Chi ha perso l’ultima guerra?

di Mario Cervi
[dal “Corriere della Sera”, domenica 14 dicembre 1969]

Già nel titolo Storia d’Italia nella guerra fascista 1940-1943, ed Laterza, pp. 650, L. 5000) l’ultimo libro di Gior ­gio Bocca rivela la sua im ­postazione dì fondo: la ricer ­ca cioè di una interpretazio ­ne e di una chiave politica e sociale, prima ancora che mi ­litare; una chiave che con ­senta di penetrare le intime ragioni dell’avventura disa ­strosa, e della sconfitta. Guer ­ra fascista, in contrapposi ­zione ad una vera guerra di popolo; e, in qualche modo, guerra di classe.

Ecco infatti, proprio nelle ultime righe del grosso volu ­me, la diagnosi che la lunga narrazione imponeva: «La sconfitta dell’Italia fascista non è solo la sconfitta del partito fascista, e tantomeno la sconfitta di ‘ un uomo, un uomo solo ‘; è la sconfitta del regime borghese che prima ha cercato la scorciatoia au ­toritaria, e poi ha accettato l’azzardo della guerra. La na ­zione la disconosce, se ne dis ­socia, non se ne sente impli ­cata ».

Il libro di Bocca è serio; e approda a questa conclusione con solidi argomenti. Direi anzi che la parte più interes ­sante del saggio â— che non rivela, né ha pretese di que ­sto genere, importanti docu ­menti inediti o retroscena sconosciuti â— sta proprio nel ritratto penetrante della so ­cietà italiana di allora, fasci ­sta, o parafascista, o antifa ­scista: tutto, fuorché moder ­na. E perciò la meno adatta ad inserirsi con un ruolo decisivo in un conflitto che veniva combattuto da nazio ­ni altamente industrializzate e tecnologicamente svilup ­pate.

La scrittura di Bocca, ta ­gliente, adatta allo sdegno moralistico più che alla espo ­sizione pacata o ironica, è uno strumento di particolare efficacia per questo lungo at ­to d’accusa. Nessuno, in campo fascista, si salva: ma Mus ­solini ne esce meglio di altri, e si spiega. Le origini socia ­liste del duce, i suoi ricor ­renti conati di populismo, possono predisporre a una certa indulgenza chi, come Bocca, voglia soprattutto in ­dicare le arretratezze, gli egoismi, le meschinità di un « establishment » cinico che accettò, nei suoi rapporti con il regime, umiliazioni e ser ­vilismi, ma non il rischio per ­sonale.

Lo hitlerismo, ideologia bar ­bara, si affidava a un eser ­cito forte e a una nazione obbediente. Il fascismo, no ­nostante i pennacchi, il pas ­so romano, le coreografie im ­periali, era ben altra cosa: « La tradizione democratica, per quanto debole, ha lascia ­to un certo rimpianto nella borghesia liberale; le feuda ­lità economiche e militari so ­no avide, ma di corto respi ­ro, sempre esitanti di fronte agli impegni imperialistici. C’è la monarchia con la sua corte e c’è la Chiesa, con la sua sede apostolica. Il Te ­vere è stretto: la dottrina della violenza deve essere cor ­retta, addolcita. A differenza di Hitler, Mussolini avverte che il suo regime monolitico è tutto lavorato da correnti sotterranee, e si estenua a mediarle, a comporle, sicché la rotta ideologica del fasci ­smo va per continue accosta ­te, fra il rifiuto d’ogni defi ­nizione teorica e l’illusione di trovarne una buona per tutti gli usi, tra la pratica del po ­tere e la ricerca dell’anima fascista tanto invocata e mai raggiunta ».

Il fascismo â— il rilievo, giustissimo, è implicito nel ­l’affresco introduttivo di Boc ­ca â— naviga a ritroso nella grande corrente della storia: è colonialista quando l’era del colonialismo volge al tra ­monto, propugna la battaglia del grano, ossia una agricol ­tura povera ed estensiva, quando dovrebbe puntare sul contrario, è autarchico, esal ­ta il vivere rustico, depreca « il nefasto urbanesimo ». Le sue direttrici sono anacroni ­stiche. Il mondo operaio e il mondo dell’industria sono, per ragioni dissimili ma non opposte, estranei all’essenza psicologica del fascismo. Mus ­solini esalta la forza del nu ­mero, e non si accorge che, sempre più, la potenza va mi ­surata in termini di efficien ­za tecnica, di produttività, di specializzazione: annota un rapporto sul potenziale bel ­lico degli Stati Uniti con la frase « Militarmente l’Ameri ­ca non interessa ». Fosse sta ­to una volta a Detroit avreb ­be cambiato parere.

L’Italia fascista è provin ­ciale, battagliera nei fogli d’ordine del partito e pacifi ­sta nell’intimo. Le forze ar ­mate non hanno capi che posseggano l’unica qualità ve ­ramente indispensabile a un militare, il carattere; e sono impreparate. L’equazione che Bocca traccia consente un so ­lo risultato, l’otto settembre e l’altra, più cupa tragedia che ne seguì. La rievocazio ­ne degli avvenimenti bellici è, in Bocca, veloce â— molta è la carne al fuoco â— ma non sbrigativa. I protagonisti e anche parecchi comprimari delle vicende vengono trat ­teggiati con sicurezza: qual ­che istantanea è impietosa, nessuna è sfuocata. Ogni sto ­ria dell’ultima guerra ci la ­scia alla fine con la bocca amara perché gli avvenimenti sono (quando non si scenda all’episodio personale, che può risultare fulgido), privi di luce. L’alleato si accaparra, nei momenti risolutivi, tutta l’attenzione. Il nostro Stato Maggiore non realizza un pia ­no di battaglia che meriti la qualifica di brillante, né una manovra a vasto respiro che veramente pesi sull’andamen ­to delle grandi battaglie.

Sacrifici, sangue, questo sì. Morti, feriti, al fronte e nelle città. La guerra fascista, vo ­luta o no, è la guerra del ­l’Italia. I distinguo non ser ­vono molto, né sul piano del ­le sofferenze, né su quello internazionale. Ma il distin ­guo di Bocca, che del resto obbedisce ad una intuizione intelligente e valida pare, per un suo aspetto, insidioso. Lo scarico di ogni responsabili ­tà per la cattiva prova mi ­litare sul fascismo e sulla bor ­ghesia libera il paese, nel suo complesso, da fastidiosi dub ­bi.   Dà   la   sicurezza   che in altre circostanze, per altra causa, con altri capi, le forze armate avrebbero retto bene. Ora non c’è dubbio che una guerra sentita, soprattutto una guerra difensiva, sareb ­be stata combattuta con assai diverso mordente. Guardia ­moci però dal sostituire un’en ­fasi classista all’enfasi fasci ­sta della romanità.

Talune debolezze della na ­zione nell’avversità, una cer ­ta volubilità, furono il pro ­dotto non solo del costume fascista, tracotante e legge ­ro, e perciò sommamente di ­seducativo, ma di fattori storici che risalivano indietro nei secoli. Finché ci si ferma all’analisi sociale le accuse alla borghesia del 1940 resta ­no sacrosante: se ci si inol ­tra sul terreno della attitu ­dine militare, una discrimi ­nazione troppo netta rischia di illudere gli italiani e di esimerli da una consapevole autocritica. Queste osserva ­zioni, sia ben chiaro, voglio ­no integrare l’impostazione di Bocca, che si riallaccia, coe ­rentemente, al fenomeno del ­la Resistenza. Bocca, che del ­la guerra partigiana è stato lo storico, la contrappone al ­la guerra fascista; vede in essa la dimostrazione della capacità reattiva di un po ­polo « discutibile ma vivo ».

 

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