Una nuova capitale per la Libia /1

di Paolo Monelli
[dal “Corriere della Sera”, domenica 16 marzo 1969]

Tripoli, marzo 1969. Il luglio del 1942 Benito Mussolini, eccitato dalla rapida avanzata delle truppe italiane e tedesche in Egitto fino ad el Alamein, si trasfe ­rì in Libia fantasticando di un suo imminente trionfale ingresso al Cairo. (Dal mini ­stero della cultura popolare furono invitati i principali giornali ad inviare in Libia « giornalisti pratici di dimostrazioni »). Prese alloggio a seicento chilometri dalla pri ­ma linea, sull’altipiano cire ­naico che coloni italiani da tre o quattro anni stavano mettendo a coltura, pacifica retrovia, in una casetta a mezza costa sommersa da centinaia di sacchetti di ter ­ra, presso il villaggio agricolo di Beda Littoria. Luogo sacro per gli arabi; sorge in quei pressi il più illustre marabut ­to della Cirenaica, la tomba del santone Sidi Raafa, del VII secolo, ed una zauia (scuola religiosa) creata nel 1840 dal nonno del re attua ­le, Muhammed Ibn Ali As ­suntisi, « il gran Senusso », fondatore della confraterni ­ta musulmana che ne prese il nome: un movimento religio ­so che si è diffuso special ­mente fra i beduini, i noma ­di del deserto, e intende ri ­condurre l’Islàm all’originale purezza e durezza di vita. (Il marabutto, rovinato nel cor ­so della guerra italo-turca, fu poi restaurato dal nostro governo).

Mussolini era appena arri ­vato sull’altra sponda che i preparativi per la ripresa del ­l’offensiva si interruppero; non giungeva più un solo ba ­rile di benzina attraverso il mare dominato dagli inglesi, né un pezzo di ricambio per i carri armati. Il potente pas ­sò una ventina di giorni in ozio inglorioso andando a caccia di pernici con il fu ­cile mitragliatore, e scenden ­do ogni tanto sulla strada a dar la baia ai prigionieri in ­glesi diretti ai campi di con ­centramento; finché, deluso e ammalato, tornò a Roma.

Ora sul luogo della sua ef ­fimera residenza, e per chi ­lometri quadrati intorno, è nata la nuova capitale della Libia, el Beda (che gli arabi trascrivono Beida); vi hanno lavorato e vi lavorano tuttora numerose imprese edilizie, quasi tutte italiane, già sono pronti quartieri per decine di migliaia di abitanti che sono ancora in mente Dei, solenni edifici pubblici come il parla ­mento, scuole, una accademia di arti e mestieri, falansteri per deputati, senatori, mini ­stri, funzionari, centinaia di villette, casermoni che si le ­vano compatti su da un ter ­reno ancora sconvolto, ché non si sono ancora fatte le strade, e l’acquedotto sarà pronto solo alla fine del pros ­simo anno. E accanto ad un grandioso albergo e ai caser ­moni è sorto un brulicante mercato. E’ un frettoloso can ­tiere, un andirivieni di cen ­tinaia di autocarri, un por mano a tante faccende tutte insieme, che è l’aspetto più caratteristico di questo paese che è uno degli Stati più nuo ­vi del mondo, e testimonia nelle città dissepolte â— Sabratha, Tolemaide, Cirene, Leptis Magna â— di una ci ­viltà greca e romana che ri ­sale a venticinque secoli fa; e ha meno di un milione e mezzo di abitanti sopra una superficie che è sei volte quel ­la dell’Italia; ed è passato in cinque anni da un’indigenza rassegnata ad una prosperità vigorosa e confidente, da quel giorno del 1959 che un pozzo presso Zelten, nel deserto sirtico, in dodici ore portò alla superficie petrolio da una profondità di 1800 metri nel ­la misura di 17.500 barili al giorno (un barile è uguale a 156 litri).

Nel 1955 il giornalista ame ­ricano John Gunther nel suo libro Inside Africa paragona ­va la Libia ad un bambino che stia ancora imparando a camminare: «E’ forse il più povero Stato del mondo, con un incerto futuro, che vive soltanto dei regolari sussidi dell’Inghilterra e degli Stati Uniti ». Ed ora si concede il lusso di costruirsi una quarta capitale nuova di zecca. Ce n’era il bisogno?

Il regno di Libia è nato il 1 ° gennaio del 1952 come una confederazione di tre Stati, Tripolitania, capitale Tripoli; Cirenaica, capitale Bengasi; Fezzan (immensa regione de ­sertica del sud con cinquanta ­mila abitanti, per lo più no ­madi), capitale Sebha. Il go ­verno si trasportava ogni due anni da Tripoli a Bengasi, e da Bengasi a Tripoli, e così facevano il parlamento e i funzionari dei ministeri. L’an ­no 1965 un emendamento del ­la costituzione cambiò la for ­ma dello Stato, da federale ad unitario; e subito si pen ­sò a fare di Beda la capi ­tale del regno unito; e già lo scorso anno il re vi inau ­gurò solennemente la sessio ­ne del parlamento.

Un sovrano savio

Re Idriss I (che è sulla so ­glia degli ottant’anni) è nipo ­te, dunque, del fondatore del ­l’ordine dei Senussi. Nomina ­to gran Senusso nel 1917, poi proclamato emiro della Cire ­naica, e nel 1950 acclamato re di Libia, è universalmente lo ­dato come sovrano giusto e savio, equilibrato e pacifico. Ma si dice che il suo cuore sia sempre con i cirenaici, che si sentono diversi dai tripolitani (si vantano di essere gli eredi dell’antica civiltà greca mentre i tripolitani ri ­salgono soltanto ai cartagine ­si e ai romani); e soprattutto con quei cirenaici che profes ­sano la dottrina senussita: in fondo la nuova capitale è cresciuta su dalla zauìa ori ­ginaria di cui ho detto, dive ­nuta oggi una grande univer ­sità islamica, con grandi co ­modi alloggi per studenti di ogni parte del mondo arabo e per un corpo di teologi dottissimi.

Vi sono giunto per l’antica strada litoranea costruita dal governatore Italo Balbo, che si stende dal confine tu ­nisino a quell’altipiano; che ora una ditta italiana sta raddoppiando, costruendo qua e là tronchi nuovi per cor ­reggerne il percorso, con ope ­re d’arte e grandi viadotti che scavalcano forre bosco ­se. Si passa accanto a caset ­te tutte uguali, le più ab ­bandonate; sono quelle co ­struite per i coloni che ven ­nero qui gli anni ’38 e ’39 per cura dell’ente per la colonizzazione della Cirenaica, ebbero appena il tempo dì piantare eucalipti e tamerici e seminare grano ed orzo che li sorprese la guerra, e la fine del 1942 l’ordine del mi ­nistero delle colonie di pian ­tar tutto e rientrare in fretta in Italia (avevano subito an ­gherie e danni nel corso del ­la prima avanzata inglese, si temeva di peggio per la se ­conda preveduta imminente). Di duemila famiglie che era ­no ne rimasero una sessanti ­na, che rimpatriarono tutte dopo la fine della guerra; finché ne rimase una sola, una famiglia bolognese che restò a lungo indisturbata a coltivare il suo podere presso Barce, finché scomparve an ­che quella. Della loro opera è rimasto qua e là un man ­to verde su ciò che era terreno incolto e steppa, per cui oggi questa parte della Cirenaica è chiamata « la mon ­tagna verde ».

Barce risorta

Là dove la strada esce da un labirinto di collinette ton ­de e la vista si allarga su una grande estensione di terreno fino ad una vasta luce d’acque ai piedi di un azzurro gradino dell’altopiano, che prendo sulle prime per un fe ­nomeno di fata Morgana (è invece un lago estemporaneo d’acqua piovana che scompa ­rirà con i primi calori), un cartello sulla strada annun ­cia che l’abitato che mi vie ­ne incontro è Barce; la nuo ­va Barce costruita in luogo dell’antica, fondata venticin ­que secoli fa dai greci di Cirene, e distrutta da un ter ­remoto l’anno 1963.

Dopo quello che ho veduto, penso che noi italiani dovrem ­mo venire a prendere lezione dai libici. Appena sgomberati i superstiti dalle case rovinate le autorità fecero venire un geologo giapponese che in ­dicasse il luogo più adatto per rifare la città (e il geologo indicò una conca cinque chi ­lometri distante), ne affida ­rono due anni fa la ricostru ­zione a due ditte italiane, con un piano regolatore per cui sorsero prima di tutto l’ospe ­dale, la scuola, il municipio, la moschea, poi gruppi di ca ­sette linde, allineate lungo viali ove sono già piantati gli alberelli, ben sostenuti, che diverranno in breve frondosi eucalipti o tamerici. A cin ­que anni dal cataclisma Barce ricomincia a vivere, i citta ­dini vi ritornano fiduciosi. Credete che fra quattro anni saranno scomparse le tracce del terremoto che sconvolse la Sicilia occidentale, e que ­gli abitanti avranno tutti ospedali e scuole e case co ­mode e accoglienti?

L’arco di trionfo

Beda, a seicento metri di altitudine, si annuncia con un arco di trionfo, e i grandiosi edifici della università islamica; ed un foltissimo viale di grandi alberi porta alla città che si distende fin dove giunge l’occhio sopra dossi ondulati. Finché durò la luce del giorno, e andai a parlare con i dirigenti e gli operai specializzati delle ditte italia ­ne che hanno eretto il quar ­tiere destinato ai ministri ai senatori ai deputati, e le tre ­cento ville e gli ottocento ap ­partamenti per funzionari e professori e impiegati, e di quella che sta costruendo l’ac ­quedotto; e vidi le bottegucce intorno alla piazza del mer ­cato traboccanti delle merci di consumo provenienti da ogni parte d’Europa e dal Giappone, e gli indigeni, che lavorano nelle imprese di co ­struzione e si trovano le ta ­sche piene dì quattrini di cui non sanno che fare, compe ­rare cose mai prima vedute o desiderate, apparecchi ra ­dio e televisivi, dischi e gira ­dischi, mobili alla lombarda, poltrone alla tedesca, e ve ­stiti e maglioni di foggia eu ­ropea, e scarpe, e suppellet ­tili di cucina; finché avevo gente intorno potevo ancora illudermi di essere in una cit ­tà come tante altre, in rapido sviluppo.

Ma venuta la sera, dirada ­ta la folla intorno al mercato, scomparse le maestranze ne ­gli alloggi o nelle mense, da quelle infinite case lucide e vuote, buie le finestre, nessuna anima intorno, non una voce, non un suono, solo qualche raro passaggio di autocarri, mi venne uno sgomento allu ­cinato. Mi vennero in mente i discorsi sentiti a Tripoli, che deputati e senatori e fun ­zionari e impiegati, i membri di quel sottilissimo strato so ­ciale che può avere uno Stato di cui i tre quarti degli abi ­tanti vivono nelle campagne o sono nomadi, non hanno al ­cuna intenzione di trasferirsi in questa città nuova, di la ­sciare Tripoli e Bengasi che hanno una vita moderna, sono affacciate al mare di Eu ­ropa, e hanno spiagge e casi ­ni da gioco. E se a Bengasi lo spirito religioso è più forte e resistono i costumi all’anti ­ca, Tripoli è più vivace e spregiudicata; ma come passare il tempo in questa metropoli sacra, sede di una grande uni ­versità religiosa dove finora non si è vista una donna bianca; capitale della Senussia che vieta ai suoi adepti il canto, la musica, la danza, il tabacco, oltre alla comune astinenza dal vino che il Co ­rano raccomanda ai suoi fe ­deli (« O credenti, il vino è solo sozzura o opera di Sata ­na, tenetevene quindi lonta ­ni »)? (Al bar dell’albergo, che ha una clientela interna ­zionale, il mio compagno li ­bico, che avevo visto bere li ­beramente un whisky a Tri ­poli, qui se ne astenne rigoro ­samente e, direi, ostentata ­mente.).

E, paradossale conseguenza d’un fenomeno di vita inten ­sa, di bramosia creatrice, di vertiginosi mutamenti, mi tor ­nò a mente la città dei morti del Cairo; quel grande quar ­tiere ai piedi della collina del Moqattam, intorno alle tombe dei califfi, ove capitai un po ­meriggio senza sapere, e mi trovai a camminare per gran ­di strade vuote, lungo case si ­lenziose, con porte da cui nes ­suno usciva, finestre a cui nessuno si affacciava; finché mi accorsi che quelle case era ­no tutte sepolcri, guardando attraverso le finestre del pian ­terreno vedevo nel mezzo di un cortiletto umido, cospar ­so di rami secchi di palme, le stele funerarie della famiglia.

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