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STORIA: Berta: I pretendenti alla corona italica(6)

19 Marzo 2010

di Vincenzo Moneta

Tentativo di accordo fra Adalberto II e Berengario
contro Arnolfo di Carinzia e Lamberto di Spoleto

A questa seconda calata di Arnolfo, il giovane imperatore Lamberto sembrò assistere passivamente e si eclissò senza combattere.

Adalberto cercò intese con Berengario che, dopo essersi messo al seguito di Arnolfo, se ne era precipitosamente allontanato temendo per la propria vita.

L’accordo Adalberto-Berengario doveva essere diretto sia contro Arnolfo sia contro Lamberto, ma la ritirata di Arnolfo e la ricomparsa di Lamberto lo fecero sfumare.

ROMA ANNO 898

Doppia elezione a Roma: Giovanni IX di Tivoli, Sergio III
Sergio III in esilio a Lucca alla corte di Adalberto e di Berta

Sergio III, vescovo di Cere fu eletto papa in contrapposizione     a Giovanni IX, figlio di Rampoaldo di Tivoli. Fu riconosciuta valida la consacrazione di quest’ultimo, appoggiato dall’imperatore Lamberto e Sergio venne scomunicato ed esiliato a Lucca, dove fu ospite alla corte di Adalberto II e di Berta.

Il riavvicinamento tra Adalberto e l’imperatore Lamberto fu di breve durata. Adalberto, riconciliatosi nella primavera dell’897, già nell’agosto dell’898 si ribellò apertamente, fiancheggiato dal conte Ildebrando.

La sua ribellione fu messa in relazione con gli avvenimenti romani, cioè l’elezione a papa di Giovanni IX (papa dal gennaio 898+900)[1].

Luglio 898 – ADALBERTO II CONTRO LAMBERTO
Il diciannovenne imperatore Lamberto sventa a sorpresa un tentativo di colpo di stato ordito da Adalberto II.

Il marchese Adalberto II, affiancato dal conte Ildebrando, mosse dalla Toscana, attraversò il passo di Monte Bardone (l’attuale Cisa) e marciò con le sue truppe alla volta di Piacenza, con l’evidente proposito di tentare un colpo di forza su Pavia .

Accampatosi a Borgo S. Donnino (Fidenza), nella notte fu colto di sorpresa da Lamberto, che aveva saputo del suo arrivo mentre era a caccia nei boschi di Marengo e, seguito appena da un centinaio di cavalieri, si era precipitato contro il nemico, facendone strage.

Ildebrando si salvò con la fuga, ma Adalberto II fu catturato nella stalla dove aveva cercato di nascondersi fra le mucche, fu preso prigioniero e portato a Pavia per essere giudicato[2]. Immagini Pavia… (non sono riprodotte)

Il “sogno” di Ageltrude di Benevento   si infrange contro   il “destino”: il figlio Lamberto muore il 15 ottobre 898

Lamberto sembrava padrone incontrastato d’Italia: ma morì, improvvisamente, durante una partita di caccia   (qualcuno parlò di omicidio per vendetta) nella foresta di Marengo.[3]

“Una caduta da cavallo infranse d’un colpo tutte le speranze d’Italia. Il cavaliere più bello e più eroico del suo tempo spirò sul campo che novecento anni dopo una grande battaglia avrebbe reso famoso”[4].

Informato della morte di Lamberto, Berengario uscì subito da Verona e piombò su Pavia, dove ottenne l’ossequio di tutti i grandi del regno, Adalberto di Toscana compreso.

 L’improvvisa morte di Lamberto e la prontezza con cui Berengario si insediò in Pavia furono avvenimenti che ridiedero la libertà ad Adalberto II, salvandogli la vita.

Il marchese del Friuli si accinse finalmente a esercitare quel potere a cui anelava da anni, quando dovette far fronte all’inizio di una catastrofe che si abbatté sull’Italia: l’invasione degli Ungari[5] .

899
GLI UNGARI INVADONO L’ITALIA
SCONFITTA DI BERENGARIO I AL BRENTA

5 – Gli Ungari

L’Italia fu esposta alle invasioni ungare dall’899 al 954, subendone due di particolare intensità e durata, nell’899-900 e nel 924. Poi, nel 937, la penisola divenne la meta finale della più vasta e lunga incursione che gli ungari condussero nella loro storia e che li portò ad attraversare la maggior parte delle regioni europee.

Nella prima incursione, quella dell’899, devastando e razziando, erano giunti fin sotto le mura di Pavia.

Alle bande magiare si oppose il marchese Berengario del Friuli, che da meno di un anno era rimasto senza antagonisti nella lotta per la corona d’Italia.

Raccolto nell’Italia centrale un esercito formato probabilmente da 25.000 uomini, superiore di ben tre volte alla forza ungara, Berengario si pose all’inseguimento degli invasori che, temendo di essere presi alle spalle, si ritirarono precipitosamente verso l’Adda, attraversandolo con tanta foga e confusione che molti di loro morirono annegati.

L’inseguimento continuò fino a Verona, dove la retroguardia ungara e l’avanguardia italica ebbero un primo contatto che non si tradusse, però, in una vera e propria battaglia.

Lo scontro decisivo, che si svolse sul fiume Brenta il 24 settembre 899, si risolse in una terribile carneficina per gli italici, colti di sorpresa da un improvviso attacco ungaro.

A conclusione del suo racconto della battaglia del Brenta, Liutprando scrisse che, da allora in poi, ci si ridusse ad attendere la venuta degli Ungari al riparo di munitissimi loci (Liutprando Antapodosis, lib. II, cap. 5, p. 39 e cap. 43, p.57).

Il cronista mette in evidenza un aspetto essenziale della storia di questo periodo: la rinuncia a combattere in campo aperto. Nessuno poté dirsi al sicuro da quel momento in poi se non in munitissime fortificazioni.

Senza più incontrare alcuna resistenza, le bande ungare saccheggiarono nei mesi successivi tutta l’Italia settentrionale, non risparmiando neppure la Valle d’Aosta.

Fu tentato anche un attacco contro Venezia: con una flotta improvvisata i magiari si avventurarono nella laguna, dove vennero affrontati e sbaragliati dalle ben più agguerrite navi del doge Pietro Tribuno.

Fra le maggiori devastazioni compiute dagli ungari in quei mesi, vi fu la distruzione del monastero di Nonantola, uno dei più antichi e famosi dell’Italia settentrionale. Il luogo sacro fu assalito di sorpresa e solo l’abate Leopardo e pochi monaci riuscirono a fuggire; tutti gli altri furono uccisi e l’edificio incendiato, insieme a un inestimabile patrimonio, composto dai codici conservati nella biblioteca. Dopo una nuova e breve incursione nel 904, Berengario concluse con gli ungari una tregua, pagata a caro prezzo, ma che questi osservarono scrupolosamente per circa vent’anni.

Il ricordo del biennio 899-900 manteneva comunque tutto il Paese in uno stato di tale apprensione da spingere molte autorità locali a predisporre fortificazioni nei luoghi più esposti. Dovunque sorsero castelli, più o meno tollerati dal potere regio che, incapace di garantire la protezione delle popolazioni, dovette approvare, spesso a cose fatte, vere e proprie usurpazioni dei suoi diritti feudali. La paura di nuovi saccheggi divenne quindi, indirettamente, uno strumento nelle mani dei signori locali per affermare i propri poteri.

L’invasione ungara interessò anche il territorio lucchese: nei primi anni del secolo IX arrivarono fino al paese di S. Pietro a Vico e lo distrussero[6].

Alla fine dell’899 morì   Arnolfo di Carinzia[7]. La vecchia basilica romana di S. Giovanni in Laterano che   crollò in quegli anni, rappresentò compiutamente la   metafora della fine di un’epoca.
_______________________


[1] Per meglio comprendere questa “doppia elezione” dobbiamo tener presente il particolare e difficile periodo che stava attraversando la Chiesa Romana.
La nobiltà si arricchì coi beni ecclesiastici, certi vescovati divennero Chiese autonome e gravi abusi si diffusero. L’espressione saeculum obscurum (di Cesare Baronio) allude alla decadenza della Chiesa e del papato sotto l’influsso strapotente di forze particolari e può richiamarsi ai pontificati rapidamente susseguitisi in questa epoca (48 Papi tra l’880 e il 1046), e ai particolari fatti verificatisi.
Nel contempo non dobbiamo dimenticare che lo Stato della Chiesa e la rivendicazione universale del papato continuarono a sussistere e che alcuni Papi degni uscirono dalla cornice generale. Il papato, cui venne a mancare un forte protettore, divenne oggetto di disputa fra i gruppi romani di potere.
La vittima più illustre fu il papa Formoso (891-896), che incoronò lo spoletano Lamberto, ma poi chiamò in aiuto il re tedesco Arnolfo di Carinzia e lo incoronò similmente imperatore.
Bonifacio VI (896). Regnò solo dieci giorni, nel mese di aprile dell’896, colpito da podagra (podagra: nome oggi non più usato nel linguaggio medico per indicare la gotta dell’articolazione del piede).
 Sotto il suo successore, filo-spoletano, Stefano VI (896-897), si verificò un macabro giudizio: il cadavere di Formoso vestito dei paramenti pontificali fu messo nella sala dove si svolgeva il processo, condannato per essersi trasferito dal vescovato suburbicario di Porto al seggio papale, e fu gettato nel Tevere. Nell’intenzione degli spoletani il suo pontificato doveva infatti essere considerato illegittimo. Un anno dopo, Stefano VI fu strangolato in carcere in seguito a una sollevazione popolare. Sta in supplemento a “Famiglia Cristiana” n. 20 del 21/5/2000, Storia della Chiesa cattolica, Ed. San Paolo.
Romano (897) successore di Stefano VI, regnò solo quattro mesi, tra l’agosto e il novembre dell’897. la sua fine è avvolta nella leggenda: si dice che sia stato deposto e chiuso in un convento.
Teodoro II (897) regnò solo venti giorni, nel dicembre dell’897. Nulla si sa della sua morte.
Giovanni IX (898-900) fu probabilmente un candidato del partito filogermanico e come tale riunì un concilio a Roma per la riabilitazione definitiva di papa Formoso, nella primavera dell’898.   Prima di tutto fu annullato il “concilio del cadavere” e vennero dati alle fiamme tutti gli atti relativi: i vescovi di Albano, Porto, Velletri, Gallese, Orte e Tuscania implorarono il perdono, rivelando di essere stati costretti a presenziare a quel concilio sotto terribili minacce e furono pertanto perdonati.   Invece il vescovo di Cere, Sergio, i preti Benedetto e Marino, nonché i diaconi Leone, Pasquale e Giovanni, promotori di tutta l’ignobile procedura, furono scomunicati ed esiliati. Furono inoltre reinsediati nelle loro funzioni tutti i vescovi, preti e chierici ordinati da Formoso.

-C. Rendina – I papi – storia e segreti , pp. 298, 306, Newton Compton Editori, Roma,   1983.
-M. Milani – Storia d’Italia – Feudalesimo l’età dell’anarchia, sta in: Storia Illustrata N. 246,   pag. 80, maggio 1978,   A. Mondadori Editore, Milano.

 

[3] Marengo. Frazione del comune di Alessandria a quattro chilometri dal capoluogo, fra il Po e l’Appennino.

[4] M.Milani –Storia d’Italia a puntate, n. ° 5, Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag 80. Sta in STORIA Illustrata , A. Mondadori Editore, Milano,   n. 246, maggio 1978.
A Marengo, il 13 giugno del 1800, avvenne lo scontro fra l’esercito di Napoleone composto di circa 18000 uomini, contro l’esercito austriaco di oltre 30000 soldati.
Un ripiegamento delle truppe francesi sembrava dare la vittoria agli austriaci ma un contrattacco francese portò Napoleone alla vittoria.

[5] Alla fine del IX secolo l’Occidente cristiano fu sconvolto da una serie di violente invasioni che lo colpirono contemporaneamente da tre parti: da nord con la discesa dei navigatori normanni, da sud con le aggressioni musulmane, da est con i profondi sconfinamenti degli ungari. Queste incursioni che si protrassero fino all’inizio del nuovo millennio, rappresentarono un vero e proprio spartiacque tra la rinascenza carolingia e la ripresa del’XI secolo.
Le cronache dei contemporanei, pur nella loro scarsità, testimoniano ampiamente quale clima di disordine, di violenza e di paura pervadesse tutto il mondo cristiano all’irrompere dei nuovi saccheggiatori. L’obiettivo primario di quest’ultima ondata di invasioni fu una brutale quanto sistematica ricerca di bottino, da parte di un’aristocrazia guerriera, decisa ad impadronirsi dei tesori accumulati per secoli nell’Occidente cristiano.
Nel Mediterraneo, i saraceni, partendo dall’Africa settentrionale e dalla Spagna musulmana, dopo avere infestato per anni il mare e le coste con incursioni piratesche, costituirono, rispettivamente nell’870 e nell’880, due colonie in terraferma (la prima a Frassineto, nei pressi dell’odierna Saint-Tropez; la seconda alla foce del fiume Garigliano), avventurandosi con drammatica frequenza distruttiva molto all’interno nel territorio.
 Gli Ungari, popolo nomade di lingua ugrofinnica proveniente dalla steppa asiatica, comparvero in Europa all’improvviso, valicando i Carpazi e stanziandosi nelle pianure del Tibisco e del medio Danubio verso l’896. Non più nomadi nel vero senso del termine (da questo momento in poi ebbero infatti una sede fissa), questi guerrieri barbari si rovesciarono in orde verso occidente con sistematica frequenza per circa sessant’anni, con il solo scopo di saccheggiare e depredare, per poi ritornare alle loro terre carichi di bottino.
Erano, allora, uomini di statura molto bassa, di colorito olivastro, con gli occhi infossati e le guance coperte di cicatrici, i capelli cortissimi e le gambe storte tipiche delle genti dedite all’uso del cavallo. Il loro aspetto contribuiva ad aumentare il terrore nelle popolazioni vittime delle loro incursioni. Cose terribili venivano riferite sulla crudeltà di questo popolo, sui suoi costumi, sull’abitudine di consumare crude le carni animali o di bere il sangue delle bestie e dei nemici uccisi.
Le tecniche di guerra e il tipo di armamento leggero di cui disponevano i nuovi invasori, risultarono determinanti per infliggere numerose sconfitte alle ben più organizzate formazioni militari occidentali.
 Abilissimi cavalieri, addestrati a fare uso di archi e frecce, di lancia e di spada, secondo tutte le necessità, gli ungari possedevano una cavalleria costituita da veri e propri “corpi tattici” che rispondevano con una disciplina ferrea qualsiasi ordine del loro capo. Prima di ogni attacco tempestavano il nemico con una fittissima grandine di frecce, scompigliando le ordinate schiere della cavalleria feudale e investendole, immediatamente dopo, con la sorprendente mobilità dei loro cavalli. In breve tempo i magiari si costruirono la fama di guerrieri invincibili: maestri nelle fughe simulate, fingevano di scappare davanti agli avversari, per attirarli poi in qualche imboscata opportunamente predisposta.
Inferiori di fronte a mura fortificate, evitavano per lo più i castelli e le città murate, come del resto gli eserciti organizzati; ma anche in situazioni non favorevoli alle loro tradizioni militari sapevano comportarsi con abilità e intelligenza tattica. Diventavano invece vulnerabili quando, dopo le razzie, ritornavano verso le loro terre d’origine trascinandosi dietro pesanti carri carichi di bottino e perdendo così le loro proverbiali agilità e mobilità. Le incursioni avvenivano, inoltre, sempre dopo che alcuni esploratori, con rapide sortite, si erano procurati informazioni sulla natura e sulle vicissitudini politiche dei Paesi vicini: sapevano quindi abilmente approfittare dei vuoti di potere e dei momenti di crisi che si verificavano in tutti i territori confinanti.

[6] -Moro P. Le incursioni degli Ungari in Italia   -Il ciclone magiaro,pp. 32e 33.sta in STORIA e Dossier , Anno VII , N. 66, Milano,Ottobre 1992.

[7]– P. Brezzi. STORIA D’ITALIA –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica , Vol. III, pag. 40–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara, 1980.

Vincenzo Moneta
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