I parenti prossimi del fascismo. I padri all’assalto

di Franco Gaeta
[da “La fiera letteraria”, numero 42, giovedì 19 ottobre 1967]

RAFFAELE MOLINELLI
Per una storia del nazionalismo ita ­liano
Argalìa editore, 1966 pagine 207, lire 1800

Dialogo a cinque voci sul futurismo italiano
in « Il Contemporaneo », 28 luglio 1967 (n. 30 di Rinascita)

La storiografia italiana del secon ­do dopoguerra è stata impegnata, per quanto riguarda l’età contemporanea, soprattutto dalla discussione sulla crisi dello Stato liberale e sul conse ­guente avvento dello Stato totalitario. Rifiutata per motivi storiografici e politici la tesi crociana del fascismo come « parentesi », cominciò la cac ­cia al precursore.

In verità, l’appropriazione indebita di alcune illustri glorie patrie era co ­minciata per tempo e l’annoveramento tra la schiera dei Giovanni Batti ­sta del fascismo di personaggi quali Crispi, Cavour, Mazzini e Oriani non fu invenzione di stranieri un po’ preda di esperienze singolari e con ­vinti che il Passo di Calais o il ben più vasto Oceano Atlantico fossero le colonne d’Ercole dell’unica civiltà po ­litica degna di questo nome.

I primi a segnalare l’itinerario Mazzini (Cavour)-Crispi-Mussolini fu ­rono quanti a una reale, ma piuttosto opaca e modesta, origine provinciale del fascismo (da registrare nella co ­lonna dei figli d’una società, tutto sommato, politicamente ed economi ­camente quasi sottosviluppata) in ­tesero sostituire una più nobilitante filiazione e trasformare il figlio della colpa nel legittimo erede di una fa ­miglia per bene, che per alcuni arri ­vava sino ad annoverare tra i suoi membri il massimo poeta nazionale. Il vetro, in altri tempi, era stato indi ­viduato in personaggi della regnante dinastia e non ci si peritò di estende ­re la prefigurazione a chi â— almeno fisicamente â— sembrava più adatto a incarnare il simbolo d’uno che met ­teva in fuga la lupa sempre affamata della plebaglia.

A dire il vero, non furono soltanto gli « intellettuali del regime » a com ­piere l’operazione. Con segno inverti ­to, anche gli oppositori diedero a ciò man forte mediante la tesi del fasci ­smo non rivoluzione, ma « rivelazio ­ne »; tesi che ancor oggi miete vitti ­me e successi non solo nella pubblici ­stica, ma in più delicati settori, addot ­trinando magari i giovani sulla pa ­ternità giolittiana del fenomeno fa ­scista: il quale discenderebbe dalla so ­cietà civile e dallo Stato risorgimen ­tale, realizzato quest’ultimo dalla classe borghese, che avrebbe avuto il grande torto di non compiere ciò che nessuno Stato né al di qua né al di là del Passo di Calais e dell’Atlantico aveva compiuto.

Ripetere che le malattie hanno tut ­te la loro incubazione e che si tratta di vedere â—- per entrare nello specifi ­co â— se l’ammalato è tale per tara ereditaria o per sopravvenuto malore, è ormai discorso stucchevole e c’è so ­lo         da sperare che l’anamnesi diventi in questo caso più precisa di quanto non sia stata finora e che gli alberi genealogici comincino a costruirsi con più stretto rigore.

Due recenti pubblicazioni servono indubbiamente (e in misura diversa) a questa bisogna perché prendono in esame due parenti prossimi del fa ­scismo, quali furono il movimento na ­zionalista e il movimento futurista. Il discorso sul nazionalismo è un di ­scorso in apparenza piano. Gli stessi fatti sembrano indicare la via da se ­guire, dal momento che, fondendosi nel 1923, i due movimenti mostrava ­no di possedere per lo meno un’affini ­tà elettiva; ma il difficile è cogliere il nesso non tanto tra queste due forze politiche, quanto tra la più vecchia di queste forze e le correnti di opi ­nioni che fiorirono nell’Italia postuni ­taria almeno dal1876 inpoi. Quan ­do il nazionalismo mosse i suoi primi passi, si era all’inizio dell’età giolittia ­na: non occorse molto perché la vo ­ce di Giolitti si trovasse inserita nel contrappunto; lo fu sin dall’inizio.

Alla prosaicità della politica di Gio ­litti fu subito opposto l’eroicismo del nazionalismo corradiniano: ma occorre porre in rilievo che se le pa ­role d’ordine più rotonde e altiso ­nanti furono quelle della guerra e dell’espansione coloniale, altre e non meno interessanti e importanti for ­mulazioni dell’ideologia nazionalista furono quelle che costituirono la ve ­ra ossatura del movimento. In un’epo ­ca d’imperialismi dirompenti, indica ­re le reali o pretese necessità d’una conquista coloniale poteva anche non essere un sintomo preoccupante; ma la gravità della posizione nazionalista era piuttosto rappresentata da altri fattori, destinati a più tenace for ­tuna che non l’esplosivo « irraziona ­lismo » guerrafondaio estetizzante di Enrico Corradini.

A parte il continuo ditirambo spie ­gato nei discorsi, nei romanzi e nel ­le corrispondenze da Corradini, a par ­te la « resurrezione del patriottismo », il nazionalismo si sostanziava di più seri ingredienti, che si potevano rias ­sumere nell’antisocialismo di base che ne costituiva la più coerente e meno « irrazionale » caratteristica. Se si guarda alle costanti nazionalisti ­che dall’inizio del secolo sino al 1922 e oltre, si può ben cogliere la funzio ­ne critica che esso esercitò nei con ­fronti della politica giolittiana che rappresentava l’unico serio tentativo d’una modernizzazione e d’un am ­pliamento della vita democratica ita ­liana.

Quando Corradini proclamava che « sono cronaca che passa, le agitazio ­ni dei cittadini dentro il confine; so ­no storia gli atti della nazione in co ­spetto delle altre nazioni », egli non operava soltanto una « svalutazione della politica interna… in funzione di pungolo per spingere la classe diri ­gente a operare una diversa politica estera », ma assumeva una precisa posizione proprio su quella politica interna che da una diversa politica’ estera avrebbe potuto (come in buo ­na parte fu) esser messa in crisi o addirittura liquidata.

La riprova di questo paradosso, per cui, nonostante l’apparentemente van ­tato primato della politica estera, la vera preminenza per il nazionali ­smo nel suo sviluppo politico era in realtà detenuta dalla politica interna, si può cogliere ripercorrendo atten ­tamente la storia del movimento e notando come al congresso fiorentino del 1910 i « padri fondatori » potes ­sero mettersi d’accordo a mala pena sulla base della « comune convinzio ­ne della mancanza d’una attiva politi ­ca estera italiana », ma che ben pre ­sto si mise in moto un processo di decantazione e di chiarificazione, al termine del quale l’ideologia e la pras ­si nazionaliste acquistarono un’abbastanza organica fisionomia, proprio sulla base d’una presa di posizione sui più importanti problemi di politi ­ca economico-sociale, di strategia e di tattica elettorale, di strutturazione dello Stato. In questo quadro trovano più che logica spiegazione episodi co ­me la campagna anti-massonica del 1913 e l’alleanza elettorale con i clerico-moderati in funzione antibloccarda, e diventano del tutto chiare le connivenze naturali con i gruppi più conservatori del mondo industriale.

L’operazione politica di fondo era sostanzialmente individuabile nel ­l’obiettivo di far saltare la cerniera che collegava, nel sistema politico giolittiano, la « sinistra » liberale alle for ­ze popolari, e che era rappresentata dalle posizioni radicali, per costruire, sulla destra, un’altra cerniera che po ­tesse operare un collegamento con le forze cattoliche su posizioni conser ­vatrici. In questo gioco â— che non fu dei soli nazionalisti, ma altresì della destra liberale (Salandra) â— stava d’altra parte l’elemento che innesta ­va il nazionalismo nella realtà politi ­ca italiana e ne faceva la coscienza critica del conservatorismo.

Funzione, dunque â— quella nazio ­nalista â— di netta rottura dell’equi ­librio pazientemente costruito da Giolitti, al cui assalto, con diverse mo ­venze, si accinse, in diverso ambito, anche il movimento futurista, del quale una valutazione in termini po ­litici sembra essere piuttosto com ­plessa. Lasciando da parte la funzio ­ne di rottura in campo artistico, rie ­sce piuttosto difficile condividere il giudizio che del futurismo dava Gramsci verso l’inizio del 1922. Che l’azione dirompente condotta nei con ­fronti della tradizione letteraria cul ­turale e accademica potesse « obietti ­vamente coincidere » con la lotta del movimento operaio « per rompere le vecchie strutture economiche e poli ­tiche » è un fatto più asserito che di ­mostrato â— a meno che non si voglia ­no creare giudizi di tipo « milazziano » avanti lettera.

A Gramsci, formulare quel giudi ­zio poteva indubbiamente giovare, ma occorre non scambiare l’interesse dell’uomo politico con la realtà e non confondere le posizioni strumentalistiche con il giudizio storiografico. In verità, al movimento operaio interes ­sava o sarebbe dovuto interessare pa ­recchio non solo la rottura (ammesso che essa rappresentasse un fatto « obiettivamente » positivo), ma an ­che (forse soprattutto) il modo e la direzione in cui la rottura avveniva.

Né a questa considerazione pare possibile sfuggire allegando un’artifi ­ciosa tripartizione cronologica della storia del futurismo politico. Dimo ­strare un’estrazione democratica del futurismo ante-guerra mondiale è im ­presa un po’ complicata: bisogna far sparire Mafarka, Le monoplan du Pape e Roi Bombance (che è un ro ­manzo a chiave) e scambiare per ri ­voluzionari dei semplici sovversivi.

Visto 17 volte, 1 visite odierne.

Commenti

Una risposta a “I parenti prossimi del fascismo. I padri all’assalto”

  1. Avatar Carlo Capone
    Carlo Capone

    Articolo interesante ancorchè dallo stile un po’ involuto.

    L’idrogeno e l’ossigeno sono i precursori dell’acqua, senza di essi non si forma.  Occorre però che      subiscano una forte scarica elettrica affinchè diano luogo a quel liquido.
    Ugualmente,   il nazionalismo, il futurismo e un generico revanscismo senza reali punti di appoggio, furono i precursori del fascismo. ma se non ci fosse stata la scarica   violenta    della guerra 15-18 non credo che esso si sarebbe affermato.

    E comunque, volendo analizzare le cause per cui il movimento  dei fasci  alla fine si impose, a parer mio non vanno sottovalutati gli avvenimenti internazionali di quel biennio di sangue e rivolgimenti sociali che  fu il 19 -20, con la rivoluzione di ottobre in primo piano. Da qui lo spavento di una classe agraria e imprenditoriale  più miopi di talpe  (  d’altro canto gli agrari e gli industriali non hanno come fine l’apostolato laico,  nè alcun  obbligo di esercitarlo), al quale spavento si aggiungero i pavori  di una Corona mai del tutto convertita alla legittima costituzionale, e le meschine fobie di  un piccolo ceto tra i  più meschini d’Europa.  Insomma, come se ossigeno e idrogeno avessero bisogno di scarica doppia per formare l’acqua.