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STORIA: Berta di Toscana (7)

26 Marzo 2010

Città di Pavia
Anno del Signore 891
Lamberto è associato al trono italico come coreggente.

Guido mirò soprattutto ad assicurarsi la continuità dinastica sul trono del Regno Italico e pertanto a Pavia fece riconoscere come correggente suo figlio Lamberto, che aveva solo dodici anni, elargendo nuovi favori alle chiese (da Acqui a Modena) per averle amiche.

Città di Ravenna
30 Aprile dell’anno del Signore ¬† 892
Lamberto è imperatore

Da questo momento le ambizioni di Guido e di Ageltrude si completarono con il rinnovo, da parte di papa Formoso(891-896), ¬† dell’incoronazione imperiale di Guido, che, nello stesso tempo, associ√≤ al potere imperiale il loro figlio quattordicenne Lamberto[1][1]. ¬†

GUIDO DI SPOLETO(? – +894)——AGELTRUDE DI BENEVENTO (?-+923?)

LAMBERTO(879-+898)[2][2]

Anno 894

Il marchese Adalberto ¬† di Toscana si oppone all’incoronazione di Arnolfo di Carinzia chiamato dal papa Formoso per contrastare Guido di Spoleto[3][3]. ¬†

3 √Ę‚ā¨‚Äú Arnolfo contro Guido

Il colpo di timone decisivo fu dato dal pontefice Formoso, che, timoroso dell’invadenza spoletina e beneventana unite, si rivolse ancora una volta ad Arnolfo ripetendo quelle vecchie accuse contro i ‚Äúcattivi cristiani‚ÄĚ che i suoi predecessori avevano gi√† rivolto ai Longobardi di Astolfo e di Desiderio al momento di chiamare Pipino e Carlo Magno: la libert√† delle ‚Äúterre di San Pietro‚ÄĚ era minacciata e urgeva intervenire.

Il re di Germania mand√≤ per il momento il figlio Sventiboldo, che ebbe subito l’appoggio di Berengario, ma non ottenne nessun successo e torn√≤ indietro.

All’inizio dell’894, Arnolfo scese egli stesso per la valle dell’Adige, assedi√≤, conquist√≤ e distrusse Bergamo, evit√≤ Berengario, sempre legittimo re, ed eman√≤ diplomi[4][4] ¬† dando a vedere chiaramente i suoi propositi di arrivare all’impero. ¬†

¬†Adalberto II, per la posizione strategica del suo marchesato, che controllava tutte le strade fra il nord e il centro d’Italia, pot√© mantenere un certa libert√† di movimento, tanto da permettersi di tentare, nell’ 894, di imporre condizioni ad Arnolfo di Carinzia per il suo progettato viaggio a Roma. Non solo Arnolfo non accett√≤ nessuna condizione da parte di Adalberto, ma lo fece arrestare insieme al fratello Bonifacio. Adalberto II ottenne la libert√† solo dopo aver fatto giuramento di fedelt√† ad Arnolfo.

¬†Adalberto II torn√≤ precipitosamente in Toscana, nonostante il giuramento di fedelt√†, per impedire ad Arnolfo di Carinzia il passaggio dalla Via Francigena, occupando con tutte le forze di cui disponeva i valichi degli Appennini dai quali l’aspirante alla corona imperiale sarebbe dovuto passare per recarsi a Roma, per ricevere la corona imperiale dal papa.

Questo ci dimostra, oltre alla nullità dei giuramenti a conferma della parola data, quanto importante fosse il controllo delle strade e dei valichi alpini, tanto da rendere il marchese di Toscana arbitro della corona imperiale.

Arnolfo ritornò faticosamente in patria attraverso la valle di Aosta.

IL CONTROLLO DELLA VIA FRANCIGENA SI RIVELA DETERMINANTE NELLA VITA POLITICA ITALIANA

896 Città di Roma
22 febbraio dell’anno del Signore 896, nella basilica di S. Pietro, Arnolfo di Carinzia e’ incoronato imperatore da Papa Formoso.

4 √Ę‚ā¨‚Äú Arnolfo imperatore

L’imperatore Guido stava risollevandosi dagli insuccessi subiti quando la morte pose fine ai suoi progetti.
In nome del figlio Lamberto, la vedova di Guido, Ageltrude, continuò la politica del marito con piglio e fermezza superiore, dimostrando quella tenacia e quella forza che è propria delle donne che in ogni epoca occupano posti di dominio.

Questo aument√≤ le preoccupazioni di papa Formoso, che aveva trovato nella vedova di Guido un nemico ancor pi√Ļ temibile del marito, perci√≤ rinnov√≤ gli inviti a scendere in Italia ad Arnolfo di Carinzia per essere incoronato imperatore.

Questo secondo rientro in Italia, a distanza di due anni, avvenne senza difficolt√†. Come le consuetudini ed il cerimoniale imponevano prima di ogni incoronazione, egli si ferm√≤ alle porte di Roma. Ma qui l’imperatrice Ageltrude tent√≤ di impedirne l’accesso in citt√†. Soltanto con grande violenza Arnolfo riusc√¨ a forzare l’ingresso, facendo strage di tutti i filospoletini. Ageltrude, meditando la rivincita, riusc√¨ a fuggire nella sua sede ducale.

Arnolfo chiese all’intero popolo romano un giuramento di fedelt√† con l’impegno solenne di non dare in alcun modo aiuto o ricetto ai suoi avversari. Il 22 febbraio dell’anno 896 si rec√≤, trionfalmente accompagnato dal clero e dal popolo romano, in San Pietro, dove assunse il titolo imperiale insieme con le insegne esterne del potere, che comprendevano l’altare portatile d’oro e il Codex Aureus..

Arnolfo aveva raggiunto l’apice della ‚Äúpiramide del successo‚ÄĚ ma dopo l’incoronazione ebbe un colpo apoplettico che ne affrett√≤ il ritorno in Carinzia[5][1]. Morir√† tre anni pi√Ļ tardi.

In questo, come in altri casi, gli uomini possono porre prestigiose ed effimere corone sul capo di altri uomini, ma non possono fermare il corso del destino.

Tentativo di accordo fra Adalberto II e Berengario
contro Arnolfo di Carinzia e Lamberto di Spoleto

A questa seconda calata di Arnolfo, il giovane imperatore Lamberto sembrò assistere passivamente e si eclissò senza combattere.

Adalberto cercò intese con Berengario che, dopo essersi messo al seguito di Arnolfo, se ne era precipitosamente allontanato temendo per la propria vita.

L’accordo Adalberto-Berengario doveva essere diretto sia contro Arnolfo sia contro Lamberto, ma la ritirata di Arnolfo e la ricomparsa di Lamberto lo fecero sfumare.

ROMA ANNO 898
Doppia elezione a Roma: Giovanni IX di Tivoli, Sergio III
Sergio III in esilio a Lucca alla corte di Adalberto e di Berta

Sergio III, vescovo di Cere fu eletto papa in contrapposizione ¬† ¬† a Giovanni IX, figlio di Rampoaldo di Tivoli. Fu riconosciuta valida la consacrazione di quest’ultimo, appoggiato dall’imperatore Lamberto e Sergio venne scomunicato ed esiliato a Lucca, dove fu ospite alla corte di Adalberto II e di Berta.

Il riavvicinamento tra Adalberto e l’imperatore Lamberto fu di breve durata. Adalberto, riconciliatosi nella primavera dell’897, gi√† nell’agosto dell’898 si ribell√≤ apertamente, fiancheggiato dal conte Ildebrando.

La sua ribellione fu messa in relazione con gli avvenimenti romani, cio√® l’elezione a papa di Giovanni IX (papa dal gennaio 898+900)[6][2].
                                                                                                                                                                                                     
Luglio 898 – ADALBERTO II CONTRO LAMBERTO
Il diciannovenne imperatore Lamberto sventa a sorpresa un tentativo di colpo di stato ordito da Adalberto II.

Il marchese Adalberto II, affiancato dal conte Ildebrando, mosse dalla Toscana, attravers√≤ il passo di Monte Bardone (l’attuale Cisa) e marci√≤ con le sue truppe alla volta di Piacenza, con l’evidente proposito di tentare un colpo di forza su Pavia .

Accampatosi a Borgo S. Donnino (Fidenza), nella notte fu colto di sorpresa da Lamberto, che aveva saputo del suo arrivo mentre era a caccia nei boschi di Marengo e, seguito appena da un centinaio di cavalieri, si era precipitato contro il nemico, facendone strage.

Ildebrando si salvò con la fuga, ma Adalberto II fu catturato nella stalla dove aveva cercato di nascondersi fra le mucche, fu preso prigioniero e portato a Pavia per essere giudicato[7][3]

Il ‚Äúsogno‚ÄĚ di Ageltrude di Benevento ¬† si infrange contro ¬† il ‚Äúdestino‚ÄĚ: il figlio Lamberto muore il 15 ottobre 898

Lamberto sembrava padrone incontrastato d’Italia: ma mor√¨, improvvisamente, durante una partita di caccia ¬† (qualcuno parl√≤ di omicidio per vendetta) nella foresta di Marengo.[8][1]

‚ÄúUna caduta da cavallo infranse d’un colpo tutte le speranze d’Italia. Il cavaliere pi√Ļ bello e pi√Ļ eroico del suo tempo spir√≤ sul campo che novecento anni dopo una grande battaglia avrebbe reso famoso‚ÄĚ[9][2].

Informato della morte di Lamberto, Berengario usc√¨ subito da Verona e piomb√≤ su Pavia, dove ottenne l’ossequio di tutti i grandi del regno, Adalberto di Toscana compreso.

¬†L’improvvisa morte di Lamberto e la prontezza con cui Berengario si insedi√≤ in Pavia furono avvenimenti che ridiedero la libert√† ad Adalberto II, salvandogli la vita.

Il marchese del Friuli si accinse finalmente a esercitare quel potere a cui anelava da anni, quando dovette far fronte all’inizio di una catastrofe che si abbatt√© sull’Italia: l’invasione degli Ungari[10][3] .

Il ‚Äúsogno‚ÄĚ di Ageltrude di Benevento ¬† si infrange contro ¬† il ‚Äúdestino‚ÄĚ: il figlio Lamberto muore il 15 ottobre 898

Lamberto sembrava padrone incontrastato d’Italia: ma mor√¨, improvvisamente, durante una partita di caccia ¬† (qualcuno parl√≤ di omicidio per vendetta) nella foresta di Marengo.[11][4]

‚ÄúUna caduta da cavallo infranse d’un colpo tutte le speranze d’Italia. Il cavaliere pi√Ļ bello e pi√Ļ eroico del suo tempo spir√≤ sul campo che novecento anni dopo una grande battaglia avrebbe reso famoso‚ÄĚ[12][5].

Informato della morte di Lamberto, Berengario usc√¨ subito da Verona e piomb√≤ su Pavia, dove ottenne l’ossequio di tutti i grandi del regno, Adalberto di Toscana compreso.

¬†L’improvvisa morte di Lamberto e la prontezza con cui Berengario si insedi√≤ in Pavia furono avvenimenti che ridiedero la libert√† ad Adalberto II, salvandogli la vita.

Il marchese del Friuli si accinse finalmente a esercitare quel potere a cui anelava da anni, quando dovette far fronte all’inizio di una catastrofe che si abbatt√© sull’Italia: l’invasione degli Ungari[13][6] .

899
GLI UNGARI INVADONO L’ITALIA
SCONFITTA DI BERENGARIO I AL BRENTA

L’Italia fu esposta alle invasioni ungare dall’899 al 954, subendone due di particolare intensit√† e durata, nell’899-900 e nel 924. Poi, nel 937, la penisola divenne la meta finale della pi√Ļ vasta e lunga incursione che gli ungari condussero nella loro storia e che li port√≤ ad attraversare la maggior parte delle regioni europee.

Nella prima incursione, quella dell’899, devastando e razziando, erano giunti fin sotto le mura di Pavia.
Alle bande magiare si oppose il marchese Berengario del Friuli, che da meno di un anno era rimasto senza antagonisti nella lotta per la corona d’Italia.

Raccolto nell’Italia centrale un esercito formato probabilmente da 25.000 uomini, superiore di ben tre volte alla forza ungara, Berengario si pose all’inseguimento degli invasori che, temendo di essere presi alle spalle, si ritirarono precipitosamente verso l’Adda, attraversandolo con tanta foga e confusione che molti di loro morirono annegati.

L’inseguimento continu√≤ fino a Verona, dove la retroguardia ungara e l’avanguardia italica ebbero un primo contatto che non si tradusse, per√≤, in una vera e propria battaglia.

Lo scontro decisivo, che si svolse sul fiume Brenta il 24 settembre 899, si risolse in una terribile carneficina per gli italici, colti di sorpresa da un improvviso attacco ungaro.

A conclusione del suo racconto della battaglia del Brenta, Liutprando scrisse che, da allora in poi, ci si ridusse ad attendere la venuta degli Ungari al riparo di munitissimi loci (Liutprando Antapodosis, lib. II, cap. 5, p. 39 e cap. 43, p.57).

Il cronista mette in evidenza un aspetto essenziale della storia di questo periodo: la rinuncia a combattere in campo aperto. Nessuno poté dirsi al sicuro da quel momento in poi se non in munitissime fortificazioni.

Senza pi√Ļ incontrare alcuna resistenza, le bande ungare saccheggiarono nei mesi successivi tutta l’Italia settentrionale, non risparmiando neppure la Valle d’Aosta.

Fu tentato anche un attacco contro Venezia: con una flotta improvvisata i magiari si avventurarono nella laguna, dove vennero affrontati e sbaragliati dalle ben pi√Ļ agguerrite navi del doge Pietro Tribuno.

Fra le maggiori devastazioni compiute dagli ungari in quei mesi, vi fu la distruzione del monastero di Nonantola, uno dei pi√Ļ antichi e famosi dell’Italia settentrionale. Il luogo sacro fu assalito di sorpresa e solo l’abate Leopardo e pochi monaci riuscirono a fuggire; tutti gli altri furono uccisi e l’edificio incendiato, insieme a un inestimabile patrimonio, composto dai codici conservati nella biblioteca. Dopo una nuova e breve incursione nel 904, Berengario concluse con gli ungari una tregua, pagata a caro prezzo, ma che questi osservarono scrupolosamente per circa vent’anni.
Il ricordo del biennio 899-900 manteneva comunque tutto il Paese in uno stato di tale apprensione da spingere molte autorit√† locali a predisporre fortificazioni nei luoghi pi√Ļ esposti. Dovunque sorsero castelli, pi√Ļ o meno tollerati dal potere regio che, incapace di garantire la protezione delle popolazioni, dovette approvare, spesso a cose fatte, vere e proprie usurpazioni dei suoi diritti feudali. La paura di nuovi saccheggi divenne quindi, indirettamente, uno strumento nelle mani dei signori locali per affermare i propri poteri.

L’invasione ungara interess√≤ anche il territorio lucchese: nei primi anni del secolo IX arrivarono fino al paese di S. Pietro a Vico e lo distrussero[14][1].

Alla fine dell’899 mor√¨ ¬† Arnolfo di Carinzia[15][2]. La vecchia basilica romana di S. Giovanni in Laterano che ¬† croll√≤ in quegli anni, rappresent√≤ compiutamente la ¬† metafora della fine di un’epoca.
________________


[1][1] A Roma vi era, in quel momento, un bipolarismo fondato su due partiti: uno ‚Äúfilogermanico‚ÄĚ legato ad Arnolfo di Carinzia e Berengario, l’altro‚Äúnazionalista‚ÄĚ legato a Guido e Lamberto di Spoleto e ad Adalberto di Tuscia. Inizialmente il papa Formoso si schier√≤ con il partito ‚Äúfilogermanico‚ÄĚ ma fu costretto a incoronare Guido, il capo del partito ‚Äúnazionalista‚ÄĚ. Il papa non vide di buon occhio il consolidarsi di una dinastia imperiale in casa: meglio sarebbe avere un imperatore lontano. Per cui con una mano incoron√≤ imperatore Guido e con l’altra chiese l’aiuto

ad Arnolfo di Carinzia. Formoso non fece altro che applicare quella prassi rimasta costante e immutata: faccio una cosa pensandone ad un’altra, penso a una cosa facendone un’altra. Questo port√≤ inevitabilmente ad un ‚Äúguerra‚ÄĚ fra i due partiti della citt√† di Roma.

– U. Broccoli √Ę‚ā¨‚Äú Roma, anno 89, sta in: Avvenimenti ¬† N. 91, pag. ¬† 71, 18 aprile 1999, Roma.

[2][2] Lamberto re d’Italia, imperatore, duca di Spoleto.

Associato al trono dal padre Guido di Spoleto nell’891, fu incoronato imperatore in Roma da papa Formoso il 30 aprile 892. Alla morte del padre (novembre 894?) riusc√¨ a una conciliazione col papa; ma di l√¨ a non molto papa Formoso, forse allarmato dall’invadenza della madre di Lamberto, Ageltrude, che mirava a impossessarsi degli stati longobardi meridionali, fece di nuovo appello ad Arnolfo di Germania. Questi scese in Italia; ma, appena egli valic√≤ le Alpi, Lamberto, dopo essersi accordato con Berengario, a cui lasci√≤ l’Italia settentrionale tra il Po e l’Adda, ridivenne il pi√Ļ forte.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Morto papa Formoso, Lamberto e Ageltrude si recarono a Roma nell’897. Le ire della parte spoletina esplosero verso gli imperiali e Stefano VI, forse ¬† traendone animo dal re, diede inizio al celebre processo contro il predecessore. Nel concilio che, dopo la deposizione di Stefano e il breve ¬† pontificato di Romano e Teodoro II, aveva indetto a Roma Giovanni IX, Lamberto domin√≤.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Fu deciso che la consacrazione del papa non potesse considerarsi senza l’approvazione imperiale; fu confermata l’elezione di Lamberto e fu invece dichiarata nulla quella di Arnolfo, avvenuta il 22 febbraio 896.

                              Non molto tempo dopo Lamberto presenziava al sinodo di Ravenna; vi rinnovava i provvedimenti diretti e difendere i liberi contro gli abusi dei pubblici ufficiali; disciplinava la condotta dei conti riguardo alle prestazioni non dovute, alle infeudazioni dei diritti regi, ai beni ecclesiastici; regolava il pagamento delle decime, restituiva la Chiesa nei suoi possessi e n riconfermava i diritti; ma rafforzava la sua alta sovranità su Roma e sullo stato pontificio.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† L’autorit√† di Lamberto usc√¨ dal sinodo ravennate notevolmente accresciuta. Inutilmente gli si oppose Adalberto di Toscana, che fu rapidamente sconfitto a Borgo S. Donnino.

Lamberto morì, a soli diciannove anni, il 15 ottobre 898.

– G. Treccani, Lamberto re d’Italia, Istituto della Enciclopedia Italiana, pag. 412, vol. XX, Edizione 1949, Roma.

[3][3] P. Brezzi. STORIA D’ITALIA, Dalla civilt√† latina alla nostra repubblica , Vol. III, pag. 37√Ę‚ā¨‚ÄúDall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara 1980.

[4][4] Diploma. Nell’antichit√† romana, documento in forma di doppia tavoletta di bronzo rilasciato dall’imperatore o da altra autorit√† come salvacondotto (permesso). Pi√Ļ tardi nome generico di documento solenne rilasciato dal sovrano o da altra autorit√† come attestato di facolt√† o privilegio concesso. Oggi, attestato solenne rilasciato dall’autorit√† sovrana o da altro organo competente mediante il quale si accorda un titolo nobiliare, un grado accademico, una laurea, un premio, ecc.

-G.M. Boccabianca, A. Agnolotto et alii, Nuovissima Enciclopedia Illustrata,vol. terzo, pag. 37. Istituto Editoriale Italiano, Milano 1957.

[5][1] ¬† Prima di entrare in Roma le truppe imperiali si accamparono a Porta S. Pancrazio, all’inizio della via Aurelia. ¬† Nel frattempo il partito avverso ad Arnolfo organizz√≤ le difese della citt√†. Forse anche questa √® una delle caratteristiche storiche di Roma, e non solo di Roma e non solo di quel tempo. Negli stessi posti, lungo le stesse strade hanno marciato eserciti in cammino per liberare la citt√† da qualcuno, attesi dal popolo, inizialmente ostile, ma sempre pronto a correre in soccorso del vincitore. La difesa di Roma dur√≤ ben poco, Porta S. Pancrazio fu aperta a colpi d’ascia e gli imperiali entrarono in Roma per liberare papa Formoso chiuso in Castel S. Angelo. ¬† Come ricompensa logica la corona imperiale fu messa sulla testa di Arnolfo dallo stesso papa Formoso, durante una cerimonia che si svolse sulla gradinata di San Pietro in Vaticano. Il popolo romano dovette giurargli obbedienza con una formula arrivata fino a noi. ‚ÄúGiuro per tutti i divini misteri che senza pregiudizio del mio onore, della mia legge e della mia fedelt√† al Signore e Pontefice Formoso, in tutti i giorni della mia vita sono e sar√≤ fedele all’imperatore Arnolfo; che mai stringer√≤ alleanza con alcuno per venir meno alla fedelt√† a lui; che mai prester√≤ aiuto alcuno a Lamberto, figli di Ageltrude, o a sua madre perch√© ottengano cariche temporali; e che mai, per mezzo di intrighi o speciosi argomenti, consegner√≤ la citt√† di Roma a Lamberto o a sua madre Ageltrude o alla loro gente‚ÄĚ. Formoso morir√† in quello stesso anno e Arnolfo lo seguir√† dopo tre anni. Verr√† eletto papa Bonifacio VI (896) che regn√≤ solo dieci giorni. Alla sua morte il partito nazional-spoletino elesse subito un altro suo candidato: Stefano VI (896-897) che sconfess√≤ la politica di Formoso processandone il cadavere. Ma lo stesso papa fin√¨ in carcere e fu strangolato nell’agosto 897.

U. Broccoli, Roma, anno 891, sta in: Avvenimenti N. 91, pag.. 71, 18 aprile 1999, Roma.

[6][2] Per meglio comprendere questa ‚Äúdoppia elezione‚ÄĚ dobbiamo tener presente il particolare e difficile periodo che stava attraversando la Chiesa Romana.

La nobilt√† si arricch√¨ coi beni ecclesiastici, certi vescovati divennero Chiese autonome e gravi abusi si diffusero. L’espressione saeculum obscurum (di Cesare Baronio) allude alla decadenza della Chiesa e del papato sotto l’influsso strapotente di forze particolari e pu√≤ richiamarsi ai pontificati rapidamente susseguitisi in questa epoca (48 Papi tra l’880 e il 1046), e ai particolari fatti verificatisi.

Nel contempo non dobbiamo dimenticare che lo Stato della Chiesa e la rivendicazione universale del papato continuarono a sussistere e che alcuni Papi degni uscirono dalla cornice generale. Il papato, cui venne a mancare un forte protettore, divenne oggetto di disputa fra i gruppi romani di potere.

La vittima pi√Ļ illustre fu il papa Formoso (891-896), che incoron√≤ lo spoletano Lamberto, ma poi chiam√≤ in aiuto il re tedesco Arnolfo di Carinzia e lo incoron√≤ similmente imperatore.

Bonifacio VI (896). Regn√≤ solo dieci giorni, nel mese di aprile dell’896, colpito da podagra (podagra: nome oggi non pi√Ļ usato nel linguaggio medico per indicare la gotta dell’articolazione del piede).

¬†Sotto il suo successore, filo-spoletano, Stefano VI (896-897), si verific√≤ un macabro giudizio: il cadavere di Formoso vestito dei paramenti pontificali fu messo nella sala dove si svolgeva il processo, condannato per essersi trasferito dal vescovato suburbicario di Porto al seggio papale, e fu gettato nel Tevere. Nell’intenzione degli spoletani il suo pontificato doveva infatti essere considerato illegittimo. Un anno dopo, Stefano VI fu strangolato in carcere in seguito a una sollevazione popolare. Sta in supplemento a ‚ÄúFamiglia Cristiana‚ÄĚ n. 20 del 21/5/2000, Storia della Chiesa cattolica, Ed. San Paolo.

Romano (897) successore di Stefano VI, regn√≤ solo quattro mesi, tra l’agosto e il novembre dell’897. la sua fine √® avvolta nella leggenda: si dice che sia stato deposto e chiuso in un convento.

Teodoro II (897) regn√≤ solo venti giorni, nel dicembre dell’897. Nulla si sa della sua morte.

Giovanni IX (898-900) fu probabilmente un candidato del partito filogermanico e come tale riun√¨ un concilio a Roma per la riabilitazione definitiva di papa Formoso, nella primavera dell’898. ¬† Prima di tutto fu annullato il ‚Äúconcilio del cadavere‚ÄĚ e vennero dati alle fiamme tutti gli atti relativi: i vescovi di Albano, Porto, Velletri, Gallese, Orte e Tuscania implorarono il perdono, rivelando di essere stati costretti a presenziare a quel concilio sotto terribili minacce e furono pertanto perdonati. ¬† Invece il vescovo di Cere, Sergio, i preti Benedetto e Marino, nonch√© i diaconi Leone, Pasquale e Giovanni, promotori di tutta l’ignobile procedura, furono scomunicati ed esiliati. Furono inoltre reinsediati nelle loro funzioni tutti i vescovi, preti e chierici ordinati da Formoso.

-C. Rendina √Ę‚ā¨‚Äú I papi √Ę‚ā¨‚Äú storia e segreti , pp. 298, 306, Newton Compton Editori, Roma, ¬† 1983.

-M. Milani – Storia d’Italia √Ę‚ā¨‚Äú Feudalesimo l’et√† dell’anarchia, sta in: Storia Illustrata N. 246, ¬† pag. 80, maggio 1978, ¬† A. Mondadori Editore, Milano.

 

[8][1] Marengo. Frazione del comune di Alessandria a quattro chilometri dal capoluogo, fra il Po e l’Appennino.

[9][2] M.Milani √Ę‚ā¨‚ÄúStoria d’Italia a puntate, n. ¬į 5, Feudalesimo l’et√† dell’anarchia, pag 80. Sta in STORIA Illustrata , A. Mondadori Editore, Milano, ¬† n. 246, maggio 1978.

A Marengo, il 13 giugno del 1800, avvenne lo scontro fra l’esercito di Napoleone composto di circa 18000 uomini, contro l’esercito austriaco di oltre 30000 soldati.

Un ripiegamento delle truppe francesi sembrava dare la vittoria agli austriaci ma un contrattacco francese portò Napoleone alla vittoria.

[10][3] Alla fine del IX secolo l’Occidente cristiano fu sconvolto da una serie di violente invasioni che lo colpirono contemporaneamente da tre parti: da nord con la discesa dei navigatori normanni, da sud con le aggressioni musulmane, da est con i profondi sconfinamenti degli ungari. Queste incursioni che si protrassero fino all’inizio del nuovo millennio, rappresentarono un vero e proprio spartiacque tra la rinascenza carolingia e la ripresa del’XI secolo.

Le cronache dei contemporanei, pur nella loro scarsit√†, testimoniano ampiamente quale clima di disordine, di violenza e di paura pervadesse tutto il mondo cristiano all’irrompere dei nuovi saccheggiatori. L’obiettivo primario di quest’ultima ondata di invasioni fu una brutale quanto sistematica ricerca di bottino, da parte di un’aristocrazia guerriera, decisa ad impadronirsi dei tesori accumulati per secoli nell’Occidente cristiano.

Nel Mediterraneo, i saraceni, partendo dall’Africa settentrionale e dalla Spagna musulmana, dopo avere infestato per anni il mare e le coste con incursioni piratesche, costituirono, rispettivamente nell’870 e nell’880, due colonie in terraferma (la prima a Frassineto, nei pressi dell’odierna Saint-Tropez; la seconda alla foce del fiume Garigliano), avventurandosi con drammatica frequenza distruttiva molto all’interno nel territorio.

¬†Gli Ungari, popolo nomade di lingua ugrofinnica proveniente dalla steppa asiatica, comparvero in Europa all’improvviso, valicando i Carpazi e stanziandosi nelle pianure del Tibisco e del medio Danubio verso l’896. Non pi√Ļ nomadi nel vero senso del termine (da questo momento in poi ebbero infatti una sede fissa), questi guerrieri barbari si rovesciarono in orde verso occidente con sistematica frequenza per circa sessant’anni, con il solo scopo di saccheggiare e depredare, per poi ritornare alle loro terre carichi di bottino.

Erano, allora, uomini di statura molto bassa, di colorito olivastro, con gli occhi infossati e le guance coperte di cicatrici, i capelli cortissimi e le gambe storte tipiche delle genti dedite all’uso del cavallo. Il loro aspetto contribuiva ad aumentare il terrore nelle popolazioni vittime delle loro incursioni. Cose terribili venivano riferite sulla crudelt√† di questo popolo, sui suoi costumi, sull’abitudine di consumare crude le carni animali o di bere il sangue delle bestie e dei nemici uccisi.

Le tecniche di guerra e il tipo di armamento leggero di cui disponevano i nuovi invasori, risultarono determinanti per infliggere numerose sconfitte alle ben pi√Ļ organizzate formazioni militari occidentali.

¬†Abilissimi cavalieri, addestrati a fare uso di archi e frecce, di lancia e di spada, secondo tutte le necessit√†, gli ungari possedevano una cavalleria costituita da veri e propri ‚Äúcorpi tattici‚ÄĚ che rispondevano con una disciplina ferrea qualsiasi ordine del loro capo. Prima di ogni attacco tempestavano il nemico con una fittissima grandine di frecce, scompigliando le ordinate schiere della cavalleria feudale e investendole, immediatamente dopo, con la sorprendente mobilit√† dei loro cavalli. In breve tempo i magiari si costruirono la fama di guerrieri invincibili: maestri nelle fughe simulate, fingevano di scappare davanti agli avversari, per attirarli poi in qualche imboscata opportunamente predisposta.

Inferiori di fronte a mura fortificate, evitavano per lo pi√Ļ i castelli e le citt√† murate, come del resto gli eserciti organizzati; ma anche in situazioni non favorevoli alle loro tradizioni militari sapevano comportarsi con abilit√† e intelligenza tattica. Diventavano invece vulnerabili quando, dopo le razzie, ritornavano verso le loro terre d’origine trascinandosi dietro pesanti carri carichi di bottino e perdendo cos√¨ le loro proverbiali agilit√† e mobilit√†. Le incursioni avvenivano, inoltre, sempre dopo che alcuni esploratori, con rapide sortite, si erano procurati informazioni sulla natura e sulle vicissitudini politiche dei Paesi vicini: sapevano quindi abilmente approfittare dei vuoti di potere e dei momenti di crisi che si verificavano in tutti i territori confinanti.

[11][4] Marengo. Frazione del comune di Alessandria a quattro chilometri dal capoluogo, fra il Po e l’Appennino.

[12][5] M.Milani √Ę‚ā¨‚ÄúStoria d’Italia a puntate, n. ¬į 5, Feudalesimo l’et√† dell’anarchia, pag 80. Sta in STORIA Illustrata , A. Mondadori Editore, Milano, ¬† n. 246, maggio 1978.

A Marengo, il 13 giugno del 1800, avvenne lo scontro fra l’esercito di Napoleone composto di circa 18000 uomini, contro l’esercito austriaco di oltre 30000 soldati.

Un ripiegamento delle truppe francesi sembrava dare la vittoria agli austriaci ma un contrattacco francese portò Napoleone alla vittoria.

[13][6] Alla fine del IX secolo l’Occidente cristiano fu sconvolto da una serie di violente invasioni che lo colpirono contemporaneamente da tre parti: da nord con la discesa dei navigatori normanni, da sud con le aggressioni musulmane, da est con i profondi sconfinamenti degli ungari. Queste incursioni che si protrassero fino all’inizio del nuovo millennio, rappresentarono un vero e proprio spartiacque tra la rinascenza carolingia e la ripresa del’XI secolo.

Le cronache dei contemporanei, pur nella loro scarsit√†, testimoniano ampiamente quale clima di disordine, di violenza e di paura pervadesse tutto il mondo cristiano all’irrompere dei nuovi saccheggiatori. L’obiettivo primario di quest’ultima ondata di invasioni fu una brutale quanto sistematica ricerca di bottino, da parte di un’aristocrazia guerriera, decisa ad impadronirsi dei tesori accumulati per secoli nell’Occidente cristiano.

Nel Mediterraneo, i saraceni, partendo dall’Africa settentrionale e dalla Spagna musulmana, dopo avere infestato per anni il mare e le coste con incursioni piratesche, costituirono, rispettivamente nell’870 e nell’880, due colonie in terraferma (la prima a Frassineto, nei pressi dell’odierna Saint-Tropez; la seconda alla foce del fiume Garigliano), avventurandosi con drammatica frequenza distruttiva molto all’interno nel territorio.

¬†Gli Ungari, popolo nomade di lingua ugrofinnica proveniente dalla steppa asiatica, comparvero in Europa all’improvviso, valicando i Carpazi e stanziandosi nelle pianure del Tibisco e del medio Danubio verso l’896. Non pi√Ļ nomadi nel vero senso del termine (da questo momento in poi ebbero infatti una sede fissa), questi guerrieri barbari si rovesciarono in orde verso occidente con sistematica frequenza per circa sessant’anni, con il solo scopo di saccheggiare e depredare, per poi ritornare alle loro terre carichi di bottino.

Erano, allora, uomini di statura molto bassa, di colorito olivastro, con gli occhi infossati e le guance coperte di cicatrici, i capelli cortissimi e le gambe storte tipiche delle genti dedite all’uso del cavallo. Il loro aspetto contribuiva ad aumentare il terrore nelle popolazioni vittime delle loro incursioni. Cose terribili venivano riferite sulla crudelt√† di questo popolo, sui suoi costumi, sull’abitudine di consumare crude le carni animali o di bere il sangue delle bestie e dei nemici uccisi.

Le tecniche di guerra e il tipo di armamento leggero di cui disponevano i nuovi invasori, risultarono determinanti per infliggere numerose sconfitte alle ben pi√Ļ organizzate formazioni militari occidentali.

¬†Abilissimi cavalieri, addestrati a fare uso di archi e frecce, di lancia e di spada, secondo tutte le necessit√†, gli ungari possedevano una cavalleria costituita da veri e propri ‚Äúcorpi tattici‚ÄĚ che rispondevano con una disciplina ferrea qualsiasi ordine del loro capo. Prima di ogni attacco tempestavano il nemico con una fittissima grandine di frecce, scompigliando le ordinate schiere della cavalleria feudale e investendole, immediatamente dopo, con la sorprendente mobilit√† dei loro cavalli. In breve tempo i magiari si costruirono la fama di guerrieri invincibili: maestri nelle fughe simulate, fingevano di scappare davanti agli avversari, per attirarli poi in qualche imboscata opportunamente predisposta.

Inferiori di fronte a mura fortificate, evitavano per lo pi√Ļ i castelli e le citt√† murate, come del resto gli eserciti organizzati; ma anche in situazioni non favorevoli alle loro tradizioni militari sapevano comportarsi con abilit√† e intelligenza tattica. Diventavano invece vulnerabili quando, dopo le razzie, ritornavano verso le loro terre d’origine trascinandosi dietro pesanti carri carichi di bottino e perdendo cos√¨ le loro proverbiali agilit√† e mobilit√†. Le incursioni avvenivano, inoltre, sempre dopo che alcuni esploratori, con rapide sortite, si erano procurati informazioni sulla natura e sulle vicissitudini politiche dei Paesi vicini: sapevano quindi abilmente approfittare dei vuoti di potere e dei momenti di crisi che si verificavano in tutti i territori confinanti.

[14][1] -Moro P. Le incursioni degli Ungari in Italia   -Il ciclone magiaro,pp. 32e 33.sta in STORIA e Dossier , Anno VII , N. 66, Milano,Ottobre 1992.

[15][2]- P. Brezzi. STORIA D’ITALIA √Ę‚ā¨‚ÄúDalla civilt√† latina alla nostra repubblica , Vol. III, pag. 40√Ę‚ā¨‚ÄúDall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara, 1980.

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