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Stabilità, governo sbugiardato da Corte Conti e Bankitalia: “Più tasse per redditi bassi”

23 Ottobre 2012

di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 23 ottobre 2012)

È scontro sui numeri. Il ministro dell’Economia Vittorio Grilli difende l’impalcatura della legge di stabilità: “Non chiediamo al Paese ulteriori sacrifici”. Nel corso di un’audizione in parlamento spiega che le misure consentono di “ridurre e ridistribuire il carico fiscale, in particolare per le famiglie, ponendo attenzione all’equità”.
“Il 99% dei nostri contribuenti ha effetti positivi”, ha sottolineato il titolare dell’Economia spiegando che esiste comunque una diversità a seconda delle fasce di reddito.

Diversità che dovrebbe favorire maggiormente quelle più basse. Doveroso il condizionale perché, stando ai dati forniti dalla Corte dei Conti, la situazione è completamente diversa: il mix “meno Irpef e più Iva” sarebbe, infatti, sfavorevole per i contribuenti Irpef collocati nelle più basse classi di reddito. Ovvero 20 milioni di soggetti fino a 15mila euro.

Nell’intento del governo Monti la legge di stabilità è una sfida per far ripartire l’economia. Secondo Grilli, infatti, le nuove misure introdotte dall’esecutivo avranno “un impatto positivo per aumentare la crescita” pari allo 0,1% del prodotto interno lordo. A partire dalla riduzione della pressione fiscale. Le misure sull’Irpef dovrebbero coinvolgere quasi 31 milioni di contribuenti con un beneficio medio di 160 euro pro capite. “Nella manovra fiscale – ha spiegat Grilli in parlamento – il vantaggio complessivo va per il 54% a favore di contribuenti con lavoro dipendente, per il 34% a pensionati, il 10% ai cittadini con reddito da lavoro autonomo, il restante 2% agli altri”. Sempre secondo i dati del dicastero di via XX Settembre, i contribuenti sfavoriti, per i quali l’aggravio derivante dall’introduzione della franchigia di 250 euro e del tetto massimo di spesa detraibile prevale rispetto al beneficio della riduzione delle aliquote, sarebbero poco meno 500mila, con un aggravio medio di circa 190 euro pro capite. Sopra i 200mila euro l’impatto negativo delle misure riguarda il 9% dei contribuenti. Spiegando i motivi per cui il governo ha scelto di inserire nella legge di stabilità il combinato tra aumento dell’Iva e calo dell’Irpef, Grilli ha fatto notare che “chi evade l’Irpef non evade l’Iva”. “L’alleggerimento della pressione fiscale in termini di imposizione diretta – ha spiegato il ministro dell’Economia – garantisce una migliore redistribuzione della ricchezza nazionale, contribuendo all’aumento pro capite del reddito disponibile e della consequenziale capacità di acquisto, anche in funzione di propulsione della domanda interna”. Stando ai dati forniti da Grilli in parlamento, l’aumento dell’Iva riguarderebbe il 50% dei consumi e “i consumi meno rilevanti per le fasce di reddito più basse” dal momento che i beni di prima necessità o sono al 4% (aliquota che non viene toccata) o sono senza imposta sul valore aggiunto.

A sbugiardare l’arringa difensiva del ministro alla legge di stabilità ci ha pensato la magistratura contabile che ha letteralmente ribaltato la lettura del ddl fatta dal governo. Altro che benefici. Altro che fine dei sacrifici. In audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino ha spiegato che c’è il “rischio” di un aumento dell’Imu e delle tariffe comunali per compensare “i tagli di spesa e i nuovi aggravi” derivanti dalla legge di stabilità che riguardano le amministrazioni locali. Non solo. La magistratura contabile ha indicato “il rischio di un deterioramento della tax compliance, sia in conseguenza del depotenziamento del contrasto di interessi prodotto dai tagli a detrazioni e deduzioni di spesa in settori ad elevato rischio di evasione, sia per le ricadute negative che la deroga ai principi dello Statuto dei contribuenti potrebbe produrre sulla trasparenza e sulla lealtà nel rapporto fisco-contribuente”. Il terzo rischio indicato da Giampaolino riguarda “l’incertezza circa la natura degli oneri detraibili e deducibili su cui opereranno i tagli del disegno di legge” (franchigia e tetto alla spesa complessivamente detraibili, ndr). Pur trattandosi di un intervento di dimensioni complessive limitate, la Corte dei Conti ha chiesto al governo di chiarire “se siano interessati dalla manovra interventi agevolativi suscettibili di revisione o soppressione o, invece, elementi strutturali dell’assetto Irpef, che insieme alle aliquote e agli scaglioni configurano l’equilibrio dell’imposta”.

Le stesse preoccupazioni della magistratura contabile sono state confermate anche dalla Banca d’Italia. Tanto che preannucnia per la prossima primavera un’ulteriore finanziaria. Una manovra correttiva da circa 3 miliardi, abbastanza soft per mettere ulterioramente in crisi i già fragili rapporti tra il premier Mario Monti e i partiti che gli garantiscono la maggioranza in parlamento.”Vi è il rischio che molti enti decentrati, per compensare gli effetti sulla quantità e qualità dei servizi forniti, inaspriscano l’imposizione fiscale locale”, ha affermato il vice direttore Salvatore Rossi, nel corso dell’audizione alla Camera sulla legge di stabilità, facendo riferimento anche all’Imu. Per il numero due dell’istituto di via Naziole, l’evidenza finora disponibile con riferimento alle aliquote dell’Imu deliberate dai Comuni suffraga “la rilevanza del rischio” che le tasse locali aumentino a breve. Non solo. Secondo Rossi, potrebbe essere “prudente” prevedere – “eventualmente in primavera, quando sarà riconsiderato il profilo programmatico e qualora la ripresa dell’economia già si preannunciasse” – un’ulteriore manovra correttiva tale da “assicurare il pareggio in termini strutturali anche dopo il 2013”.


La Cassazione su Sallusti: “Spiccata capacità a delinquere”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 23 ottobre 2012)

Parla di Alessandro Sallusti come di un criminale incallito, ammette che la condanna è “eccezionale” e scarica la colpa sulla politica che non ha riformato la legge. Nei confronti del direttore del Giornale la Cassazione motiva la condanna a 14 mesi di carcere per la sua “spiccata capacità a delinquere” dimostrata da tanti precedenti e dalla “gravità” della “campagna intimidatoria” e “diffamatoria” condotta nei confronti del giudice Giuseppe Cocilovo quando nel 2007 dirigeva Libero.

In realtà, quello che si “nasconde” dietro alle motivazioni dei giudici è una sentenza che mette le manette alla libertà di espressione.

“Sono degli infami – ha commentato Sallusti – non si può giocare con la vita delle persone, il presidente della Cassazione dovrà risponderne anche a mio figlio”. Nel frattempo si muove (a rilento) anche la politica. Questa mattina, a Palazzo Madama la commissione Giustizia ha, infatti, approvato il disegno di legge sulla diffamazione che abolisce la pena del carcere per i giornalisti.

Quattordici mesi di carcere. E una condanna durissima. Anche nelle motivazioni Nella sentenza 41249, la Suprema Corte ha spiegato per quale motivo, lo scorso 26 settembre, ha confermato la condanna a 14 mesi per diffamazione e omesso controllo a Sallusti per due articoli firmati da Dreyfus (ovvero Renato Farina), e pubblicati il 17 febbraio 2007. “Gli atti processuali – scrive la Cassazione – danno un quadro di forti tinte negative sulle modalità della plurima condotta trasgressiva di Sallusti ai danni non solo di Cocilovo ma anche dei genitori adottivi e di una minorenne sbattuti in prima pagina”. Non solo. Replicando alla tesi della difesa, la Cassazione ha spiegato che “in una società, che vivono e si sviluppano grazie al confronto delle idee, non può avere alcun riconoscimento l’invocato diritto di mentire, al fine di esercitare la libertà di opinione”. Più che una sentenza, quella della Suprema Corte sembra un’arringa moralizzatrice nei confronti del direttore che, su Libero, non aveva ospitato “un leale confronto di idee e di una lecita critica” alla legge sull’interruzione di gravidanza. Poi, però, la Suprema Corte scarica tutta la colpa sulla politica accusando il legislatore di non essere stato in grado di “raggiungere una condivisa scelta e una razionale e coerente riforma”.

Dopo aver letto le motivazioni della sentenza, Sallusti ha criticato duramente anche Aldo Grassi, presidente della quinta sezione della Corte di Cassazione. “Il mio non è uno sfogo, ma un giudizio sereno che sarà oggetto di un mio editoriale che sarà pubblicato domani. Mi auguro che questo giudice venga cacciato dalla magistratura”, ha commentato il direttore del Giornale spiegando che “non si può giocare con la vita delle persone”. “Non si dà del delinquente ad un giornalista che non ha mai avuto condanna penale – ha continuato Sallusti – non c’è nessuna reiterazione del reato, c’è solo un articolo, neanche scritto da me, che a ben guardare non è neanche diffamatorio perchè non si cita nessuno e si parla per assurdo”.

Finalmente, però, la politica sembra muoversi per fare in modo che un giornalista non venga mai più incarcerato per le proprie idee. Nato proprio dopo la condanna a Sallusti, il disegno di legge abolisce la pena del carcere per i giornalisti, prevedendo invece pene pecuniarie. “Sono contento che il disegno dilegge vada avanti. Non può che essere un passo positivo, perchè bisogna superare il Codice Rocco – ha commentato Sallusti – non sono però così ottimista che si arrivi al via libera nei tempi utili per la mia causa, ma questa è la cosa meno importante”. Le multe restano da 5mila a 100mila euro, ma è stato approvato un emendamento secondo cui sono commisurate alla gravità dell’offesa e alla diffusione della testata. Al termine della riunione il relatore Filippo Berselli (Pdl) ha riferito di aver proposto una rimodulazione dell’entità delle pene portando il massimo della multa da 100mila a 50mila euro, ma la maggioranza della Commissione ha bocciato la modifica lasciando il tetto massimo a 100mila euro. Prevista in caso di recidiva la sospensione dalla professione e dall’attività fino a sei mesi e poi come ulteriore aggravante, fino a tre anni. È stata approvata inoltre un’ulteriore ipotesi di aggravante in caso di coinvolgimento dell’editore nella diffamazione dolosa. La disciplina non è estesa ai blog, ma soltanto alle testate giornalistiche diffuse anche per via telematica. Non è infatti passato l’emendamento presentato dai senatori democratici Vincenzo Vita e Gerardo D’Ambrosio che chiedeva la non applicazione della normativa ad internet. Cancellata inoltre la riparazione come pena accessoria. Ritirato infine l’emendamento del senatore del pdl giacomo Caliendo che prevedeva la nullità delle clausole contrattuali che lasciavano solo in capo all’editore gli oneri derivanti da una condanna per diffamazione.


Caso Sallusti, Zagrebelsky e i razzisti della libertà
di Salvatore Tramontano
(da “il Giornale”, 23 ottobre 2012)

Ci sono Libertà con la maiuscola e libertà minori, con la minuscola, come quelle che riguardano il destino di Alessandro Sallusti. La libertà di stampa a lettere cubitali si applica se quello che rischia il bavaglio o le manette appartiene a un certo mondo, ha la faccia giusta, per cultura e carattere si veste da vittima non appena gli pestano un piede. Pensate solo se questa storia fosse capitata a uno come Santoro, o a un qualsiasi direttore di giornale con la faccia giusta. Tutti in piazza a piangere per la libertà di stampa soffocata, tradita, stuprata, malmenata, manganellata e giù fiumi di indignazione e di vergogna, magari rispolverando le lettere di Gramsci dal carcere e la lotta ai nuovi regimi.

Ecco, in questo caso tutti avrebbero parlato di Libertà. Per Sallusti no, per Sallusti la libertà stuprata ha lo stesso peso di un lavandino otturato, una questione da poco. Ma di che vi lamentate? Chiamate un idraulico o ricorrete ai servizi sociali. Con Sallusti il ragionamento è sempre più o meno questo: sì, magari il carcere è eccessivo, ma se i giudici lo sbattono al gabbio qualcosa di male avrà fatto, se lo è meritato. Sallusti paga a prescindere. Perché? Semplice, perché è Sallusti. È l’ingiustizia ad personam.

Questo modo di ragionare fa ancora più rabbrividire se fa da rumore di fondo alle valutazioni di un emerito giudice costituzionale. Se si chiede a Gustavo Zagrebelsky, come fa Repubblica, cosa pensa del caso Sallusti, la sua risposta parte così: «Lasciamo da parte per un momento la libertà di stampa con la L maiuscola. Parliamo del caso specifico ». Per il direttore del Giornale non c’è quindi bisogno di scomodare la libertà di stampa. È solo un caso specifico, una questione personale tra lui e i giudici. Zagrebelsky ammette che forse il carcere, come pena, non è adeguata. Ma la sua storia non fa scattare alcun campanello di allarme. Non fa scandalo. «Va detto – precisa – che nel caso dell’articolo in questione non si tratta di opinioni, ma dell’attribuzione di fatti determinati risultati palesemente falsi. Il reato consiste nell’omessa vigilanza ».

Quello che Zagrebelsky non dice, o finge di dimenticare, è il motivo per cui Sallusti finisce in carcere. Ci va perché un giudice di Corte d’appello gli ha affibbiato la pena accessoria di uomo socialmente pericoloso. Ripetiamo: socialmente pericoloso. Un direttore condannato per omesso controllo viene etichettato da un giudice socialmente pericoloso. E lo fa in pieno arbitrio, per una sua valutazione personale. Quasi a sottolineare che Sallusti, che non è neppure l’autore dell’articolo diffamatorio, sia un serial killer della penna. Allora la domanda centrale è: da quando i direttori di giornali vengono condannati come socialmente pericolosi in virtù del loro lavoro giornalistico? E in base a quale criterio? La lista dei direttori condannati per responsabilità oggettiva è quasi infinita. Come mai solo a Sallusti un giudice s’inventa la pena accessoria del socialmente pericoloso? Per antipatia personale? Perché il diffamato è un giudice, e quindi per vendetta di casta? In ogni caso questo è arbitrio. È il pollice verso dell’imperatore romano. E a Sallusti non resta che dire: Ave giudice, morituri te salutant.

Zagrebelsky a queste domande non risponde. L’arbitrio non indigna il principe dei costituzionalisti italiani. O meglio, non lo indigna in questo caso. Di cosa stiamo parlando in fondo? Quella di Sallusti è una libertà di stampa con la lettera minuscola. Una libertà da poco. Vada in carcere o si faccia rieducare.


Grasso: ci furono trattative con la mafia, non sul 41bis
di C. FUS.

(da “l’Unità”, 23 ottobre 2012)

«Sono portato ad escludere che il non aver confermato il 41 bis per alcuni de ­tenuti di mafia nelle condizioni e nei modi che abbiamo visto possa essere stato l’oggetto della trattativa tra Stato e Cosa Nostra ». Con i modi prudenti che lo contraddistinguono, con in testa la netta e chiara differenza tra quello che è prova in un processo e quello che invece è ipotesi forte e anche suggesti ­va ma non dimostrata, il procuratore nazionale Piero Grasso ha in pratica concluso le audizioni della Commissio ­ne parlamentare antimafia che quat ­tro anni fa ha deciso di scrivere la paro ­la finale sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra negli anni di stragi e bombe e sangue che vanno dal 1992 al 1994.

L’audizione di Grasso era molto atte ­sa da più parti. Soprattutto la presiden ­za di Giuseppe Pisanu si aspettava da lui, che da dieci anni dirige la procura nazionale antimafia e conosce il conte ­nuto delle tre inchieste che tra Paler ­mo, Firenze e Caltanissetta cercano di arrivare alla verità su quegli anni orri ­bili, una parla di chiarezza. Anche se non definitiva.

A suo modo Grasso l’ha data. Le trat ­tative tra Stato e Cosa Nostra in quegli anni ci sono state. «I segnali sono stati vari, ma con quali risultati » e sulla base di quali cambiali «questo non è ancora chiaro ».

Più trattative quindi. In più fasi. Ri ­sultato di una trattativa potrebbe esse ­re, ad esempio, la chiusura dei super carceri di Pianosa e Asinara (1998). Si ­curamente tutta da chiarire è la manca ­ta perquisizione del covo di Totò Riina a Palermo. Così come «la fin troppo lun ­ga e sospetta latitanza di Bernanrdo Provenzano ». Momenti della nostra storia ancora pieni di misteri, di conti che non tornano, di tempi sospetti. Ma le prove sono un’altra cosa.

Grasso riconosce anche che «in qual ­che modo la politica si è mossa in que ­gli anni », iniziative che magari non so ­no arrivate fino in fondo. Ma che sono state pensate. O incardinate a livello di disegno di legge come quella che vole ­va eliminare l’ergastolo per i boss. Ten ­tativi, quindi, tanti e tutti nelle stessa direzione: forme di baratto tra Stato e Cosa Nostra. Ma da parte di chi?

Quello che è certo, ha detto il procu ­ratore ai membri della Commissione è che in tutte le stragi, anche quelle ten ­tate come all’Addaura, è stata riscon ­trata la presenza di elementi inquietan ­ti e non riconducibili solo a Cosa No ­stra. «Già dall’attentato dell’Addaura ­ha detto – c’erano interessi convergenti per eliminare Giovanni Falcone. Certa ­mente gli interessi economico-impren ­ditoriali, soprattutto alto-imprendito ­riali, erano minacciati dalle indagini av ­viate da Falcone ». Falcone li aveva chia ­mati «centri di potere occulto collegati con la mafia ». E anche «menti raffina ­tissime ».

«Aspetti inquietanti » anche su come sono state svolte le indagini per la stra ­ge di Borsellino. «In ogni caso il mio ufficio – ha precisato Grasso – ha rivisto tutte le carte e gli accertamenti relativi a tutte le stragi, dall’Addaura alle varie fasi dell’omicidio Lima, a Capaci, via d’Amelio, Firenze, Roma, Milano e alla strage fallita allo stadio Olimpico ».

La verità è ancora lontana.


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Bart