Mussolini e l’antipapa Farinacci

di Fernando Manzotti
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 27 febbraio 1969]

Dal discorso del 3 gennaio ’25, che scioglieva i nodi creati dalla crisi Matteotti, alle elezioni a lista unica del ’29 la vita politica ita ­liana sembra procedere se ­condo una linea malinco ­nicamente unitaria. L’anti ­fascismo conta sempre me ­no, ridotto ai margini della legalità e poi alla clande ­stinità, mentre il fascismo, ormai in sella, instaura gra ­datamente il regime. Si è soliti infatti indicare i prin ­cipali eventi od atti legisla ­tivi che segnano le tappe di questo iter e che â— per dirla con Mussolini â— vengono a. rimpiazzare il « costumino » costituzionale dello Statuto albertino: scioglimento dei partiti e della massoneria, ampie facoltà al governo di emanare decreti-leggi, esten ­sione dei poteri dei prefet ­ti, riforme dei codici, nuo ­va legislazione sulla cittadi ­nanza e sulla stampa, nuo ­ve attribuzioni e prerogative del capo   del governo.

In tale situazione non rie ­sce agevole cogliere i con ­trasti della lotta politica. Al colpo di Stato del 3 gennaio non corrisponde una concreta conoscenza della dinamica politica. Qual era il fa ­scismo che aveva vinto il 3 gennaio? Perché i cosiddetti fiancheggiatori, coloro cioè che avevano reso possibile al fascismo di governare sul ­la base di un sostanziale compromesso con le vecchie forze politiche, non abbatte ­rono Mussolini? Impegnato a rispondere a questi quesiti è il terzo volume della ben collaudata e organica ope ­ra di Renzo De Felice de ­dicata a Mussolini (Mussoli ­ni il fascista, parte II, ed. Einaudi, pp. 600, L. 6000): opera che nella misura in cui si allarga ad esplorare la storia d’Italia nel perio ­do fascista è inevitabile diventi qualcosa di diverso e di più che non una biogra ­fia nel senso stretto del ter ­mine.

Al di là delle facciate mo ­nolitiche, all’indomani del 3 gennaio Mussolini passò un periodo pesante di precarie ­tà per le opposte pressioni che agivano su di lui. Da un lato i fiancheggiatori lo condizionavano e rinuncia ­vano a disfarsene solo per il timore di un « salto nel buio », oltre che per le di ­visioni esistenti fra di loro. Dall’altro lato c’erano le pro ­teste e le reazioni dei fa ­scisti intransigenti i quali parlavano di Mussolini co ­me di un Giolitti rimesso a nuovo dalla cura Woronoff; si lamentavano che governo e partito fascista imbriglias ­sero la prosecuzione delle violenze di stampo squadri ­sta perché â— essi sostene ­vano â— la « normalità fa ­scista » non poteva essere la normalizzazione auspica ­ta dai fiancheggiatori. Tale conflitto giocava dialettica-niente a favore di Mussoli ­ni e recava in sé la mi ­gliore spiegazione dell’atteg ­giamento dei fiancheggiatori: Mussolini si rendeva inso ­stituibile perché non era soltanto un presidente del consiglio realizzatore di com ­promessi e di equilibri, ma era altresì un «duce » ca ­pace di imporre la propria volontà agli estremisti del suo partito. Valeva quindi la pena pagargli un prezzo affinché tenesse a freno l’intransigentismo fascista.

Questa interpretazione di De Felice è senza dubbio acuta: si può però osserva ­re che i fiancheggiatori, non traducibili in una definita forza politica, rappresentano una nozione che va storio ­graficamente verificata e in ­verata. Poiché si va dalla monarchia ai cattolici sim ­patizzanti del fascismo, da taluni liberali di destra agli ex-nazionalisli, dagli organi ­smi economici all’associazio ­ne combattenti. Forze e ceti eterogenei fuori e dentro il partito fascista e impegnati in una lotta politica « sui generis » rispetto a quella dei partiti.

Non avendo, comunque, questi «fiancheggiatori » pre ­so nessuna iniziativa fra il gennaio e il febbraio ’25, Mussolini si trovò esposto alle accuse degli intransi ­genti che vedevano la «ri ­voluzione fascista » scadere ad operazione trasformistico-autoritaria su vastissima scala. Mussolini fu così in ­dotto a nominare segretario del partito Roberto Farinac ­ci, dal quale lo divideva una valutazione pregiudizia ­le sul rapporto fra partito fascista e governo. Per il futuro « duce » il rafforzamento del partito si inqua ­drava in una visione poli ­tica generale che aveva co ­me punto di riferimento es ­senziale lo Stato, al quale assegnava una posizione di supremazia; per Farinacci invece il partito doveva esercitare una funzione pre ­minente rispetto alle altre forze e agli stessi poteri dello Stato. Ma nonostante questo e altri dissensi di fondo, l’intransigentismo di Farinacci era strumentaliz ­zato da Mussolini perché gli consentiva di soddisfare e in pari tempo di tenere a bada gli estremisti, e gli serviva per deviare su Fa ­rinacci stesso i malumori dei     « fiancheggiatori ».

Senonché col passare del tempo si accrebbero le in ­sofferenze contro i metodi di ­scriminatori del ras di Cre ­mona e si deplorò aperta ­mente l’andazzo di sostitui ­re i « baroni tricolori » ai « baroni rossi ». Due grossi avvenimenti di significato opposto ebbero il risultato convergente di determinare la liquidazione della segre ­teria Farinacci. Gli eccidi di Firenze dell’ottobre “25, det ­ti le « notti di san Barto ­lomeo » fiorentine, sollevaro ­no sentimenti di odiosità verso il fascismo. Un mese dopo ci fu il fallito atten ­tato Zaniboni a Mussolini: un attentato che ebbe l’ef ­fetto di solvente. Quei ceti dirigenti che fino allora era ­no stati incerti, ora, per garantirsi dal sovversivismo sia rosso, sia nero, punta ­rono tutto su Mussolini e passarono, insieme alla gran ­de stampa liberale, a soste ­nere più o meno esplicita ­mente il governo fascista. In   siffatte mutate condi ­zioni non aveva più senso la permanenza di Farinacci alla segreteria del partito. L’esponente cremonese in ­ghiottii il suo allontana ­mento. Rinfacciò per lette ­ra a Mussolini i suoi me ­riti. Illuminante della psi ­cologia del « duce » è una tagliente risposta a chi an ­dava assumendo «aria di Antipapa » e si dichiarava « anarchico fascista ». « Può darsi â— ribatteva seccamen ­te Mussolini a Farinacci â— che io debba qualche cosa a qualcuno, te compreso; ma gli altri mi debbono una infinita gratitudine, te com ­preso. Io sono di gran lun ­ga creditore di tutti, indi ­scutibilmente ».

In poche settimane la si ­tuazione cambiò completa ­mente, tanto che Balbo os ­servò che non si trovava più un antifascista a pagarlo a peso d’oro. Così la strada era sgombra al consolida ­mento del fascismo median ­te l’erezione di nuove strut ­ture dello Stato, i Patti del Laterano, e il « plebiscito » del marzo ’20. Questo segnò veramente una svolta: da allora il regime si poteva dire fondato. Essendo ogni forma di opposizione stron ­cata, da qualche parte spun ­tò persino la speranza che l’avvenuta normalizzazione permettesse al fascismo una pacificazione interna e una certa liberalizzazione. Senon ­ché, a dispetto del suo trion ­fo, il fascismo non poteva dirsi veramente vincitore di fronte alla totalità del pae ­se, e mai avrebbe potuto smobilitare le sistematiche misure di polizia contro i suoi avversari. Giacché, co ­me un attore romano ebbe a punzecchiare dalla scena Giulio Cesare: «E’ costret ­to a temere molti chi molti fa temere ».

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