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STORIA: Lettera da me scritta a Gabrielli Rosi su don Giurlani

8 Luglio 2023

Gent.mo Comm. Carlo Gabrielli Rosi,

non può immaginare il piacere che mi ha fatto ricevere ieri sera, primo giorno del 1997, la Sua bella telefonata, nella quale mi dava notizia di avere già pronto il materiale per scrivere un ricordo di don Silvio Giurlani. Lei potrà colmare così una piccola lacuna nella storia locale della Resistenza, e far contento un parrocchiano della chiesa di San Tommaso in Pelleria che ebbe il privilegio di conoscerlo e di ricevere da lui preziosi insegnamenti.
Come Lei saprà, negli anni ’50 – gli anni del dopoguerra – il rione di Pelleria non godeva di buona fama nella città. Ospitava alcune donne malfamate e uomini avvezzi a lottare duramente per sopravvivere. Per un sacerdote, essere comandato ad amministrare una parrocchia come quella di San Tommaso in Pelleria equivaleva ad andare in Terra di missione, se non qualcosa di più. Don Silvio era nato a Collodi il 30 marzo 1908 ed era cresciuto in una famiglia agiata di industriali cartari. Ricordo tutte le volte, numerose, che i fratelli e le sorelle venivano a trovarlo. Ad essi ricorreva spesso quando si doveva acquistare un arredo o eseguire qualche lavoro importante alla chiesa. Furono generosi. Viveva con la matrigna Orsola, alla quale fu sempre attaccatissimo.
Seppe farsi voler bene in un ambiente che poteva apparire ostile. La spiegazione si può ricercare nel suo carattere schietto, forte e risoluto. Gli abitanti di Pelleria s’immaginarono, in principio, di trovarsi di fronte ad un sacerdote educato alle buone maniere – il suo aspetto era signorile – e quindi di poterlo dominare a piacimento. Invece conobbero una persona che, anziché compiangere la loro miseria, si mise al loro fianco, rimboccandosi le maniche, per aiutarli. Spesso anche in strada non mancava di litigare con qualcuno, fosse uomo o donna, perché non si vedeva mai in chiesa, e sarebbe stato capace di fare a pugni con chiunque avesse cercato la rissa. Con la sua bicicletta da donna di color nero attraversava in lungo e in largo la città per aiutare i parrocchiani. A molti procurò un lavoro onesto. Si avvaleva delle conoscenze acquisite durante la guerra e nella Resistenza. Chi a Lucca contava, sapeva ciò che valeva e che aveva fatto. Ero piccolo nei primi anni del dopoguerra, ma sentivo raccontare che spesso aveva accolto nella canonica ebrei e partigiani, ricercati dai fascisti e dalle SS. Qualche volta era stato costretto a salire sul campanile e sui tetti per sfuggire alla caccia dei tedeschi.
Con noi ragazzi non ebbe indulgenze. Tutti i nostri errori li rimarcava, ma non ci fece mancare nulla. D’estate si adoperava per cercarci un luogo dove potessimo allestire un campeggio. Parlava coi proprietari dei terreni e ne otteneva sempre il consenso. Così anche noi, che non potevamo permetterci la villeggiatura, avevamo la nostra vacanza. Furono campeggi memorabili, che sono rimasti impressi nella mia memoria, come in quella dei miei compagni. E anche quando il C.I.F. ed altre istituzioni organizzavano le colonie al mare e ai monti, riusciva ad inviarci molti di noi.
Sotto la sua guida il rione conobbe un fervore di attività insolito. La locale sezione di Azione Cattolica intitolata “G. Pistoni” annoverava numerosi iscritti, praticamente tutti i ragazzi di Pelleria. Il pomeriggio, dopo aver studiato e fatto i compiti, ci si ritrovava nei locali della parrocchia. Si giocava a ping-pong, a biliardino o si redigevano gli articoli e si componevano i disegni per i giornalini dei vari gruppi in cui eravamo divisi. Don Silvio, che dalla sua casa poteva accedere direttamente ai locali, passava quasi sempre a salutarci. Nel giardino adiacente, tanto fece che riuscì a costruire un nuovo edificio, nel quale organizzò, con l’aiuto del C.I.F., il doposcuola. Se si aggiunge che già operava l’asilo, retto da una suora ancora vivente, della quale proprio nel ’96 è stato celebrato presso le Suore Dorotee il 50° anniversario della professione di Fede, Suor Maria Grazia, energica e risoluta quanto don Giurlani, si può dire che egli ci prendesse sotto di sé appena svezzati e ci accompagnasse per mano fino agli anni dell’adolescenza. La generazione a cui appartengo ebbe tale fortuna, e con grande soddisfazione posso testimoniare che nessuno dei ragazzi di Pelleria, nonostante la cattiva fama che incombeva sul rione, ereditata dagli anni precedenti, ha fallito le attese di don Silvio, diventando tutti onesti cittadini. Alcuni addirittura hanno saputo occupare e occupano posti rilevanti nelle istituzioni pubbliche e private della città. Inutile fare i nomi.
Don Silvio aveva un difetto, però. E anche per questo lo ricordo con simpatia. Quando si trattava di celebrare in chiesa ricorrenze importanti, come il Natale, la Pasqua, il Corpus Domini il 29 giugno, o la processione del “Gesù morto” (nda. del “Gesù inalberato”) che sfilava per la città la sera del Venerdì Santo (nda. del Giovedì Santo) guai a parlare con lui. Era teso, nervoso ed irascibile. Noi chierichetti avevamo imparato che in quelle occasioni non gli si poteva rivolgere domande. Rispondeva con male parole, sennò, se non addirittura con degli scapaccioni. Nei giorni precedenti aveva provveduto a insegnarci, e quindi non ammetteva che avessimo incertezze. Ho già detto che non si lasciava andare a nessuna indulgenza, e pretendeva a volte più di quanto la nostra età potesse dare. Ma è in questa maniera che ci ha forgiati. Mi sono sempre domandato perché un uomo dotato come lui, non correggesse quel difetto. Forse fu il suo modo di essere e di sentirsi uno di noi.
Durante il pontificato di Paolo VI ricevette una lettera con la quale gli si offriva un incarico presso il Vaticano. Fu una confidenza che – lui così riservato – volle farmi, io ormai giovanotto. Mi disse che non avrebbe mai lasciato via Pelleria, e fu così. Vi morì a causa di un’emorragia intestinale il 10 luglio 1977, all’età di 69 anni.

Bartolomeo Di Monaco – Via Pisana 4397 – 55050 MONTUOLO – Lucca. Tel. 0583/ 510327

Montuolo, 2 gennaio 1997


Letto 49 volte.


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Bart