di Mario Cervi
[dal “Corriere della Sera”, domenica 21 settembre 1969]
« Vorrei considerare la prigionia degli italiani du rante l’ultimo conflitto come un fatto storico unitario, e perciò globalmente. Solo così potrò avere e cercare di ren dere una visione totale del fenomeno in tutte le sue di mensioni ». Con queste parole Luigi Pignatelli, patrizio na poletano, combattente, diplo matico, giornalista, uomo di notevole cultura e di grande cuore, tracciava, nel 1964, le linee essenziali di un saggio sulle vicende dei prigionieri di guerra italiani. Luigi Pi gnatelli è morto prima di po ter elaborare e filtrare, in una esposizione organica, il molto materiale raccolto.
Ma le sue note, e la docu mentazione di esperienze vis sute nei più disparati e lon tani campi di prigionia, pote vano di per sé sole diventare libro. Il volume « Il secondo regno – I prigionieri italiani nell’ultimo conflitto » (Longa nesi ed., pp. 340, L. 2000) è appunto il risultato della fa tica del Pignatelli, curata da Francesca di Strangoli, con una prefazione di Franco Fé. Il titolo si riallaccia alla terzina del Purgatorio dantesco « E canterò di quel secondo regno / ove l’umano spirito si purga / e di salire al ciel diventa degno ».
La tragedia della guerra te merariamente dichiarata e malamente perduta ha avu to nei campi di prigionia un epilogo che è stato triste e avvilente dovunque: e che spesso â— basta pensare alla Russia â— ha accoppiato alla prigionia la morte. Le cifre sono impressionanti: un mi lione e trecentocinquantaseimila tra prigionieri e inter nati: 615.000 in mano tedesca, 408.000 in mano inglese, 80.000 in mano russa, 62.500 in ma no jugoslava, il resto suddivi so tra greci, francesi e altri. Luigi Pignatelli aveva fatto parte di questa armata le cui sofferenze non erano neppure illuminate dall’ebrezza del combattimento, dalla speranza della conquista. Era stato catturato dagli inglesi il 19 febbraio 1942, ed era rimasto fino al 1945 in campi del l’Egitto o del Sudan.
La prigionia è di per se stessa una dura prova. Diven ta ancora meno sopportabile se ad essa si accompagna, at traverso notizie sempre più sconfortanti, la sensazione che il proprio paese si avvii alla sconfitta; e diventa un inferno allorché divisioni in testine, come quelle causate dagli avvenimenti del 25 lu glio e dell’8 settembre 1943, spezzino anche l’ultima, vera corazza dei prigionieri contro l’abbattimento: la solidarietà, la compattezza.
Nel libro è sottolineato che « tutti, salvo eccezioni indivi duali, ci furono nemici, ci umiliarono, ci fecero del ma le » e che se esistessero pro fonde differenze di tratta mento (la sorte di coloro che combattevano in Russia fu di gran lunga la più atroce) l’at teggiamento psicologico dei vincitori era comunque pu nitivo. Non si fece distinzio ne tra gli italiani e il fasci smo. Osservazione esatta che però, se è consentito un ap punto, deriva dall’eterna il lusione italiana di poter su perare i momenti difficili fi dando su una irrazionale e presunta simpatia altrui.
Pignatelli ha considerato le situazioni dal punto di vista del prigioniero: non si è per ciò attardato, di proposito, in un esame delle follie politi che e militari che buttarono allo sbaraglio, verso la pri gionia o verso il cimitero, tanti giovani. Non manca tut tavia un rilievo amaro e spie tato: « L’atteggiamento di in sofferenza di alcuni prigionieri di parte fascista induce a due considerazioni: questi guerrieri che erano partiti alla conquista del mondo fe cero poi molto presto a con statare che i piselli erano troppo piccanti, che il mate rasso mancò per qualche not te; il che, insieme all’aria di superiorità verso i detentori, è anche prova di provinciali smo, e in definitiva di igno ranza ». A far da contrappe so a questo giudizio severo, che riguarda comunque una minoranza dì prigionieri, sta l’altro: « A onore del prigio niero italiano si può afferma re con sicura coscienza che in complesso non disperse la propria dignità di soldato, neppure sotto le più forti pressioni, come è accaduto tanto in Russia quanto in Germania ».