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STORIA: Eredità politica di Berta di Toscana (10)

10 Giugno 2010

di Vincenzo Moneta
Il potere di Ermengarda, figlia di Berta.
Astuzie e lusinghe verso Rodolfo di Borgogna

Secondo le cronache …

In questo tempo veniva a morte Adalberto, marchese d’Ivrea, e la consorte Ermengarda, figlia del potentissimo marchese Adalberto di Toscana e di Berta, si trovò ad essere padrona di tutt’Italia. La causa della potenza di lei va ricercata nel fatto (cosa turpissima a dirsi), che essa faceva commercio carnale con tutti, non solo con i principi, ma anche col volgo!”

Nel medesimo tempo re Rodolfo, reduce dalla Borgogna, veniva in Italia e, morto Berengario, reggeva potentemente il regno. Dopo alcuni giorni, però, tutti gli italiani cominciarono ad essere in dissidio fra di loro. Essi erano trascinati dalla grande passione per la bellezza di Ermengarda, presso la putredine della carne di lei, che ad alcuni offriva il suo turpe amore e ad altri lo negava. Perciò accadde che il ricchissimo arcivescovo di Milano e pochi altri seguissero le parti del re Rodolfo: con Ermengarda, invece, avevano fatto lega diversi ribelli, per impedire con energia al re l’ingresso nella stessa Pavia, capitale del regno.

Allora re Rodolfo radunò alcune milizie e si diresse verso Pavia. Si accampò ad un miglio dalla città in quel luogo in cui si incontrano il Ticino ed il grande Po, e l’astuta Ermengarda, di notte attraverso il fiume, trasmise a re Rodolfo la seguente comunicazione:

“Se volessi perderti, saresti già morto da lungo tempo. Tutti i tuoi, infatti, ti abbandonerebbero e si avvicinerebbero ardentemente a me, se solo ci fosse la mia volontà. In questi stessi luoghi tu saresti stato già catturato ed imprigionato, se avessi seguito i loro consigli”.

Il re non solo prestò fede a questa ambasceria, ma ne ebbe anche paura; rimandò i messi e fece rispondere che avrebbe fatto tutto quello che lei avesse deliberato, poi, senza frapporre indugi, la notte seguente, all’insaputa dei custodi, congedò tutti, abbandonò la tenda, lasciando persino il letto ben fatto, salì in barca, abbandonando i suoi, e si affrettò a raggiungere, il più in fretta possibile, Ermengarda.

Sorse il giorno, ed i soldati erano intorno alla tenda del re avvolta in gran silenzio. Quando vennero i principi, grande fu la loro meraviglia nel constatare come il re dormisse insolitamente ad un’ora di tal fatta. Cercarono di svegliarlo facendo rumore, così come una volta gli eunuchi avevano agito con Oloferne, ma, al pari di quest’ultimo, il re non dava alcuna risposta. Allora entrarono nella tenda, non vi trovarono nessuno ed alcuni sostennero gridando che era certo stato rapito, altri che l’avevano ucciso. Nessuno poteva tuttavia assolutamente immaginare che avesse disertato. Mentre se ne stavano meravigliati, in preda a tanti dubbi, venne un messo a dire che re Roberto era sulle mosse di irrompere su di loro, accompagnato dai loro nemici. Quelli rimasero costernati; poi si allontanarono con una fuga tanto veloce, che più che correre , pareva volassero[1].

Liutprando da Cremona

Liutprando annotò di nuovo…

…Era in questo mezzo tempo restata vedova per la morte di Adalberto marchese d’Ivrea la di lui consorte Ermengarda, figlia del fu Adalberto il Ricco, e di Berta duchessa di Toscana, la sorella in conseguenza del marchese Guido.

 Ella dunque non meno intrigante, né meno ardita dei suoi genitori, prevalendosi dell’assenza del re Rodolfo dall’Italia, seppe far tanto che, entrata in Pavia, sollevò contro quel monarca tutta la Lombardia per quindi governare il regno a suo arbitrio.

 Per la qual cosa accorso Rodolfo dalla Borgogna, ed assediata in Pavia, Ermengarda, questa seppe con seducenti lusinghe chiamare a se Rodolfo e staccarlo dalle sue genti in guisa che, sbandatosi l’esercito, fu liberata dall’assedio la città.

 Laonde sdegnati di tanta leggerezza del re borgognone, i principi italiani, ad insinuazione di Papa Giovanni X, nell’anno 926 elessero in re d’Italia Ugo duca di Provenza fratello della stessa donna Ermengarda e di Guido marchese di Toscana[2].

Liutprando da Cremona

Città di Pavia
9 Luglio dell’anno 926

 “Una corona sopra le rovine”

Grazie anche alle manovre della sorella Ermengarda, che contribuirono a far perdere l’appoggio dei principi italiani a Rodolfo di Borgogna, Ugo di Provenza, con l’approvazione del papa Giovanni X, fu eletto re d’Italia.

Ugo di Provenza fu incoronato nella chiesa di S. Michele. Tutti, magnati laici ed ecclesiastici, lo riconobbero[3].

Dopo anni di intrighi sottili da parte della madre, e dopo battaglie sanguinose, erano state determinanti,   a coronare il suo sogno, la morte cruenta di un re e imperatore e le sottili arti femminili della sorella.

Scenario e palcoscenico di questo rito era una città ridotta in macerie dagli invasori Ungari.

Ma dopo morti, incendi, e distruzioni la città tornava a vivere, non abbandonando la ritualità dei suoi simboli, sopra il percorso immutabile delle acque del Ticino.  

Capitolo VII

DOPO LA MORTE DI BERTA

La politica avviata da Berta, tesa ad assicurare posizioni di preminenza ai figli, continuò anche dopo la sua morte a condizionare, attraverso di loro, le vicende del regno d’Italia.

ROMA: LA NOBILTA’ ARBITRA DEL POTERE TEMPORALE  

Nel travaglio sociale esistente a Roma intorno al X secolo fu faticosa la gestazione alla nuova società imperniata sulle forze locali.

 La città era dominata da una famiglia giustamente definita la “prima dinastia medievale romana”[4] dati gli uffici ricoperti, l’importanza politica goduta, i legami di parentela che aveva stretto, l’influenza esercitata sul pontificato.

Il capostipite Teofilatto, conte di Tuscolo, riunì in sé le cariche di capo dell’amministrazione finanziaria e di comandante supremo dell’esercito; si onorava dei titoli di iudex, senator Romanorum, consul et dux; accanto a lui   la moglie Teodora, investita anch’essa di cariche che effettivamente svolgeva. “Non inviriliter monarchiam obtinebat” come il cronista Liutprando diceva di lei (non invirilmente reggeva la monarchia).

Vi erano poi le figlie, Teodora II detta anche la Giovane [5]e Marozia, che in prime nozze sposò Alberico di Spoleto, un Franco che, dopo aver ucciso Guido IV, legittimo duca di quella città, si era impossessato di quell’importante posizione e di altre terre dell’Italia centrale, e i cui interessi gravitavano su Roma.

 Nacquero altri figli alla coppia Teofilatto-Teodora, ma morirono tutti prematuramente.

Teofilatto e Teodora non mancarono di far donazioni alla   chiesa del rione ove abitavano: Santa Maria in via Lata.

Nell’orbita di Teofilatto e Teodora si mosse anche un pontefice, Sergio III, parente di Teofilatto e da lui creato papa; uomo volitivo e realizzatore, ricostruì la basilica lateranense ed ebbe il merito di aver creato una vasta e articolata alleanza tra i vari potentati italiani.

Ad aiutare Teofilatto nel mantenere il potere, contribuirono le “doti” di   tutte le donne della sua famiglia: la moglie Teodora e le figlie Teodora II e Marozia, tutte donne di grande bellezza, di ardente sensualità e di pochissimi scrupoli, a prestar fede ai cronisti, ma anche a giudicare dai fatti[6].

L’elezione al soglio pontificio di Giovanni X, originario di Tossignano, vicino a Imola, voluta da Teodora e dal marito Teofilatto, avvenne nel marzo 914.

Ambizioso e spregiudicato, fu l’ultimo papa che riuscì ad imporre una propria personalità, in senso avviamente tutto politico, prima di una nuova lunga serie di papi fantoccio nelle mani dell’aristocrazia romana.

Una dimostrazione chiara di questo estremo tentativo da lui compiuto nell’opporsi all’aristocrazia della città per una difesa del potere temporale, fu il ripristino dell’autorità imperiale nella figura di un sovrano italiano, Berengario, che da tempo aspirava alla corona.

Ambizioso, dotato di forte personalità e di grandi capacità politiche,

Giovanni X voleva preservare intatto come papa il suo potere temporale, il che lo mise in contrasto con Marozia.

Costei, morti nel frattempo entrambi i genitori e rimasta anche vedova di Alberico, concentrò nelle sue mani tutto il potere.

Allo scopo di vanificare i piani del papa, Marozia sposò Guido di Toscana, figlio di Berta ed Adalberto, e quindi fratellastro di Ugo.

Con questo matrimonio si assicurava quella forza militare che le era indispensabile per l’attuazione dei suoi progetti.

Allorché i nobili italiani, ostili al re Rodolfo di Borgogna, offrirono la corona d’Italia ad Ugo di Provenza, fratello di Guido e quindi cognato di Marozia, Giovanni X, che non aveva raggiunto nessun risultato concreto incoronando imperatore Berengario, capì che era rimasto solo a fronteggiare l’astuta Marozia.

Berengario, nel frattempo, era stato ucciso a Verona, e Giovanni X, trovandosi senza il suo appoggio, inviò un rappresentante pontificio a salutare Ugo, che aveva accettato la corona del regno, nel tentativo di trarlo dalla propria parte.

                      Ma era ormai tardi: anche il successivo incontro fra Ugo e Giovanni X a Mantova, nel corso del quale il papa, cercava di ribaltare la sua posizione di potere, offrendo al re la corona imperiale, non produsse alcun esito.

Giovanni X capì che ormai doveva contare solo sulle sue forze e su quelle del fratello, il marchese Pietro[7], che risiedeva in un castello situato in una zona strategica presso Orte, al confine con il patrimonio di S. Pietro e il ducato di Spoleto.

Con l’appoggio del nuovo marito, tra il giugno e il luglio 928, Marozia compì un vero colpo di stato.

Ma quando si arrivò allo scontro con le truppe di Guido e Marozia all’assalto del Laterano, residenza del papa, Pietro non poté far altro che chiedere l’aiuto degli Ungari.

 Secondo le notizie dei cronisti, Pietro, presentatosi con le temibili forse mercenarie alle porte di Roma, si era poi ricongiunto col fratello in Laterano[8] .

Egli cadde sotto gli occhi del papa, e i soldati di Guido trascinarono via anche Giovanni X[9], che per ordine di Marozia, fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo. [10]Nella storia dei nobili di Tossignano, si legge che fu Guido a soffocare il papa con un cuscino. L’assassinio del papa avvenne tra il maggio del 928 e i primi mesi del 929.

In una Roma dominata da Marozia che a ragione si faceva chiamare senatrice e patrizia, autentica signora temporale della città, i pontefici che si susseguirono, dopo Giovanni X, sul trono di S.Pietro, furono di fatto creati da lei; l’assisteva in questo compito il marito Guido, al quale certamente era andato il titolo di conte.

…“Frattanto Guido, marchese della provincia di Toscana, cominciò a vagheggiare, con la moglie Marozia, la caduta di papa Giovanni, per l’invidia che nutrivano verso Pietro, fratello del papa, che questi molto onorava.

                      Ora avvenne che, mentre Pietro si trovava a Roma, Guido avesse raccolto, di nascosto, molti soldati. Un giorno che il papa si trovava al palazzo col fratello e con pochi altri, piombarono su di essi i soldati di Guido e di Marozia, uccisero Pietro sotto gli occhi del germano, catturarono lo stesso papa, lo posero in prigione, dove egli venne a morte non molto tempo dopo. Dicono che gli premessero un cuscino sulla bocca e così sconciamente lo soffocassero.

Liutprando da Cremona

Leone VI fu consacrato dopo Giovanni X, nel maggio 928. Alla sua morte, nel dicembre dello stesso anno, fu consacrato papa il romano Stefano VII che fu, come il suo predecessore, una creatura di Marozia.

Il matrimonio con Guido di Toscana ebbe breve durata: egli morì nello stesso anno 928.

Finalmente, alla morte di Stefano VII, nel febbraio 931, Marozia pose sul trono pontificio il proprio figlio, che assunse il nome di   Giovanni XI. (931-935).

Considerando la sua nascita verso il 906, questo papa era salito al soglio di Pietro all’età di circa venticinque anni.

Rimasta nuovamente vedova, Marozia, pensò ad un terzo marito nella persona di Ugo, re d’Italia, che accettò con questo matrimonio l’opportunità, che gli si presentava, di essere signore di Roma: Marozia poteva mutare il titolo di patricia et senatrix in quello certamente più nobile di regina.

Ma questo sarebbe stata un’unione tra cognati perché Ugo era fratello di Guido, per parte di madre, il secondo marito di Marozia

Le leggi canoniche consideravano tali nozze incestuose. Ovviamente il papa non avrebbe avuto alcuna difficoltà a concedere il suo permesso e benedire il nuovo matrimonio di sua madre, sia pure andando contro le leggi della Chiesa.

                      Ugo di Provenza attribuì allora natali diversi sia al fratellastro Guido che all’altro fratello Lamberto, duca di Toscana, il quale per dar credito ai suoi veri natali, si sottopose ad un ordalia [11]e risultò vincitore.

Ma Ugo, per timore che un qualche pericolo potesse derivargli al fratellastro Lamberto, legittimato dall’esito dell’ordalia, lo fece imprigionare, poi accecare[12] e diede il governo del marchesato al fratello Bosone[13].

Alcuni affermano che Berta, madre di re Ugo, non abbia partorito mai alcun figlio a suo marito, il marchese Adalberto, e dicono che gli abbia dato con inganno Guido e Lamberto, dopo averli ricevuti di nascosto da altre donne ed aver simulato il parto. Agì in siffatta maniera perché, morto Adalberto, non le mancassero i figli, con l’aiuto dei quali mantenere tutta la potenza del marito. Questa favola mi sembra proprio inventata perché re Ugo potesse nascondere il suo incesto e sfuggire all’obbrobrio di tale infamia. Mi pare più verosimile la versione, che ora narrerò, del come sia sorta questa leggenda.

Lamberto, che dopo la morte del fratello Guido occupava la marca di Toscana, era uomo bellicoso e risoluto a qualsiasi azione ed il re Ugo lo aveva in gran sospetto per tutto quel che riguardava il regno d’Italia, temendo che gli Italiani abbandonassero lui ed eleggessero re Lamberto.

 Bosone, poi, fratello per parte di padre di re Ugo, gli aveva teso vari agguati, perché desiderava ardentemente diventare egli stesso marchese di Toscana.

 Per consiglio dunque di costui, re Ugo notificò minacciosamente a Lamberto di non osare più proclamarsi suo fratello. Questi, di rimando, che era di animo feroce ed indisciplinato, non gli rispose con garbo, come avrebbe dovuto, ma gli disse senza alcun ritegno: “Perché il re non possa negare che io sono suo fratello, e che siamo venuti alla luce da un unico corpo e attraverso lo stesso passaggio, desidero comprovare quanto sostengo con un duello alla presenza di tutti”.

 Quando il re udì questo, scelse un giovane a nome Tedino che combattesse con lo sfidante a singolar tenzone. Ma Dio che è giusto e possiede un retto giudizio in cui non può allignare ingiustizia, per rompere il dubbio e mostrare a tutti la verità, fece sì che Tedino cadesse subito e Lamberto ottenesse la vittoria.

 Questo fatto sbigottì molto il re Ugo che stabilì di trattenere Lamberto e chiuderlo in prigione, temendo che, se l’avesse lasciato andare, gli avrebbe portato via il regno. Dopo la cattura di lui, diede al proprio fratello Bosone la marca di Toscana e, trascorso poco tempo, fece accecare Lamberto.  

Liutprando da Cremona

Ugo, rimasto nel frattempo anche vedovo, partì alla volta di Roma per celebrare il matrimonio con Marozia.

IL “REGNO” di Ugo a Roma

Ugo arrivò alle porte di Roma con il suo esercito nel marzo del 932; entrò in città con un seguito di cavalieri e le nozze furono celebrate in Castel Sant’Angelo[14], benedette da papa Giovanni XI, figlio della sposa.

La nobiltà romana e Alberico, figlio di Marozia e Alberico di Spoleto, non tolleravano però di veder messa in discussione la loro preminenza politica da un re straniero che ai loro occhi era inoltre deligitttimato da un matrimonio incestuoso.

L’occasione di un alterco fra Ugo e Alberico, nel corso del quale quest’ultimo ebbe a subire un grave affronto personale, fornì il pretesto per una rivolta di nobili, prima, di popolo, subito dopo.

Alberico, schiaffeggiato pubblicamente da Ugo, abbandonò precipitosamente la reggia, si appellò agli amici patrizi, chiamò il popolo alla rivolta contro Ugo e i suoi soldati stranieri.

Il popolo sbarrò tumultuando le porte della città, impedendovi l’ingresso ai mercenari borgognoni di Ugo, accampati fuori, e poi attaccò Castel Sant’Angelo.

Il re, impotente a difendersi, decise di fuggire; si calò dall’alto della Mole Adriana, per mezzo di una fune e uscì dalla città, allontanandosi con il suo esercito, lasciandosi alle spalle una moglie e una probabile corona imperiale. Ugo fu così   cacciato da Roma da Alberico II, figlio di primo letto di Marozia.

Ugo non tornò più a Roma[15].

“Gli fece sapere, ancora, che non avrebbe raggiunto tale scopo se non l’avesse sposata. Perché mai, Marozia, sei tanto eccitata dalle crudeli fiaccole di Venere? Tu guardi cupida il fratello di tuo marito: ma basta Erodiade che sposò due fratelli! Sembri cieca e immemore del comando di Giovanni, che vietò al fratello di procurare la discendenza al proprio fratello, se il primo non potesse avere figli. I nostri tempi sanno che tu hai partorito da tuo marito. Tu rispondi, lo so: “l’inebriata Venere non si cura di ciò”. Re Ugo, che tu desideravi, venne a te come il bue condotto all’ara, o, piuttosto, vi giunse spinto dal desiderio di possedere la città di Roma. O scellerata, perché mandare in rovina un così santo uomo? Mentre ti affanni per divenir regina, a prezzo di un così grande delitto, perdi, su giudizio del Signore, la grande Roma.

Dove sia giusto, appare chiaro non solo alle persone di senno, ma anche alle insensate.

All’ingresso di Roma era stata costruita una fortezza di meraviglioso lavoro e di straordinaria robustezza e dinanzi all’ingresso fabbricato un preziosissimo ponte sul Tevere, che deve essere praticato da chi entra o esca da Roma. Non v’è altra via di passaggio se non quella e il transito è solo possibile col consenso di coloro che custodiscono la fortezza. Questa poi, e tralascio il resto, è così alta che la chiesa eretta sulla cima in onore di Michele sommo arcangelo e principe della celeste milizia, vien chiamata “Chiesa di S. Angelo vicino al cielo”. Il re lasciò lontano l’esercito, dato che faceva molto assegnamento su questa fortezza, e se ne venne a Roma, seguito da pochi. Dopo essere stato accolto convenientemente dai Romani, giunse al talamo della meretrice Marozia, nella fortezza della quale abbiamo testé parlato. Con questo incesto divenne l’amante di lei e, ritenendosi ormai in sicurezza, incominciò a maltrattare i Romani. Marozia aveva un figlio a nome Alberico, avuto dal marchese Alberico; mentre questi, su consiglio della madre, versava l’acqua al re Ugo, cioè al proprio padrigno, perché si lavasse le mani, ricevette da lui per correzione, uno schiaffo, dato che non aveva versato quest’acqua in modo acconcio. Allora il giovane, per vendicare l’offesa patita, radunò i Romani e così parlò loro:

“La dignità di Roma è forse ridotta a tale grande demenza da ubbidire anche al comando delle meretrici?

Cosa v’è infatti di più sozzo, di più turpe del fatto che la città di Roma vada in rovina per l’incesto di una sola donna?

 Quelli che furono una volta gli schiavi dei Romani, voglio dire i Borgognoni, comanderanno ora i Romani? Se quegli ha percosso il mio volto, il volto del suo figliastro, (e notate che era ancora nuovo della città) cosa farà di voi, quando sarà qui da molto tempo?    

 Non conoscete voi forse l’ingordigia e la superbia dei Borgognoni?

Considerate l’etimologia stessa del loro nome: i Borgognoni furono così chiamati per questa ragione: quando i Romani, dopo aver vinto il mondo, condussero prigionieri molti di questa gente, imposero ad essi di costruire le loro case fuori della città: ma, poco dopo, per la superbia loro, i Romani dovettero cacciarli anche da quel sito e, dato che essi chiamavano “borgo” quell’aggregato di case non circondate da un muro, furono chiamati dai Romani Borgognoni, che val quanto dire espulsi dalla città. Ma il loro vero nome è quello di Galli Allobrogi. Io, secondo quello che mi è stato insegnato, chiamo i Borgognoni gorgoglioni sia perché per la loro superbia parlano a gola piena, sia perché (e questo è più vero) secondano eccessivamente la voracità, che si appaga per mezzo della gola” -.

A queste parole, senza frapporre indugio, tutti abbandonarono re Ugo ed elessero come loro signore lo stesso Alberico. E perché il re Ugo non avesse tempo di introdurvi i suoi soldati, assalirono subito la fortezza.

E’ chiara l’origine divina di questo disegno, ispirato perché re Ugo non potesse mantenere quanto aveva conquistato turpemente con un delitto. Ugo fu preso da tanto terrore che si calò per mezzo di una fune da quella parte della città in cui la fortificazione si univa al muro; poi si allontanò e si rifugiò presso i suoi.

Dopo la cacciata di lui e della già nominata Marozia, Alberico tenne da solo il governo di Roma, mentre suo fratello Giovanni comandava la sede del sommo ed universale presulato.

Liutprando da Cremona

La città di Roma festeggiò la partenza di Ugo di Provenza[16] e

Alberico ricevette il titolo di “princeps atque omnium Romanorum senator”.

 Il suo primo atto fu di mettere in carcere sua madre e chiudere in Laterano sotto stretta sorveglianza il fratellastro Giovanni XI.

 Questi restava in carica come papa, ma privo del potere temporale; Marozia[17] uscì per sempre dalla scena politica.

Giovanni XI[18] morì nel dicembre del 935 e fu sepolto in San Giovanni in Laterano.

 “Noi non sappiamo molto del futuro
Se non che di generazione in generazione
Sempre accadono, ripetendosi, le stesse   cose.
Gli uomini apprendono poco dall’esperienza
altrui.
Ma nella vita dell’uomo non ritorna
Mai lo stesso tempo. Rompete
La corda, fate   cadere la squama. Soltanto
Lo sciocco, fisso nella sua follia, può pensare
Di poter far girare la ruota sulla quale egli gira.”
“Il destino attende nella mano di Dio, non nelle mani degli uomini di stato
Che, chi bene chi male, fanno piani ed enigmi,
Mentre i loro scopi gli si trasmutano in mano
secondo la trama del tempo.”

Thomas Stearns Eliot
Da Assassinio nella cattedrale[19]


[1] Liutprando da Cremona Opere, Grandi Ritorni ,Tutte le opere, La restituzione,Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli, (891-969) a cura di Alessandro Cutolo pag.114- 116. Bompiani Editore, Milano, 1945.  

[2] Liutprando da Cremona , Opere, Grandi Ritorni ,Tutte le opere, La restituzione,Le Gesta di Ottone I, La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli, (891-969) a cura di Alessandro Cutolo, Valentino Bompiani Editore, Milano, 1945.  

[3] M.Milani –Storia d’Italia a puntate , n. ° 5, Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag 83. Sta in:   Storia Illustrata , A. Mondadori Editore, n. 246, maggio 1978.

[4] P. Brezzi. Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica – Vol. III, pag. 42–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250) -( G. Falco – Sta in Albori d’Europa, Roma, 1947. pp. 365-377), Istituto Geografico De Agostini,   Novara, 1980.

[5] Teodora la Giovane fu probabilmente la madre di Giovanni vescovo di Narni e   papa nel 965 col nome di Giovanni XIII e consorte di un nobile della famiglia De’ Crescenzi.

– Treccani G. Roma. Istituto della Enciclopedia italiana, pag. 254, vol. XVII, Edizione 1951.

– Boccabianca M., A. Agnolotto, et alii –Nuovissima Enciclopedia Illustrata,   pag. 648, vol. V, Istituto Editoriale Italiano, 1959, Milano.

[6] M.Milani –Storia d’Italia a puntate – n. ° 5 – Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag. 81. Sta in: STORIA Illustrata,   A. Mondadori Editore, n. 246,maggio 1978,

[7] Il papa dopo la morte di Alberico, aveva affidato il governo della città al fratello nominandolo console dei Romani.

[8] Laterano –Località di Roma entro la cinta delle mura aureliane che prese il nome dalla famiglia dei Plautii Laterani, proprietari di importanti edifici. Il complesso del Laterano venne donato al papa, dopo essere stato la sede dell’imperatrice Fausta, al tempo di Costantino. Le trasformazioni successive furono innumerevoli, fra le quali la costruzione di un Palatium exterius e di uno interius.

-G.M. Boccabianca, A. Agnolotto et alii, Nuovissima Enciclopedia Illustrata ,vol. terzo, pag. 37. Istituto Editoriale Italiano, Milano 1957.

[9] P. Brezzi. Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, vol. III, pag. 49–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250),   Istituto Geografico De Agostini , Novara, 1980.

[10] M.Milani –Storia d’Italia a puntate, n. ° 5, Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag 84. Sta in STORIA Illustrata , A. Mondadori Editore,   n. 246, maggio 1978.

[11] L’ordalia era una delle varie procedure nell’amministrazione della giustizia introdotta dai Longobardi e dai Franchi ma utilizzata anche molto tempo dopo

L’Ordalia (dall’anglosassone ordal, che significa: giudizio, sentenza) era conosciuta anche come Giudizio di Dio, perché chiamava la divinità a manifestare il suo giudizio circa la colpevolezza o l’innocenza di un accusato, la verità o la menzogna delle sue affermazioni.

Invocata dall’interessato o imposta dall’inquirente l’ordalia si svolgeva in modi diversi tra loro.

Nel duello fra le due parti, i contendenti, soprattutto se nobili, si facevano rappresentare da “campioni” che combattevano per loro. Il duello veniva preceduto da un complesso rituale: i campioni si confessavano, venivano assolti, benedetti e ascoltavano Messa.

Altro rito diffuso e era quello che consisteva nell’immersione della mano in acqua bollente: “l’innocente l’avrebbe ritirata illesa”.

I cronisti dell’epoca ci informano che il rito aveva luogo sul sagrato di una chiesa, ed era preceduto da una messa cantata al cui termine l’officiante pronunciava questa frase.

“ Fa o Signore che possa ritrarre sana e illesa la mano da questa pentola chi ve l’immerge innocente “

Rivolto alla caldaia che aveva davanti diceva:

 “ Ti benedico o creatura acqua che bolli al fuoco, nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo”

Altra forma assai diffusa era quella di attraversare il fuoco o camminare su un tappeto di brace: le fiamme dovevano lasciare intatto l’innocente e ustionare invece il colpevole.

– G. Ambrosio “L’acqua e il fuoco prove della verità”-Sta in   STORIA n. 232,   marzo 1977, pp. 25-26,   A. Mondatori Editore, Milano.  

– F. Cuomo – Rivista Medioevo Dossier – Anno III – n.5/2000 – Editore De Agostini Rizzoli periodici Srl – Milano –“Una morte da fellone convinto” pag. 31

[12] L’azione contro Lamberto rientrava nella politica, perseguita da Ugo, volta a privare i marchesi di Toscana di quella posizione di tipo vicereale che erano riusciti a raggiungere nella seconda metà del sec. IX. A quanto sembra, Ugo non voleva all’inizio cacciare Lamberto, ma tendeva soltanto a ottenere che questi riconoscesse il proprio potere derivategli non da diritto ereditario, bensì da concessione regia. La lotta scoppiò allorché Lamberto si rifiutò.

[13] G. Treccani – Bosone, Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma , pp. 277,.278, Vol. 9.

[14] Castel Sant’Angelo

Il mausoleo di Publio Elio Adriano, che costituisce il più grandioso monumento funerario romano, fu costruito, probabilmente su diretti suggerimenti dell’imperatore, negli orti di Domizia, sulla rive destra del Tevere, ed ispirato al mausoleo di Augusto in Campo Marzio.

Iniziato nel 135 dell’Era Volgare, fu portato a termine, dopo la morte di Adriano, nel 139 dal suo successore Antonino Pio.

Il Mausoleo era congiunto alla riva sinistra del fiume per mezzo di un grandioso ponte marmoreo, detto Ponte Elio, opera dell’architetto Demetriano, ed è probabile che anche la costruzione della grande tomba si debba allo stesso architetto.

Come tutte le costruzioni similari romane, il ponte poggiava, al centro, nella parte orizzontale, su tre grandi arcate e, nelle laterali, inclinate verso la riva, su arcate più piccole. Oggi esso poco conserva delle antiche strutture, ché fu sottoposto a successivi rifacimenti nel Medio Evo e nel Rinascimento, fino ai radicali lavori di Clemente IX , Rospigliosi, che, dal 1667 al 1669, fece rifare i parapetti con balaustre di travertino e grate di ferro e le adornò con i celebri angeli berniniani; e fino ai recenti lavori, che, per la costruzione degli argini del fiume e dei lungotevere, richiesero la trasformazione delle piccole arcate laterali. Nell’anno 590, regnando Gregorio Magno, sarebbe avvenuto il prodigio dell’apparizione al sommo della mole dell’arcangelo Michele, che, rinfoderando la spada, avrebbe messo fine alla pestilenza. La leggenda forse ebbe origine dal fatto che proprio sul luogo della pretesa apparizione era già stata dedicata una piccola cappella a S. Michele, protettore di Roma, e che già il popolo soleva indicare il mausoleo col nome di “Sant’Angelo”.

Leone IV, nella metà del secolo IX, congiunse il castello alle mura che cingevano quella zona intorno al Vaticano, che da lui prese il nome di città leonina.

Nel secolo X l’Adrianeo era già divenuto una vera e propria fortezza ed insieme una residenza di principi. Esso subì assedi e violenze e fu teatro degli episodi più salienti dell’”epoca di ferro” della storia di Roma, aventi a protagonisti Marozia, Guido ed Ugo di Provenza, gli Ottoni imperatori ed i Crescenzi.

Questi ultimi legarono il loro nome al castello perché l’alto stilobate rettangolare, che una volta reggeva la quadriga di bronzo, libertao dal tumolo ed eretto in tutta la sua altezza al sommo dell’edifizio, fu detto “Torre dei Crescenzi”.

Nel 1277 fu eletto Papa Nicolò III degli Orsini: Il Castello, con una vasta zona intorno, era nelle mani di questa potente casata, per cui il papa, per maggior sicurezza, preferì lasciare il Laterano e trasferirsi nel vicino Vaticano.

In questi anni fu costruito il “passetto”, l’aereo corridoio che collega il castello al Vaticano; fu restaurata la cappella di San Michele e fu posto alla sommità della mole la prima immagine dell’angelo.

Nella metà del secolo seguente il castello servì di rifugio a Cola di Rienzo.

Dalla fine del ‘300 ai primi del ‘400, con Bonifazio IX, Tomacelli, si iniziarono i più radicali e sistematici lavori per trasformare l’antico mausoleo in una munita fortezza, sotto la direzione di Niccolò di Pietro Lamberti d’Arezzo, architetto e scultore. E, con Nicola V, Parentucelli, nella metà del secolo XV, sulla platea superiore, vi fu un primo timido apprestamento di stanze più ornate, da servire di confortevole dimora al castellano, ai cardinali ed a volte allo stesso Pontefice.

Allo stesso Nicola V si deve anche la costruzione del secondo angelo, che sostituì, sul fastigio, quello duecentesco, ormai fatiscente.

Con i pontefici che seguirono, il Castello subì radicali trasformazioni, sia per quanto riguarda le esigenze militari, che per quanto si riferisce agli appartamenti di rappresentanza. Il 29 settembre 1870, Eugenio Pagliucchi, l’ultimo comandante pontificio del forte, lo dette in consegna alle truppe italiane. Nel 1901, a cura del capitano del genio Mariano Borgatti, iniziarono i lavori di restauro. Questi terminarono nel 1925, anno in cui il castello divenne sede dell’attuale Museo Nazionale.

– D’Orsi M. – Castel Sant’Angelo – Mausoleo di Adriano, Guida itinerario, Tip. Terenzi, Roma 1963.

[15] M.Milani –Storia d’Italia a puntate – n. ° 5 – Feudalesimo l’età dell’anarchia, pag. 85. Sta in: STORIA Illustrata – A. Mondadori Editore, n. 246, maggio 1978.

[16] P. Brezzi. Storia d’Italia –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, Vol. III, pag. 49,Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara ,1980

[17] – C.Rendina – I PAPI   storia e segreti, Newton Compton Editori, Roma 1983 pp.317,318

[18] -Famiglia Cristiana, Storia dela Chiesa,  Supplemento a” n. 20 del 21/5/2000

– C.Rendina , I PAPI   storia e segreti –Newton Compton Editori, Roma 1983 pp. 318,319,320,327,335.

[19] T.S Eliot., Assassinio nella cattedrale, Pegaso teatrale, vol. 3, pp. 11,23, Casa Editrice Valentino Bompiani, Milano, 1966.

Vincenzo Moneta
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Bart