Il dramma dell’intervento: Da Giolitti a Salandra

di Fernando Mazzotti
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 13 novembre 1969]

Difensore e in pari tempo accusatore di Salandra è stato nei suoi scritti Brunel ­lo Vigezzi. Ha contribuito in ­fatti a sfatare la leggenda del colpo di Stato del maggio « radioso ». Oggi si può esclu ­dere che Salandra abbia fo ­mentato o secondato le di ­mostrazioni di piazza e le agi ­tazioni a favore dell’inter ­vento allo scopo di fare vio ­lenza al Parlamento, che coi famosi biglietti da visita re ­capitati a casa Giolitti ave ­va già espresso una volontà neutralista. Tali dimostrazio ­ni furono un imprevisto per lo stesso Salandra.

Tuttavia si deve fare ca ­rico al presidente del Consi ­glio di non aver saputo sol ­levarsi a una politica di con ­ciliazione nel momento in cui si sanciva la vittoria degli interventisti sui neutralisti. Le sue direttive repressive impartite ai prefetti nei con ­fronti di questi ultimi, of ­frono il segno della carenza d’interpretazione liberale del ­la sua politica.

Mentre appare quindi ec ­cessivo indicare nel maggio 1915 le origini del fascismo, se si osservano peraltro tali metodi e atteggiamenti si può riscontrare l’inizio della disgregazione del sistema po ­litico italiano. E’ questa la tesi che scaturisce dal recente libro di Vigezzi (Da Giolitti a Salandra, Vallecchi, pp. 410, L. 3.500) ove né Giolitti né Salandra sono i protago ­nisti, sibbene tutta la classe politica e dirigente italiana alla vigilia della prima guer ­ra mondiale. Il libro è in real ­tà composto da una serie di ricerche in parte già edite e da documenti originali com ­prendenti un interessantissi ­mo carteggio dell’amministratore delegato della Banca Commerciale Otto Joel con il principe di Bülow e con Jagow, sottosegretario agli este ­ri tedesco, ed altre carte re ­lative ai « liberali » milanesi nel 1914-15 e ad un’inchiesta sullo stato dello spirito pub ­blico.

Singolare ed eccezionale fi ­gura questo Joel, da molti an ­ni cittadino italiano, ma con ­siderato « proconsole » tede ­sco. Ovviamente neutralista, aveva della realtà italiana una visione acuta e distac ­cata che lo portava ad essere critico penetrante della cau ­sa neutralista, e ben più chia ­roveggente dell’ex cancelliere von Bülow, venuto come si sa nel nostro paese in mis ­sione speciale per cercare di trattenere l’Italia fuori dal conflitto. Con una intelligen ­za capace di filtrare gli stati emotivi, egli confutava ama ­ramente l’ottimismo dei suoi interlocutori.

Osservava che nulla aveva fatto l’Austria negli ultimi anni per evitare i risentimenti italiani riguardo all’irreden ­tismo triestino: che restava un grave punto di frizione non realisticamente valutato dalla politica austriaca. Il materiale «infiammabile » non era poco. Joel intuiva d’al ­tronde che la monarchia restava in Italia il simbolo del ­l’unità, tale da incarnare nel concetto « della grande mas ­sa la garanzia che i sogni dei suoi “martiri” si realizzeran ­no sempre a grado ». E sug ­gestivamente   presagiva, fin dal dicembre, lo scatenarsi dei tumulti per l’intervento.

Mentre le lettere e le pru ­denti iniziative finanziarie di Joel recano non poca luce sul sottofondo del « parec ­chio » giolittiano, le altre car ­te consentono di ricostruire le insufficienze d’impostazione della « politica nazionale » pa ­trocinata da Salandra, con ­sistente nell’aspirazione a un grande partito liberale-con ­servatore aperto ai cattolici e refrattario alle influenze di radicali e riformisti. Vi si coglie anzi l’incapacità orga ­nica di tale politica a sosti ­tuire   l’equilibrio giolittiano.

Era sulla scena una classe dirigente profondamente tra ­vagliata: tormentata da per ­plessità e incertezze sull’al ­ternativa « guerra o pace ». Di fronte all’angoscia di una svolta terribile e imprevista, si insinuava in non pochi esponenti di questa classe â— come il deputato lombardo De Capitani â— un atteggia ­mento abdicatario di delega a Salandra, uno stato d’ani ­mo già implicante la disso ­luzione dei cosiddetti inutili inciampi costituiti dai parti ­ti. Una riunione di salandri-ni â— riferita dal senatore Canzi â— denunciava nel feb ­braio come nessuno sapesse assumersi una responsabilità precisa: tutti si dicevano pronti ad affrontare la guer ­ra ma tutti egualmente sug ­gerivano la via delle tratta ­tive e quasi si avvicinavano alla linea del detestato « pa ­recchio ».

Uno dei più avvertiti, il direttore del Corriere Luigi Albertini, portava a mag ­giore coscienza un risvolto di politica interna dell’inter ­ventismo conservatore: ciò che si voleva sventare era il ritorno di Giolitti al po ­tere per colpire alle radici il regime giolittiano. Così, per vie diverse, si andavano av ­viluppando i nodi della « po ­litica nazionale ». Era una crisi che coinvolgeva gli stes ­si giolittiani, anch’essi in fon ­do incapaci di proporre una diversa soluzione, e le altre correnti neutraliste, e tale da investire tutto il paese con le masse lontane e pas ­sive.

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