di Leonardo Vergani
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 27 marzo 1970]
« Una volta a Roma c’era un uomo rosso, maestoso e dab bene, certo mastro Titta, che aveva l’incarico di separare le teste dai corpi. Egli compiva questo ufficio puntualmente, con una sveltezza e una net tezza degne di grande memo ria. Doveva egli anche, appe na fatto il colpo, acciuffare la testa mozza per i capelli e le varla in alto con un gesto tea trale in modo che il popolo, tutto, la vedesse grondare e i più vicini potessero mirare gli occhi che s’invetrano e si chiu dono ». Il carnefice del papa â— ce lo dice Bruno Barilli â— sapeva il fatto suo. Nessuno gli dava dei punti sul patibolo. I suoi gesti erano paterni, anche quello con cui obbligava il con dannato ad appoggiare il capo sul ceppo. Tra le sue mani, co perte di peli color rame, la mannaia sembrava un giocat tolo inoffensivo. I morituri, sog giogati, non si ribellavano. Poi mastro Titta riprendeva la sua tuba spelacchiata e scendeva dal palco con passi rimbom banti.
La sciarada
Tra le vittime della presa di Roma â— non parliamo dei qua ranta morti italiani e dei venti papalini â— mastro Titta non fu certo la più illustre. Ma l’o nesto carnefice di Pio nono, quando alle cinque della mat tina il cannone italiano comin ciò a tuonare, capì certamente che, se il generale Kanzler non avesse resistito, egli avrebbe fi nito per perdere quello che gli italiani di allora, e di oggi, considerano un bene sommo, e cioè il posto di lavoro. Forse il pover’uomo sperò che i ber saglieri venissero fulminati, a plotoni affiancati, dalla saetta divina. E’ lecito supporre che si facesse il segno della croce con quella sua zampaccia av vezza a menar fendenti. Cosa avrebbe pensato, se avesse sa puto che Nino Bixio gridava dall’alto del suo cavallo che bisognava annegare in Tevere Papa e cardinali? Il vecchio muraglione di porta Pia si sfa rinò. Tappato in casa, mastro Titta ripensava ai bei tempi. Come dimenticare quella passeggiata in carrozza di gala lungo il Corso, durante il carnevale del ’60, quando il Cardinal Antonelli usava proprio mastro Titta come spauracchio? Il carnefice non se l’era mai goduta tanto su quei cuscini di raso. Adesso arrivava un re che parlava in piemontese. Non ci sarebbe sta to più posto per lui.
Una sessantina di morti, un paio di centinaia di feriti. Il bilancio della presa di Roma non risulta più sanguinoso di un qualsiasi week-end nell’Ita lia di cent’anni dopo, pronta ad immolarsi sulle autostrade. Il papa si chiude in camera e compone una sciarada. La città trema di paura. Ci si af fanna a trovare bandiere bian che e a sventolar lenzuoli. I seminaristi corrono nelle piaz ze a gambe levate, tirandosi su la sottana. Bixio, che aveva piazzato i suoi cannoni a porta San Pancrazio, nonostante gli ordini ricevuti, comincia a bom bardare a casaccio, con il pe ricolo di colpire la basilica di San Pietro. Lo si ferma in tem po. Il Quirinale è chiuso a tri pla mandata. Per penetrarvi, occorre chiamare un fabbro. Pio nono, saputolo, dirà che il re d’Italia aveva imparato a far lo « scassinatore ». Le ca pre, che pascolavano tra i ru deri del Colosseo, perdono il latte dallo spavento. Qualche giorno dopo i soldati italiani dividono il loro rancio, sugli scalini dei conventi, con certi poveri fratacci che, in mezzo a quel trambusto, non trovano neppur più un cantuccio di pan secco.
La lunga storia per Roma Capitale sfuma in toni sorri denti. Eppure per percorrere quei cento metri fra le mace rie di Porta Pia â— cento me tri a passo di corsa, come nel famoso quadro di Cammarano â— l’Italia dovette cammi nare per decenni con logoranti, pazientissimi passi da lumaca. L’itinerario attraverso quegli anni difficili ed esaltanti ci viene riproposto proprio in que sti giorni da un libro di Italo de Feo « Roma 1870 » (Ed. Mursia) nel quale viene trac ciata con fedeltà devota la mappa delle manovre politiche, diplomatiche e militari per la conquista della città eterna, iniziando dalla morte di Ca vour e finendo con l’ingresso dei bersaglieri nel varco del muraglione sbriciolato dalle nostre cannonate. Un libro che si associa all’accurata bio grafia di Cavour, edita da Mondadori, e porta avanti la storia dell’Italia unita dalla morte del tessitore alla con quista della Capitale.
Rive strette
L’Italia arrivò a Roma stre mata. Anche se le circostanze ci aiutarono, quei pochi colpi di bombarda, quelle schioppet tate, quella carica dei bersa glieri con la fanfara in testa, ci costarono un travaglio lun ghissimo che forse oggi si è portati a sottovalutare, visto che la conquista del regno pa pale avvenne in men che non si dica. Una generazione di uomini politici si logorò nel tentativo di giungere ad una soluzione della questione ro mana. Avevamo dovuto affron tare mille insidie, dal sanfe dismo al brigantaggio, far ta cere passioni di parte, supera re la durezza del « Sillabo », dimenticare Custoza e Lissa, digerire il primo scandalo, quello delle strade ferrate me ridionali, organizzare due ca pitali provvisorie, superando scontenti e ribellioni, tener a freno duramente le ansie di Garibaldi. Il Generale girava perla Penisolainaugurando ti ri a segno. Era chiaro contro chi voleva far fuoco. Era un buon tiratore? Al poligono mi lanese della Cagnola è custo dito un bersaglio trapassato da una pallottola dell’eroe dei due mondi. Il colpo però è sull’or lo estremo dell’ultimo cerchio, non certo una fucilata da pri mo premio.
Chi passa oggi per la sta zione di Pigline e ricorda che proprio lì Garibaldi venne tratto in arresto dopo la sfor tunata impresa di Mentana? Chi ricorda il povero tenente colonnello Camozzi, che salì sul treno del Generale e gli comunicò con voce tremante e spezzata, d’essere costretto ad eseguire un ordine? Gari baldi si inferocì. Disse d’essere deputato al parlamento e do potutto anche cittadino ame ricano. Ma il colonnello Ca mozzi, sia pur balbettando, tenne duro. Il generale non si voleva muovere. Allora quattro carabinieri si avvicinarono e, delicatamente, lo sollevarono di peso, trasportandolo con ogni precauzione fino ad una carrozza. La storia d’Italia è fatta anche di questi piccoli episodi tristi e gentili.
Roma Capitale sta per dop piare la boa del secolo (e non a caso de Feo ha scelto la ri correnza centenaria per la sua appassionata rievocazione). Gli eroi del risorgimento hanno un busto al Pincio, strade e piaz ze dedicate al loro nome, ci meli sparsi qua e là nei musei che ben pochi visitano. Da tempo se ne continua a par lare come se fossero personaggi di cera, sotto sotto lievemente noiosi, uomini buoni per i libri di scuola. Ma non è forse un caso che proprio oggi, a cen t’anni di distanza dalla brec cia di porta Pia, anche l’ita liano della strada si sia accorto che le rive del Tevere, anzi ché diventare più larghe, han no la tendenza a restringersi? Che ne direbbero i bisnonni garibaldini, il « barone di fer ro », Ubaldino Peruzzi e tutti gli altri?