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STORIA: 9 novembre 1989: 20 anni fa cadeva il muro di Berlino

29 Settembre 2009

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

La divisione innaturale della Germania, imposta dagli alleati per punire un Paese che aveva scatenato la 2^ guerra mondiale e sancita alla fine del 1949 con la costituzione di due stati tedeschi, la Repubblica Federale e la DDR, aveva proprio a Berlino il suo punto critico. Questa città, a sua volta divisa in quattro settori e divenuta una enclave nel territorio della DDR, rimaneva l’unica possibilità per i tedeschi dell’Est per abbandonare un regime oltremodo repressivo e liberticida. Bastava infatti prendere la metropolitana e in pochi minuti ci si ritrovava nel cuore della cosiddetta Berlino “occidentale”, ancora segnata dalle macerie della guerra, ma libera. Proprio da questa città il numero dei tedeschi in fuga doveva assumere a luglio e ai primi di agosto del 1961 dimensioni gigantesche; il trend, continuando su quei livelli, rischiava di ridurre drasticamente il numero di abitanti di Berlino Est e della DDR, pregiudicandone la stessa esistenza. Il fenomeno era noto a   tutti e proprio in quel periodo Brandt, Borgomastro di Berlino Ovest dal 1957, veniva a sapere che la DDR si preparava ad iniziative eclatanti. Nel settore orientale infatti la gente, atterrita e letteralmente disperata, continuava a tentare la fuga prima che fosse troppo tardi. Di lì a poco, nonostante le smentite “ufficiali” e le rassicurazioni di Ulbricht, il potente padre-padrone della DDR,  sarebbe successo quanto più si temeva. Nel cuore della notte, anticipando l’alba del 13 agosto 1961, la città di Berlino veniva violentata da una costruzione orribile e disumana che l’avrebbe per quasi trenta anni tagliata letteralmente in due. Nel giro di poche ore, grazie al massiccio impiego di militari e di maestranze, la DDR erigeva il famigerato “Muro della vergogna”, sancendo così la divisione della città e la definitiva separazione fra i due blocchi. Alle cinque del mattino, Willy Brandt, in vettura letto diretto a Kiel, prossima tappa della sua campagna elettorale per l’elezione del nuovo Cancelliere, veniva bruscamente svegliato da un messaggio urgente: era l’invito di recarsi immediatamente a Berlino. Intanto gli abitanti di Berlino Ovest, che fin dalle prime ore dell’alba avevano assistito increduli e allibiti a quel brutale atto di prepotenza, si sentono vittime designate e impotenti di un altro dramma che sta per incombere sulle loro teste.  Al comprensibile avvilimento delle prime ore doveva far seguito una vera e propria indignazione perché il tutto si era svolto e continuava a svolgersi tra l’assoluta indifferenza delle tre potenze occidentali presenti a Berlino e preposte alla sicurezza di quella città formalmente ancora divisa in quattro settori. Neppure da Bonn ci sono reazioni;   il Cancelliere Adenauer, impegnato nella campagna elettorale per la rielezione, si fa interprete della paura che attanaglia tutti e non parla. I Berlinesi vengono lasciati soli ad assistere con preoccupazione crescente alla maestria e  destrezza, che i muratori della DDR, protetti dalle  mitragliatrici dei Vopos (polizia popolare), dimostrano nel tirare su in tutta fretta un muro di prefabbricati, che sarebbe diventando lungo centosessantasei chilometri. Il Borgomastro Brandt, non appena messo piede in città si precipita presso il Comando alleato,  trovando tutto l’ambiente in preda ad una indescrivibile confusione. La rabbia mista a disperazione del Borgomastro non trova interlocutori, ma solo vaghe espressioni di solidarietà e di circostanza. Tuttavia anche in questa tragica situazione egli dimostra tutto il suo sangue freddo; sa bene che basterebbe poco per infiammare animi così esagitati e allora impiega tutto il suo carisma per lanciare un appello alla calma, per raccomandare saldezza di nervi. Alla manifestazione di protesta indetta per il 16 davanti al Municipio, la Schöneberger Rathaus, si presenta una folla immensa, inferocita nei confronti della DDR e dell’Unione Sovietica e fortemente delusa dalle potenze di occupazione, dalle quali si sente abbandonata. Pochi giorni dopo Lyndon  Johnson, il vice presidente inviato espressamente da John Kennedy nell’ex capitale tedesca per dare un segnale alla città, alla Germania e al mondo intero, assicura che gli Stati Uniti c’erano e non venivano meno alle loro promesse. Per l’occasione viene consegnata una lettera del presidente Kennedy, che, con un tono amichevole ma fermo, affermava in modo chiaro che nessuno era disposto a scatenare una guerra per Berlino e che bisognava in qualche modo abituarsi a quella nuova dura realtà. Il muro tra l’altro era, secondo lui, un segno di debolezza e un’implicita ammissione del fallimento del comunismo, della sua politica, dei suoi metodi e del suo sistema. Intanto nella città, la situazione di per sé già grave, si faceva drammatica; l’opinione pubblica era quasi quotidianamente scossa dagli incidenti molti dei quali dall’esito tragico che si verificavano lungo quell’obbrobrioso muro. Ormai non si contavano più tentativi di fuga da parte dei cittadini dell’est, alcuni veramente ingegnosi e tutti al limite della temerarietà. Nonostante la ferma presa di posizione di Willy Brandt, il precipitare degli eventi dovuto ai continui incidenti mortali provocati dal “muro” (tragica la fine del 18enne Peter Flechter fatto morire dissanguato sulla linea di confine), i Berlinesi devono fare i conti con una realtà crudele, inumana, ma difficilmente modificabile. Il duro, sofferto realismo  del Borgomastro finisce con  alienargli le simpatie degli stessi suoi concittadini, per nulla disposti ad accettare supinamente quella triste realtà e a  rassegnarsi alla quotidianità di episodi   sempre più tragici. In quelle condizioni ha inizio il suo paziente lavoro, cosciente com’era del fatto che, vista l’impossibilità di abbattere il  muro, bisognava imparare a convivere con esso. Così Brandt ed i suoi più stretti collaboratori intuiscono che il riconoscimento della DDR poteva rappresentare il presupposto  indispensabile per la loro politica di apertura verso l’Est, già timidamente instaurata con la politica “dei piccoli passi”,  tesa soprattutto a migliorare la condizione umana dei berlinesi. Nel 1963, e precisamene il 26 giugno, si doveva registrare un avvenimento eccezionale: la visita del Presidente degli Stati Uniti e il suo discorso alla Rathaus Schöneberg di Berlino. Davanti ad una marea di gente osannante, John F. Kennedy consegnava al mondo intero una vibrante denuncia:“Il muro è la più schifosa e veemente dimostrazione del fallimento del sistema comunista. Tutto il mondo vede questa ammissione di fallimento…. Come ha detto il Vostro sindaco, il muro non è solo un cazzotto alla storia, ma un cazzotto in faccia all’umanità. A causa del muro vengono divise famiglie, mariti da mogli, fratelli da sorelle e individui, che vogliono vivere assieme, vengono separati a forza.” Con questo discorso, diventato famoso per la rivendicazione finale “Ich-bin-ein-Berliner”, fatta in lingua tedesca”, Kennedy ribadiva il suo impegno e quello della Nazione più potente del mondo in favore di una città assediata da 18 anni e mortificata da un muro disumano. Dato che il muro non si poteva abbattere, bisognava renderlo “durchlässig”, cioè trasparente, termine   usato dallo stesso Brandt in una intervista allo “Spiegel”. E come primo successo di questa politica dei “piccoli passi” Brandt nel dicembre del 1963 può contare sul rilascio di visti temporanei per Natale, festività familiare particolarmente sentita in Germania. Anni dopo doveva confessare al suo segretario particolare non ci poteva essere regalo più bello per i suoi 50 anni, nato com’era il 18 dicembre del 1913! Aveva così inizio quel processo lento, ma inarrestabile, caratterizzato da tanti piccoli passi e da diverse stazioni di un lungo cammino, che avrebbe portato, attraverso eventi tragici, come la   “Primavera di Praga”, ed eventi esaltanti   come la “Solidarnosc” di Varsavia, all’inizio di una nuova era, contraddistinta dalla “Glasnost” e dalla “Perestroika” di Gorbaciov.   Così quando il 9 novembre 1989 furono inspiegabilmente abbandonati dai Vopos i famigerati posti di blocco di Berlino Est, che per celebrare i suoi 40 anni di vita aveva tappezzato l’intera capitale con lo slogan “Berlino, capitale della DDR”,  i Berlinesi tutti, sia quelli dell’Est   che quelli dell’Ovest, si ritrovarono, stupiti ed increduli, a festeggiare la caduta di quel muro della vergogna. Il giorno dopo toccava proprio a Willy Brandt, da tempo assurto al ruolo di   padre “nobile” della Nazione tedesca, suggellare quel momento storico che di lì a poco avrebbe condotto alla riunificazione. Con un discorso divenuto nel frattempo una pagina di storia, davanti all’ormai mitica Rathaus Schöneberg, il grande socialista, dopo aver rievocato con legittimo orgoglio gli anni passati al governo di quella città martoriata “Da Borgomastro degli anni difficili, dal 1957 fino al 1966, e quindi gli anni della costruzione del muro e quelli successivi…”, rivendicava  il suo ruolo di Cancelliere impegnato per la distensione in Europa. Un ruolo contraddistinto da un gesto commovente ed emblematico, inginocchiandosi nel dicembre del 1970 a Varsavia davanti al sacrario dedicato alle vittime ebraiche del Nazismo e coronato dalla assegnazione del premio nobel per la pace (ottobre del 1971).  Il “grande vecchio” della politica tedesca concludeva il suo discorso con un accorato monito alla sua gente, auspicando: “…una disponibilità a non alzare l’indice accusatorio, ma a perseguire solidarietà, integrazione, e volontà di un nuovo inizio. Adesso è tempo di riprendere fiato e di mantenere nervi saldi, e fare nel modo migliore possibile quello che risponde agli interessi tedeschi e al nostro dovere nei confronti del nostro continente europeo.”
Non ci poteva essere “battesimo” migliore per la nascita di una nuova era per la Germania, che di lì a poco si sarebbe riunita, e per l’Europa intera, liberata dall’incubo del comunismo.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 29 Settembre 2009 @ 22:27

    L’abbattimento del muro di Berlino è uno di quegli avvenimenti di grande rilevanza, che hanno segnato la storia e che rimarrà indelebile. Ha aperto un’altra era.
    Penso che l’immagine di quel bambino, che, con un piccolo martello (mi sembra fosse quello lo strumento) cercava di dare il suo piccolo contributo alla distruzione del muro, sarà come un simbolo dal grande significato altamente emotivo. E non verrà mai dimenticato.
    Degna di attenzione, di grande interesse e di intensa precisa intelligente ricostruzione dei fatti la pagina presentata
    Gian Gabriele Benedetti

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