di Gennaro Malgieri
(da “Libero”, 8 marzo” 2012)
Dalla Repubblica dei partiti alla Repubblica dei cittadini. Era stato questo il leitmotiv della incerta «rivoluzione » berlusconiana e, a conti fatti, rimaneva il solo saldo attivo di una lunga stagione politica. Nel risorgente clima di restaurazione par titocratica, sembra che anche quella che da tutti, da destra a sinistra, veniva ritenu ta una conquista, vale a dire l’instaurazione di un sistema bipolare su cui si fondava la democrazia dell’alternanza, debba an dare in archivio. E chi ce la manda? Berlusconi ed il Pdl soprattutto, in collaborazione fervida ed appassionata con i nuovi alleati di oggi. La riforma elettorale che si sta approntando segna infatti un incredibile ritorno al passato; al tempo in cui le mag gioranze parlamentari si costituivano do po il voto e la formazione dei governi pre scindeva dal responso popolare.
Un bel po’ di proporzionalismo, una spolverata di liste bloccate (così come so no adesso), l’abolizione del premio di maggioranza (il solo modo per garantire la governabilità) ed il gioco è fatto. Che su questo schema converga il Pdl è il sintomo più evidente della sua crisi politica e culturale, del distacco che è maturato con le sue matrici storiche, tanto liberal-conservatrice che nazionale, fino all’abbandono di una pur sottile proposta presidenzialista che già doveva essere il punto d’approdo della Grande Riforma cui si stava perve nendo alla fine dei lavori della Commis sione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1998. Addio, dunque, alle for me di democrazia diretta, con annessi sa luti all’esaltazione retorica della sovranità popolare sventolata dal centrodestra co me sostanza di una nuova Repubblica af francata dalle fazioni che si disputano il potere disprezzando gli interessi concreti della comunità nazionale.
Tutto è franato in un lasso di tempo brevissimo sull’onda di un abbaglio tecnocratico-populista cui non si è stati ca paci, da parte del Pdl soprattutto, di reagi re con una proposta di cambiamento delle istituzioni politiche e della governance economica. L’assenza di idee è stata col mata da congressi inutili (come ha rileva to questo giornale commentando quello di Milano lo scorso fine settimana) a bene ficio di una nomenclatura concettual mente impigrita e priva di slanci ideali. Non rimane altro che rassegnarsi?
Può darsi che la storia non finisca così. Che ci sia ancora spazio, tempo e modo per far riemergere un minimo di progetto riformista che assomigli alle ambizioni coltivate lungo un ventennio che, se do vesse chiudersi con la proposta formulata dagli sherpa dei vari partiti, sarebbe come affermare che chi ha votato per le liste del centrodestra sostanzialmente ha rincorso dei fantasmi il cui punto d’arrivo è proprio la crisi della Prima Repubblica.
A che cosa servirebbero maggiori poteri al premier ed in particolare attribuirgli la richiesta di sciogliere le Camere e la re sponsabilità di revocare i ministri in un contesto complessivo dominato dalle lo giche e dagli interessi partitocratici?A rendere meno insipida la minestra. Ma non basterebbero davvero a dare un nuovo volto all’Italia. I regressori sembra che stiano per vincere la partita decisiva nel nome di un grande compromesso. Che all’operazione partecipi anche il Pdl nes suno poteva immaginarlo. Soprattutto chi si è riconosciuto in esso lasciando la propria casa nel tentativo di costruirne un’altra più ampia ed accogliente.