoli favori avuti da inquisiti, ritenuti privi di valenza penale sebbene accertati da varie sentenze giudiziarie. I 100 milioni di lire incassati, senza dover corrispondere interessi, dall’assicuratore inquisito Giancarlo Gorrini, successivamente restituiti con assegni circolari avvolti in carta di giornale prima di lasciare la magistratura. Altri 100 milioni sempre senza interessi e sempre da un imprenditore inquisito, Antonio D’Adamo, resi nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti. Buste di contanti ancora da D’Adamo e centinaia di milioni da Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli per i debiti di gioco dell’amico Eleuterio Rea. Gorrini era in ottimi rapporti con Tonino benché fosse indagato per bancarotta fraudolenta e condannato per appropriazione indebita.
E poi le auto. Una Mercedes da 65 milioni avuta da Gorrini (rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello) e ripagata con altri assegni circolari incassati poco prima delle dimissioni, e una Lancia Dedra per la moglie da D’Adamo. Le case. Una garí§onnière dietro piazza Duomo messa a disposizione da D’Adamo e riconsegnata all’inizio del 1994 (che, ricordiamo, è l’anno delle dimissioni dalla magistratura); l’utilizzo per un anno e mezzo di una suite al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto, pagata da D’Adamo medesimo; un appartamento acquistato a Curno con denaro avuto da Gorrini; un appartamento per il collaboratore Rocco Stragapede fornito da D’Adamo a canone gratuito.
I lavoretti per i familiari: per la moglie avvocato, le pratiche legali dalla Maa assicurazioni di Gorrini e le consulenze da D’Adamo; per il figlio, un doppio impiego alla Maa. E infine le piccole regalie: da D’Adamo abiti nelle boutique Tincati, Fimar e Hitman di Milano, telefonini, biglietti aerei Milano-Roma, un mobile-libreria; da Gorrini agende, penne, calze, ombrelli, passaggi su voli privati per battute di caccia.
Ricorre questa strana coincidenza: Tonino Di Pietro ha restituito gran parte dei soldi avuti in prestito da inquisiti alla vigilia del grande gesto di togliersi la toga in aula. Perché lasciò la magistratura? Anche questa risposta è stata messa per iscritto in alcune sentenze. Per esempio nei proscioglimenti decretati dai gup di Brescia Roberto Spanò e Anna Di Martino nei primi mesi del 1996. Quest’ultima, che doveva decidere sul rinvio a giudizio di Di Pietro per le accuse di Gorrini, argomentò che l’ex magistrato sarebbe incorso in sanzioni disciplinari se non avesse lasciato l’ordine giudiziario.
Ma la sentenza più importante è quella del 29 gennaio 1997 depositata il 10 marzo successivo dal giudice Francesco Maddalo del tribunale di Milano; in questo processo Di Pietro (era parte lesa) non rispose alle domande del pubblico ministero né interpose appello al pari delle altre parti. Ecco alcuni passaggi dalle 192 pagine della sentenza del giudice Maddalo. Pagina 151: «È indubbio che i fatti raccontati da Gorrini si erano realmente verificati ». Pagina 152: «Ne viene fuori un quadro negativo dell’immagine di Di Pietro (…) fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare ». Pagina 167: «Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo ». Pagina 177: «Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica ». Di Pietro non lasciò la toga per difendersi, come ha cercato di far credere (del resto i fascicoli a suo carico furono aperti successivamente) ma per fare politica. L’Italia dei valori, mobiliari e immobiliari.


La dolcezza di visitare i morti
di Ferdinando Camon
(da “La Stampa”, 2 novembre 2012)

Infelice la frase di Benedetto Croce che per il 2 novembre diceva: «Via dalle tombe! ». Pensava ai bambini: ai bambini, secondo lui, fa male sapere che i nonni sono morti. Infelice anche la frase di Ugo Foscolo, nei «Sepolcri »: «A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti ». Perché le urne dei forti? Perché solo loro? Perché soprattutto loro? È la forza, cioè la grandezza, la garanzia dell’immortalità, del ricordo perenne? Ma da due millenni non è stato insegnato all’umanità che il traguardo non è essere forti, ma essere giusti? Essere forti, come quelli che Foscolo passa in rassegna, è concesso a pochi, pochissimi per ogni generazione. Dipende dal destino. Essere giusti è concesso a tutti. Dipende da loro. E la memoria che coloro che hanno finito di vivere ottengono nei discendenti è la loro immortalità. Andare «via dalle tombe » e non visitare i morti, oggi che è il loro giorno, vuol dire farli morire veramente. Oggi i morti-morti sono soltanto quelli che non ricevono visite. I parenti che non li visitano, li uccidono. Questo abbandono dei morti, questo distacco dai morti, segna una frattura nella vita: la vita perde continuità, rompe con il passato. Ma il passato è l’origine. Lasciar perdere la propria origine vuol dire lasciarsi andare nel fiume della vita, senza resistenza, senza orientamento. Ci sono persone abbandonate dal padre o dalla madre, o da tutt’e due, e poi adottate da famiglie sconosciute, che per tutta la vita cercano di sapere chi è la madre, chi è il padre (ma soprattutto la madre). Sapere chi è il padre e la madre significa sapere chi sei tu. Se prima non lo scopri, non hai pace.

Accettare la tua origine e pacificarti con essa, è la condizione per accettare la tua fine e pacificarti con essa. Finché questo non avviene, sei in guerra con te stesso. So bene che questo avviene nella vita di quello che molti considerano (e io tra loro) il più grande scrittore francese vivente, Patrick Modiano: Patrick aveva dei motivi per non-amare il padre, e da quando il padre è morto, molto tempo fa, non è mai andato alla sua tomba, neanche una volta. Credo che questa non-conciliazione con la propria origine (questa maledizione della propria origine) traspaia nei suoi libri, di riga in riga. La lingua di Modiano è un sangue avvelenato, che scorre per smaltire l’avvelenamento, invano. Molti anni fa ebbi una malattia lunga, mesi di ospedale. Ero in stanza con uno che non poteva guarire, in fase terminale, ed era figlio di NN. Per tutta la vita aveva cercato il padre: solo per vederlo un attimo. D’improvviso sulla porta si stagliò la figura di un uomo, che alzando la mano fece soltanto un saluto. Era controluce, non si vedeva bene. Ma il figlio rispose.
C’è una frase memorabile, non so chi l’abbia detta ma possiamo sottoscriverla tutti, che dice: «Di qualunque cosa parli, l’uomo parla sempre della propria morte ». Significa: ci sono uomini che non vanno a trovare i loro morti, non ci pensano e non ne parlano, ma in realtà non pensano e non parlano d’altro. Non accettano il 2 novembre, ma anche per loro, come per tutti, ogni giorno è il 2 novembre. Quella frase si può completare con un’altra: «Qualunque cosa faccia, l’uomo la fa sempre per vincere la propria morte ». Qualunque cosa: una guerra, un ponte, una casa, un libro, un figlio. Chi oggi va a trovare il padre morto e porta con sé un figlio, sentirà nascere un pensiero nel cervello: «Io ero prima di essere, e sarò anche quando non sarò ». Ha una sua dolcezza, questo pensiero.


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Bart