Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

STORIA: Berta e l’arcivescovo di Ravenna (9)

2 Giugno 2010

di Vincenzo Moneta
-TRATTATIVE PER L’INCORONAZIONE DI
BERENGARIO E CROCIATA CONTRO I SARACENI

Anni 906 – 907

Nelle trattative per l’incoronazione imperiale di Berengario la maggiore opposizione viene da Lucca: Il nuovo imperatore può minacciare   il predominio che
Adalberto e Berta esercitano su Roma –

I marchesi di Toscana e di Spoleto   bloccano i Passi fra la valle del Po e l’Italia Centrale.

                                                                                                            – –                              

 Per un decennio, finalmente, Berengario poté regnare in relativa sicurezza. Dopo essersi vendicato di chi collaborò con Ludovico III, si preoccupò di mantenersi in buona armonia con vescovi e vassalli, abbondando in concessioni agli uni e agli altri e si mantenne sempre all’erta ad Oriente, contro la minaccia degli Ungari, la furia dei quali non poteva dimenticare. Infatti essi stavano invadendo e attaccando l’intera Europa.

Particolare attenzione Berengario rivolse a Roma, perché meditava di aggiungere alla corona d’Italia quella dell’Impero.

L’opposizione a Berengario non si spinse fino ad una aperta ribellione, si andò gradatamente sviluppando a mano a mano che acquistavano certezza le aspirazioni berengariane alla corona imperiale, aspirazioni che potevano minacciare il predominio che in quel momento Adalberto e Berta esercitavano su Roma.

Ludovico III aveva infranto le prime aspettative della corte Toscana, ma la sua “disavventura” si era risolta a favore di Ugo. I rapporti con Berengario non furono mai cordiali, ma sempre improntati a reciproco timore e diffidenza. Quando si intavolarono le trattative per l’incoronazione imperiale di Berengario, la maggior opposizione venne   proprio da Lucca.

Il marchese Adalberto II fece occupare militarmente il Passo di Monte Bardone ad impedire il passaggio di Re Berengario diretto a Roma per essere incoronato imperatore. I marchesi di Toscana temevano che l’elezione di Berengario portasse ad una limitazione dell’autonomia della marca Toscana.

Berta fiancheggiò il marito nella lotta contro Berengario mantenendo contatti con le altre donne altolocate e con i personaggi più influenti dell’epoca.


 Cercò a Ravenna, nella persona del vescovo Giovanni, informazioni sugli spostamenti di re Berengario, probabilmente per prevenirne le mosse.

Di tutto questo abbiamo notizia in alcune lettere contenute nel “Rotolo opistografo [1]Pio di Savoia” che raccoglie otto lettere.

Dalla quarta lettera veniamo a sapere che vi era stato un forte urto   tra l’arcivescovo Giovanni di Ravenna, il futuro papa Giovanni X e Berta di Toscana, superato tramite i buoni uffici di un vescovo Leone.

Nella lettera diretta a Berta, il vescovo Giovanni la informa delle consultazioni che stanno avvenendo nel territorio ravennate, fra i potentati locali e i messaggeri del marchese Alberico di Spoleto (marito di Marozia), aventi probabilmente lo scopo di   preparare il viaggio a   Roma di re Berengario, che in quel momento si trova a Verona[2].


ROMA – MARZO 914: ELEVAZIONE AL SOGLIO PONTIFICIO DI GIOVANNI X

915 – CROCIATA CONTRO I SARACENI[3]

 

Giovanni da Tossignano, nato verso l’860 vicino a Imola, fu nominato da papa Sergio III vescovo di Bologna e, in seguito, ottenne l’arcivescovato di Ravenna, che resse per nove anni, dal luglio 905 al marzo del 914, quando fu eletto papa col nome di Giovanni X[4]. Uomo di grande coraggio, dignità e fermezza, egli godeva i favori di Teodora, moglie di Teofilatto e madre di Marozia.

Una volta pontefice dette prova di vasta concezione politica, promovendo una vera e propria crociata contro i Saraceni che dalle loro basi sul Garigliano[5] e in Sabina seminavano da anni distruzione e terrore nelle campagne romane. Il suo   scopo era militare e politico insieme: si trattava di spazzar via i Saraceni, certo, ma di restaurare anche, il crollante prestigio della Chiesa di Roma.

Con un prodigioso quanto fortunato lavorio diplomatico, il papa riuscì a riunire sotto un’unica alleanza i principi dell’Italia Meridionale (Pandolfo e Landolfo di Capua-Benevento, Guaimaro di Salerno, Gregorio duca di Napoli, Giovanni di Gaeta e altri), i grandi feudatari di Berengario, l’imperatore bizantino, Teofilatto, detentore del potere in   Roma, e   alcune città dell’Italia centrale.

I duchi di Gaeta e Napoli furono convinti a rompere gli accordi commerciali con gli “infedeli” con la concessione del sempre prestigioso titolo di patricius, e con la cessione di alcuni territori.

A capo della spedizione si mise personalmente il Pontefice.

 Alla distruzione  dell’insediamento saraceno sul Garigliano parteciparono di persona, oltre al pontefice,   Alberico di Spoleto, marito di Marozia e genero di Teofilatto, e il patrizio bizantino Nicolò Picingli, insieme alle forze campane e italiche.

.I Saraceni, cacciati dalla Sabina e dalla Campania, si erano rifugiati, in un estremo tentativo di resistenza, presso il Garigliano dove, nel giugno 915, fu posto l’assedio del loro accampamento. Bloccati anche per mare dalla flotta bizantina, gli assediati, costretti dalla fame, dopo tre mesi tentarono un sortita, ma vennero definitivamente sbaragliati e le loro basi distrutte per sempre (agosto 915).

 

La vittoriosa spedizione antisaracena di Giovanni X al Garigliano ebbe una conseguenza indiretta quasi imprevedibile, cioè l’assunzione di re Berengario alla carica di imperatore, benché egli non avesse contribuito in maniera decisiva al successo, né si fosse acquistato particolari benemerenze negli ultimi anni.

 Si può ritenere che sia stato piuttosto il gioco delle forze contrapposte a spingere il papa a compiere quel gesto, a bilanciare (come era solito fare la Chiesa romana) un’influenza vicina, quella degli aristocratici locali e degli Spoletini, con un’altra autorità, più alta ma meno pesante e più lontana.Ciò consentiva una   più ampia possibilità   di manovra politica alla Santa Sede.

 

I CRONISTI DELL’EPOCA COSI’ DESCRIVONO

LA BATTAGLIA DEL GARIGLIANO  

 

 “…Giovanni si mise dunque d’accordo con il marchese Alberico (di Spoleto) intorno ai Saraceni. In quel tempo Achiprando uscì da Rieti, e molti longobardi   e abitanti della Sabina si prepararono alla battaglia contro i Saraceni, non lontano da una città dalle mura consunte dalla vecchiaia: Tribulona [oggi Monteleone] a sud di Rieti. E come si venne a battaglia, per l’intercessione del beato apostolo Pietro, i Saraceni vennero uccisi. Un’altra battaglia si fece tra quelli di Nepi e di Sutri contro i Saraceni sul campo di Baccano, e molti Saraceni sono trucidati o feriti. I Saraceni che erano nelle zone di Narni, di Orte e di Ciculi si prepararono portandosi sul fiume Garigliano, per vie che perfettamente conoscevano. Il cuore di Giovanni X papa era pieno d’ansia, e con il glorioso marchese Alberico, radunato che ebbero l’esercito, vennero in ostilità sul fiume Garigliano; e Alberico il marchese si comportò tra i Saraceni al pari di un leone. I Beneventani, udito della battaglia, uscirono da Benevento e si portarono alla torre sul Garigliano, e combatterono una grande battaglia; e i Saraceni vennero umiliati di fronte ai romani. E vincitori risultarono Giovanni X papa e il marchese Alberico, che fu accolto con onore dal popolo romano”.

 Dal Chronicon di Benedetto, monaco di S. Andrea del Soratte[6].

“Come dunque già i Saraceni soffrivano molto per la fame, né in alcun modo, con nessun stratagemma speravano di poter sfuggire alle nostre mani, vedendo con gli occhi ormai prossimi alla morte, presero dunque consiglio, e mossero in massa verso il campo di Gregorio (duca di Napoli) e di Giovanni (Giovanni Ipato di Gaeta) ma vengono assaliti e sotto tale impeto nuovamente fuggono, e si disperdono per le montagne e le selve vicine.

Ed inseguendoli i nostri, di essi a malapena pochissimi riuscirono a salvarsi di tanta moltitudine, e i nostri molti uccisero, con l’aiuto e la misericordia di Dio, e il loro nido da queste parti fu tolto di mezzo”.

 

 Dal Chronicon di Leone Marsicano[7]

 

 

“…frattanto, dopo che Giovanni era stato eletto papa, come ho detto, un tal Landolfo, uomo prode e capace di guerra, che andava per la maggiore tra quelli di Capua e di Benevento, visto che i Saraceni minacciavano terribilmente lo Stato, venne tal Landolfo consultato sul da farsi per fronteggiarli dal Papa.

Quando gli fu posta la questione, quel principe in questo modo, attraverso alcuni messi, replicò al papa:

“ O padre spirituale, bisogna pensare davvero a questa faccenda. Prendi contatto con l’imperatore di Costantinopoli, di cui i Saraceni non cessano di devastare le terre al di qua dal mare; invita anche quelli di Camerino e di Spoleto, che vengano in nostro aiuto; e con il soccorso di Dio animosamente cominciamo la guerra contro di essi. Se vinceremo, la vittoria sarà stata dovuta non al nostro numero,   ma a Dio. Se avremo perso, e vinceranno i Saraceni, imputeremo l’accaduto ai nostri peccati, e non alla nostra incapacità”.

Udita che ebbe tale risposta, il papa mandò subito alcuni messi a Costantinopoli, e supplicò l’imperatore di mandargli qualche aiuto; l’imperatore, santissimo e timorato di Dio, per via di mare gli mandò subito dei reparti.

Quando imboccarono il Garigliano, mossero ad incontrarli papa Giovanni e Landolfo, potentissimo signore dei Beneventani, e quelli di Spoleto e di Camerino.

Cominciò allora una terribile battaglia; e quando i Saraceni videro che i cristiani avevano la meglio, si rifugiarono in cima al monte Garigliano disponendosi a difenderne ogni accesso. Nello stesso giorno i Bizantini misero il campo nella parte in cui era più erta la salita al monte, e nel posto che sembrava il più adatto a una ritirata dei Saraceni. Da quella posizione, essi ostacolarono la fuga dei nemici, e assalendoli senza tregua, moltissimi ne uccisero. Ogni giorno Greci e Latini così combattevano, e per grazia di Dio nemmeno un saraceno vi fu che non fosse passato a fil di spada, o catturato vivo. In quella guerra, alcuni uomini di particolare fede e pietà, videro comparire i Santi Apostoli Pietro e Paolo; e noi siamo persuasi che fu per le loro preghiere che i Cristiani ottennero che i Saraceni fuggissero…”        

Da “La restituzione” di Liutprando di Cremona[8]


[1] Rotolo opistografo di Antonio Pio di Savoia (Opistografo: detto di codice, di papiro scritto su entrambe le facciate) . S. Loewenfeld, Acht Briefe aus der Zeit Konig Berengars gedruckt und erlaütert, principe Antonio Pio di Savoia, in Neues Archiv, IX [1833], pp. 515-539.  

[2] L’arcivescovo di Ravenna è autore di sei delle otto lettere contenute nel rotolo opistografo Pio di Savoia (la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, l’ottava) e non sembra che agisse di propria iniziativa, ma, che almeno in una determinata fase, facesse da tramite fra Berengario e papa Sergio III, autore della settima lettera.

Nell’ottava lettera di Giovanni di Ravenna, che accompagnava quella del papa, diretta al vescovo di Pola, l’andata a Roma di Berengario è prospettata come cosa del tutto certa e vicina, e non più subordinata a condizioni di sorta (“sapiatis certissime quia Berengarius rex Romam vadit et nos cum illo”: Loewen-feld, p. 539). Solo la morte di Sergio III (911) può avere mandato a monte il progetto.

Dalla quarta lettera si può però desumere che già qualche anno prima (906-907?) Berengario era stato sul punto di partire per Roma. In questa lettera, Giovanni di Ravenna informa la marchesa Berta di Toscana, dopo un’allusione ai passati dissapori fra di loro, dei movimenti in territorio ravennate di due messi del marchese Alberico di Spoleto, che apparivano in contrasto con gli interessi dei marchesi Toscani; non appena i due messi sarebbero stati di ritorno a Ravenna il vescovo Giovanni avrebbe scritto di nuovo a Berta per informarla di ciò che era venuto a sapere. Alcuni nobili fedeli a Berengario e ad Alberico di Spoleto stavano tramando qualcosa che Giovanni cercava di scoprire per poterne poi informare i marchesi di Toscana.

Berengario si preparava nel frattempo a lasciare Verona, per dirigersi a Roma, e il vescovo Giovanni riteneva di dover mettere Berta sull’avviso. Si può quindi desumere che Giovanni si stava riavvicinando a Berta ed Adalberto dopo un periodo in cui fra di loro i rapporti erano stati cattivi. (Più tardi, divenuto papa, Giovanni X, sarà ucciso da Guido, figlio di Berta ed Adalberto, spinto dalla consorte Marozia).Nella terza lettera, indirizzata alla figlia di Berengario, monaca e più tardi

badessa del monastero di S.Giulia in Brescia, Giovanni lasciò cadere l’indiscrezione sul previsto viaggio di Berengario a Roma, accennando ad un movimento delle truppe di Adalberto di Toscana e di Alberico di Spoleto fra Lucca e Parma, dove c’era un esercito.   In un’altra lettera, l’arcivescovo Giovanni informa una persona vicino a Berengario degli appostamenti militari, che sembrerebbero rivolti verso di lui, dei marchesi di Toscana e di Spoleto, in un punto nevralgico della strada che da Pavia, attraverso il passo di Monte Bardone (l’attuale Cisa), portava a Lucca e a Roma.Dalle altre lettere, una diretta a Berengario stesso, si può desumere l’inserimento nel gioco politico del re, che gli avrebbe valso la corona imperiale. Treccani, G.Berengario Dizionario Biografico degli Italiani – Istituto dell’Enciclopedia Italiana- Roma, pag. 22, vol. 9 (coll. 920.045).

[3] P. Brezzi, Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, Vol. III, pag. 45–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara , 1980.

[4] C. Rendina – I PAPI storia e segreti – pp.314,315, Newton Compton editori, 1983, Roma.

[5] Dalla loro base del Garigliano sferravano attacchi in tutto il Meridione e nello Stato della chiesa, incrociando lungo la costa adriatica bande di ungari della Pannonia e di Slavi della Dalmazia.

Le loro incursioni si spingevano spesso nell’entroterra per   razziare l’oro dei santuari e catturare uomini e donne, che rivendevano poi come schiavi.

I Saraceni non risparmiarono neppure Roma: nell’846 dopo aver risalito il Tevere, attaccarono la città e la sacchgiarono. Tre anni dopo assalirono la costa spezzina.

[6]Benedetto Del Monte Soratte, Chronicon, in “Fonti per la storia d’Italia, a cura di G. Zucchetti, Roma, 1920, pag. 157,     sta in:   Storia – A. Mondadori Editore Milano, N. 246, maggio 1978, pag. 87.

[7] Sta in   Storia – A. Mondadori Editore Milano – N. 246 – maggio 1978, pag. 87.

[8] Sta in Storia – A. Mondadori Editore Milano,   N. 246,maggio 1978,pag. 87.

Vincenzo Moneta
Via G.B. Giorgini, 195/B – San Vito
55100 – Lucca – cell. 3737144575 – 0583999358
www.vincenzomoneta.com
http://www.youtube.com/VMoneta
www.videoraccontidiviaggio.itURL: http://www.youtube.com/VMoneta  
www.videoraccontidiviaggio.it   BERTA IN INTERNET  
http://www.italiamedievale.org/sito_acim/contributi/berta.html
www.italiamedievale.org/sito_acim/contributi/berta2.html – 27k –
 [ Altri risultati in www.italiamedievale.org ]
Berta, Berta di Toscana.Brani tratti dal libro inedito “Berta di Toscana e il suo …
www.medioevo.com/index.php?      
   


Letto 2646 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart