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STORIA: La politica di Berta, marchesa di Toscana (7)

29 Marzo 2010

Capitolo terzo
1 -La “politica” di Berta , marchesa di Toscana
ANNO 900
Prima discesa in Italia di Ludovico III di Provenza e manovre politiche di Berta di Toscana in favore del figlio Ugo

La sconfitta di Berengario provocò, non piĂą tardi dell’estate del 900, la sfiducia di un gruppo di “grandi italiani”, (alla cui testa troviamo il marchese Adalberto di Toscana, dietro ai quali stava anche il papa Benedetto IV), che riuscì a concretizzare, in un’iniziativa precisa, il diffuso malcontento contro il sovrano sconfitto.

Essi avviarono così trattative con Ludovico re di Provenza, non ancora venticinquenne, a cui offrirono il regno d’Italia e la corona imperiale.

E’ certo che Berta, in qualche misura, entrò nelle manovre politiche del marito a proposito della chiamata in Italia di Ludovico di Provenza.

L’interesse della marchesa era predominante, poichĂ© si poteva sperare – e forse si era in qualche modo predisposto – che, acquistata l’Italia, e per di piĂą il titolo imperiale, da parte di Ludovico, la somma dei poteri del regno di Provenza sarebbe passata, col titolo regio, al figlio   Ugo (figlio di Berta e del primo marito, e che giĂ  aveva un posto eminente come conte di Vienne) oppure   che gli fosse affidato   qualche marchesato italiano, tolto ai filo-Berengariani[1].

2 -Le effimere corone del giovane Ludovico III
Anno 900 CittĂ  di Pavia
Ludovico III è incoronato re d’Italia

Ludovico accettò l’invito dei conti e dei vescovi italiani, e senza alcuna opposizione, fu eletto re a Pavia, il 5 (?) ottobre 900 nella chiesa di San Michele. Ancora una volta Berengario fu costretto a cercare rifugio nella marca friulana.

anno 901-CittĂ  di Roma –
Ludovico III viene incoronato imperatore
corona imperiale

Il papa Benedetto IV incoronò imperatore Ludovico III nel febbraio del 901 in base al criterio politico, sempre adottato dalla sede romana, di preferire un alleato lontano a uno vicino.

A Roma, Ludovico redasse alcuni diplomi imperiali, nominando tra l’altro iudice Teofilatto, uno dei personaggi intorno ai quali si monopolizzerĂ  la vita politica di Roma negli anni successivi.

Adalberto di Toscana seguì Ludovico nel suo percorso italiano: a Roma, dove assisté alla sua incoronazione imperiale e, al suo rientro, nella sede regale a Pavia.

3 -Lucca anno 902

I continui “voltafaccia” dei marchesi Adalberto e Berta

La politica di Ludovico III non dava a Berta i frutti sperati: Ludovico III, proprio perché imperatore, non intendeva lasciare ad altri il regno provenzale, e tanto meno fare di Ugo un viceré.

Di qui – e certo per ispirazione di Berta – si ebbe il subitaneo voltafaccia del marchese di Toscana, Adalberto II, che passò alla fazione   favorevole a Berengario, in un certo senso determinando la prima disavventura di Ludovico.

 Nella primavera-estate del 902 la prima fase del regno italiano di Ludovico di Provenza aveva avuto termine, dopo ventidue mesi circa, con la stessa sorprendente rapiditĂ  con la quale era cominciata: il 17 luglio 902 Berengario tornava di nuovo Pavia e ad essere re d’Italia.

Ludovico dovette impegnarsi sotto giuramento a non fare ritorno in Italia e fu costretto quindi a rientrare in Provenza decorato solo di un nominale titolo imperiale. E per tre anni, a partire da questo momento, Berengario poté regnare indisturbato.

Il potere di Adalberto e Berta era tale dunque da detronizzare un imperatore, inoltre, probabilmente, Ludovico aveva deluso altre aspettative della nobiltĂ  italiana.

 LUCCA ANNO 905
Magnificenza e sfarzo alla corte di Lucca di Adalberto II e di Berta
IL MARCHESE ADALBERTO II OSPITA
 L’IMPERATORE LUDOVICO III CON TUTTA LA SUA CORTE.
Le ricchezze di Adalberto messe in risalto dall’imperatore Ludovico III

“Ad Adalberto per essere re non manca che la corona”

4 –Lucca anno 905: “Ad Adalberto per essere re non manca che la corona”

Nell’anno 905 Ludovico di Provenza fu invitato, dai principi italiani, a ritornare in Italia. In questa seconda discesa i marchesi toscani si mantennero apparentemente neutrali fra il provenzale, con cui si erano interrotti i rapporti tre anni prima, e Berengario.

L’imperatore nella sua azione politica tesa al riconoscimento della sua autoritĂ  volle conoscere la corte dei marchesi di Toscana, dove fu ospitato con tutto il suo seguito. Stremato e impoverito dalle lotte sostenute contro i feudatari ribelli, si trovò di fronte la ricchissima corte comitale di Lucca e ne venne colpito al punto che affermò che ad Adalberto mancava solo la corona per essere re.

“Rex potius quam marchio poterai appellari; nullo quippe mihi inferior, nisi nomine solummodo est[2].”

“…Ma dopo breve tempo, Berengario cominciò a dare qualche preoccupazione proprio a questo Adalberto, che veniva aizzato assai dalla moglie Berta, madre del re Ugo, che poi, ai nostri tempi, regnò in Italia. Avvenne, quindi, che, dopo averlo consultato, gli altri principi italiani chiamassero Lodovico in loro soccorso. E quegli venne tosto in Italia, bramoso di regnare e dimentico del giuramento.

Berengario, vedendo che il sopravvenuto era sorretto tanto dagli Italiani che dai Toscani, riparò a Verona; ma Lodovico continuò a perseguitarlo, insieme con gli Italiani, lo cacciò anche da lì e sottomise con la forza tutto il regno.

Dopo tale impresa, parve opportuno al vincitore conoscere anche la Toscana così come conosceva l’Italia a lui circostante.

Uscì quindi da Pavia e si diresse a Lucca, dove fu accolto da Adalberto con molto garbo e con straordinari preparativi. Quando vide nelle case del suo ospite tante milizie eleganti, tanta dignità e tanto lusso, preso da invidia, disse di nascosto ai suoi:

“Questi potrebbe farsi chiamare re, meglio che marchese, non mi è inferiore in niente, salvo che nel titolo”.

Tale discorso non poteva rimanere ignoto ad Adalberto; quando lo conobbe anche Berta, che era donna astuta, non solo rimosse il suo sposo dalla fedeltĂ  che a Lodovico doveva, ma rese infedeli a costui anche altri principi d’Italia[3].”

Liutprando da Cremona

 Berengario elimina il rivale Ludovico III di Provenza facendolo accecare
Ludovico III fu re dal 900 al 902 -dal 904 al 905
e imperatore dal 901 al 905

5- Berengario elimina il rivale Ludovico III di Provenza

Tre anni prima, nel 902, Ludovico III aveva lasciato l’Italia promettendo sotto giuramento di non tornare.

Infrangendo la promessa fatta, tenendo in troppo credito gli inviti dei nobili italiani, Ludovico III rientrò a Pavia – dove risulta presente almeno dal 4 giugno 905 – e tornò ad essere riconosciuto nuovamente come re d’Italia.

Da Pavia si diresse poi verso Verona dove entrò senza colpo ferire. Questa era abitualmente rifugio del suo rivale Berengario che, in questo caso, venne abbandonato anche dal vescovo della città, Adalardo.

Proprio a Verona, nel caldo luglio del 905, Ludovico ricevette la notizia della morte di Berengario.

In realtĂ  puntando sulla scarsa esperienza del suo rivale, che si era installato a Verona col presidio di un scorta insufficiente, Berengario stava preparando una pronta riscossa, che ebbe luogo giĂ  il 21 luglio o, al piĂą tardi, il primo agosto.

Berengario, entrato nottetempo in cittĂ , raggiunse attraverso il ponte Pietra   la riva sinistra dell’Adige, dove, all’alba, Ludovico, colto di sorpresa, probabilmente mentre stava festeggiando la vittoria con i suoi baroni, fu tratto fuori dal nascondiglio in cui aveva cercato scampo (nei pressi di quella stessa chiesa di S. Pietro che sarĂ  fatale anche a Berengario), e catturato.

.                     Berengario stesso, per assicurarsi la sorpresa e il successo, aveva fatto spargere la notizia della propria fine.

Ludovico venne punito atrocemente: gli furono strappati gli occhi[4], (era la pena normalmente prevista per gli spergiuri) e miseramente cieco venne rimandato nella natia Provenza. Aveva allora circa ventotto anni. Un cronista dell’epoca scrisse “avrebbe fatto bene a non muoversi mai”[5]. Da allora venne chiamato Ludovico III il Cieco.

                      Le speranze di Berta di cercare una posizione eminente per il figlio Ugo si realizzarono in questa strana e imprevista maniera: dopo l’atroce menomazione, Ludovico III affidò il governo della   Provenza a Ugo, conte di Vienne, duca e marchese, che per un ventennio fu il vero reggitore del regno di Provenza[6]. Nello stesso anno Berengario, eliminato l’avversario, potĂ© tornare ad essere re d’Italia

“Accadde, quindi, che mentre quegli si dirigeva a Verona, reduce dalla Toscana, e vi dimorava senza preoccupazioni e senza sospettare alcunché di male, Berengario corrompesse con denaro i custodi della città e vi entrasse alla mezzanotte, dopo aver radunato molti nemici fortissimi.

Dalla parte sinistra del fiume la città è difesa da un colle. Sulla sommità di questo colle si trova una chiesa di pregevole costruzione, eretta in onore del beatissimo principe degli Apostoli Pietro, ed ivi si fermò Lodovico.

                      Berengario entrò, come abbiamo detto, di notte nella città, passando furtivamente il ponte con i suoi soldati e giunse sin presso Lodovico. Questi fu svegliato dal clamore e dallo strepito della truppa, e nessuno seppe che si fosse celato, ad eccezione di un soldato di Berengario, che, mosso a misericordia, non volle tradirlo, ma lo aiutò a nascondersi.

                      Ma lo stesso soldato – convinto della clemenza di Berengario – gli mostrò il luogo dove   s’era rifugiato Lodovico.

                      Questi fu catturato e condotto dinanzi a Berengario, che lo rimproverò tenendogli il seguente discorso:

“Fino a quando, o Lodovico, abuserai della mia pazienza? Puoi forse negare di essere stato un giorno circondato, per mia abilità, dalle mie truppe, di guisa che non potevi più muovere contro di me? Non è vero, forse, che io ti ho lasciato andare, vinto da una misericordia che non ti   era affatto dovuta? Ti sei   accorto, dico, di essere stato legato con i lacci dello spergiuro? Mi assicurasti, infatti, che non saresti mai più entrato il Italia. Ti concedo la vita così come ho promesso a chi mi ti consegnò, però non solo comando ma pretendo che ti si strappino gli occhi.”

Dopo di che, Lodovico venne privato della vista e Berengario potette impadronirsi del regno[7].”

Liutprando da Cremona

ROMA   Papa Sergio III[8], romano, viene   consacrato il 29 gennaio 904 (+911)con l’appoggio dei marchesi di Toscana.
Dall’898 era in esilio a Lucca
6 – Papa Sergio III viene consacrato con l’appoggio dei marchesi di Toscana

Sergio III, appartenente ad una nobile famiglia romana, imparentata con i Conti di Tuscolo, fu consacrato suddiacono da papa Marino, diacono da Stefano V e vescovo di Cere da Formoso; fu poi scomunicato ed esiliato da Giovanni IX. Ritornò a Roma oltre che con l’appoggio di Adalberto II di Toscana, anche con l’aiuto di Alberico, marchese di Camerino.

La sua ascesa al trono pontificio avvenne con un vero e proprio colpo di mano, che ebbe l’approvazione della famiglia di Teofilatto , dux et magister militum, nonchĂ© sacri palatii vesterarius, un uomo, cioè, che riuniva nelle sue mani il potere militare e quello dell’amministrazione romana. Facendo consacrare papa Sergio, egli riuscì ad avere in mano in pratica anche il trono pontificio[9].

Sergio III fu uomo volitivo e realizzatore, ricostruttore della basilica lateranense: tra i suoi meriti quello di aver creato una vasta e articolata alleanza fra i signori italiani per far fronte ai saraceni.

Sergio III morì il 14 aprile del 911 e fu sepolto nella “sua” basilica   di San Giovanni in Laterano.

Così scrive di lui Liutprando:…La causa del rancore fra papa Formoso e i Romani era stata questa. Quando era venuto a morte il predecessore di Formoso, era diacono della chiesa romana un certo Sergio, che una parte della popolazione aveva eletto papa. Però un’altra parte, e non delle ultime, desiderava come papa Formoso, vescovo di Ostia, data la sua religiositĂ  e la conoscenza che aveva delle dottrine divine. Mentre s’era sul punto di nominare vicario degli apostoli Sergio, il partito che favoriva Formoso, allontanò lui dall’altare con grande tumulto e minacce, ed elesse papa Formoso.

Sergio si recò allora in Toscana, per essere aiutato da quel potentissimo marchese Adalberto, e raggiunse il suo scopo.Quando uscì di vita Formoso ed Arnolfo morì nei propri stati, venne scacciato colui che era stato eletto dopo l’uccisione di Formoso ed Adalberto proclamò papa Sergio”.

 LA POLITICA MATRIMONIALE DI BERTA SUGGELLA ALLEANZE FRA I TRE DUCATI DELL’ITALIA
 CENTRALE : SPOLETO – TUSCIA – ROMANO

Roma anno   903 –   905?
Marozia – figlia di   Teofilatto e Teodora – sposa Alberico di Spoleto

Il matrimonio di Marozia con Alberico di Spoleto è probabile sia stato combinato alla corte di Lucca, o almeno col consenso dei marchesi toscani, per attirare il marchese spoletino in una specie di intesa fra i tre ducati dell’Italia Centrale: Spoleto, Tuscia, Romano, sotto la direzione del marchese Adalberto e con programma tipicamente autonomistico rispetto al Regnum ed all’impero bizantino.

Il che spiegherebbe ancor meglio l’atteggiamento di Adalberto e di Alberico di opposizione al progetto d’incoronazione imperiale di Berengario negli anni 906-908.

Questa specie di alleanza potrebbe anche aver facilitato piĂą tardi, dopo la morte di Alberico, le nozze di Marozia con Guido di Toscana. Ci si muoveva ormai in un ambiente fatto di alleanze e di rapporti consolidati
_______________________


[1] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.432.

[2] Liutprando da Cremona, Antapodosis, in Liutprandi Opera, M.G.H., Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, ed. J. Becker, Hannover-Leipzig, 1915, II, XXXVIIII, pp. 54-55.

[3] Liutprando da Cremona , Opere Grandi Ritorni, Tutte le opere, La restituzione,   La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli- (891-969) a cura di Alessandro Cutolo, pag. 95. Valentino Bompiani, 1945.

[4] Questa barbara usanza ebbe, alla corte carolingia, un tragico precedente nell’818. Il re d’Italia, Bernardo, che il nonno Carlomagno aveva confermato sul trono poco prima di morire, si ribello all’autoritĂ  dello zio Ludovico il Pio, che lo catturò e lo fece accecare; una crudeltĂ , ripresa dalla tradizione bizantina, che era in realtĂ  intesa come un atto d’indulgenza, giacchĂ© il colpevole, così mutilato, non avrebbe mai piĂą potuto regnare, e diventava perciò possibile risparmiargli la vita. Ma in questo caso il giovane re morì, in conseguenza dell’operazione, dopo tre giorni di atroce agonia.

-A. Barbero, Quando Pavia era capitale, pag. 95, sta in Medioevo, n. 6 (17) giugno 1998, Editore De Agostini-Rizzoli Periodici, Milano.
-A. Erba, Berengario Primo, Re d’Italia senza Regno e Imperatore senza impero, pag. 65, Todoriana Editrice, Milano, 1994.

[5] M.Milani –Storia d’Italia a puntate – n. ° 5 – Feudalesimo l’etĂ  dell’anarchia, pag 81. Sta in STORIA Illustrata – A. Mondadori Editore, Milano, n. 246, maggio 1978.

[6] G. Treccani – Berta di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana vol, 9. Roma, 1967, pp. 431-434 in particolare a pag.432.

[7] Liutprando da Cremona, Opere, Grandi Ritorni, Tutte le opere, La restituzione, Le Gesta di Ottone I , La relazione di un’ambasceria a Costantinopoli- (891-969) , pag. 97, a cura di Alessandro Cutolo, Valentino Bompiani Editore, Milano, 1945.

[8] P. Brezzi. Storia d’Italia –Dalla civiltĂ  latina alla nostra repubblica , vol. III, pag. 45, Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara , 1980.

– C. Rendina – I PAPI, storia e segreti , pp. 314,315, Newton Compton editori, Roma, 1983.

[9]L’azione esercitata da Adalberto su Roma, appoggiando l’ascesa di Teofilatto e riportandovi con la forza l’esule Sergio, portò indubbiamente il marchese ad esercitare un controllo sulla politica romana. Certo l’aristocrazia romana non pare abbia ostacolato l’azione di Adalberto, il quale se fu “missus” di Ludovico imperatore, potĂ© esercitare il suo ufficio anche nel decennio seguente, fino alla incoronazione di Berengario.

– G.Mor Una lettera di Berta di Toscana al Califfo di Bagdad, pag. 307, Archivio Storico Italiano CXIII (1954).

Vincenzo Moneta
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Bart