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STORIA: Relazione di don Giurlani sulla Resistenza in Lucchesia

9 Luglio 2023

9 settembre 1943 – 5 settembre 1944
Azione clandestina partigiana
Ten. Cappellano Sac. Silvio Giurlani

SETTEMBRE 1943 – Prime riunioni col prof. Augusto Mancini, Cap. Rubolotta ([1])Prof. Del Bianco, Prof. Fausto Mancini, Dott. Fucigna, medaglia d’oro Dianda Umberto, Avv. Di Grazia, Ing. Di Ricco Giorgio ed altri.

OTTOBRE, NOVEMBRE E DICEMBRE 1943 -Studio dei piani, aiuto in armi, munizioni, viveri e consiglio alle nascenti formazioni partigiane in Garfagnana, lavoro eseguito con i sopracitati in un succedersi continuo di riunioni.

Ottobre, novembre e dicembre 1943 – Nell’Ospedale della C.R.I. forte movimento di ricoveri di militari di ogni grado e agevolazioni per licenza di convalescenza per salvarli dai tedeschi; centinaia e centinaia furono aiutati. Riesco a penetrare nell’Ospedale n. 4 e a dare assistenza e conforto ai prigionieri inglesi gravemente sofferenti, rimasti privi del Cappellano, buttato fuori dai tedeschi perché sospettato di avere agevolato la loro fuga, e in questo mi agevolò il Cap. Giulio Cesare Cerri.

6 dicembre 1943 – Si riapre per italiani e tedeschi l’Ospedale n. 4; accetto il servizio religioso ma gratuito e rifiuto ogni pressione di passare in forza a detto Ospedale, nonostante il lauto stipendio repubblichino; ho dinanzi a me una missione da compiere per Iddio e per la Patria; che vale il denaro? E contemporaneamente do un forte esempio a qualche Ufficiale che intriga per pren­der servizio attratto da dio pecunia. Do così inizio ad un vasto movimento di valido aiuto che terminerà solo – e per poco colla mia morte – colla liberazione di Lucca.

5 GENNAIO 1944 – Vengono arrestati alcuni componenti l’embrionale Comitato: Prof. A. Mancini, Cap. Rubolotta e Avv. Di Grazia dopo poco tempo ed altri. Immediatamente attraverso un agente di custodia fidato, sig. Catino, incomincio per quanto mi è possibile, a stare in relazione con i suddetti carcerati, fornendo informazioni e aiuto. Purtroppo per la loro liberazione nulla da fare. Il Capo della Provincia Piazzesi Ing. Mario ed il maggiore Ramelli Comandante dei Carabinieri, sono inaccessibili. Faccio opera di persuasione a coloro che erano rimasti fuori di lavorare prudentemente per non compromettere maggior­mente la situazione che sempre più si aggrava dopo l’arresto del ten. Magherini, operato dai carabinieri, tra cui il brigadiere dei Carabinieri Noccioli, un nostro beneficato dell’Ospedale di C.R.I., elemento opportunista, che essendo venuto in ospedale dopo l’arresto del ten. Magherini, per fare il sacrificato ed il forzato ad obbedire, dinanzi ad Ufficiali e soldati lo apostrofai con parole mordaci e lo chiamai traditore e delinquente, ma non reagì, anzi le indagini e le accuse furono assai mitigate. Faccio arruolare il soldato Poli Ferruccio nella X Flottiglia ma per avere informazioni.

Febbraio, marzo e aprile 1944 – Lento, ma sicuro lavoro con gli amici per aumentare i contatti e prenderne di nuovo con le formazioni che intanto aumentavano e con elementi di città. È nell’aprile che vengo a conoscenza di rapporti fatti a mio ca­rico all’U.P.I., allora comandato dal pelo rosso Ten. Camillo Carboneschi; avevo tenuto contatti e relazioni assai amichevoli con alcuni Ufficiali della 86a Legione CC.NN. e specialmente con il loro Cappellano P. Salvatori Salvatore e senza presentarmi, riescono ad annullarli.
Intanto quasi tutte le unità avevano prestato il giuramento alla Repubblica Sociale; mi accorgo del movimento che si sta facendo per il giuramento dei Cappellani in base a circolari pervenute. Mi precipito dal Cappellano provinciale Don Baldocchi Nello, perché noi cappellani non si poteva e non si doveva né giurare, né aderire, da qualun­que parte arrivassero degli ordini. Una mattina Don Baldocchi mi si presenta con una circolare del 1° cappellano Capo del Comando Regionale di Firenze Mons. Carlo Nardi colla quale si ordina il giuramento anche ai cappellani; sostengo, per acquistare tempo, che ciascuno giurerà, se crederà, colla propria Unità e Comando; ma Don Baldocchi tanto intriga per un giuramento collettivo che mi fa scrivere per ben cinque volte dal Comando provinciale; finalmente fui chiamato con fonogramma; mi presentai e al Ten. Colonnello Mario Arcamone e dinanzi a vari Ufficiali, dichiarai che doveva giurare chi era scappato dal proprio posto di responsabilità l’8 settembre 1943 e salutando militarmente, non romanamente, mi allontanai da quel Comando tanto opportunista, senza ideali, traditore; ma il giuramento collettivo non avvenne. Contemporaneamente mi giunse una lettera – in ritardo – dal sunnominato Cappellano Capo e una lettera del Generale Adami – Rossi colle quali mi si minacciava di gravi sanzioni se non avessi immediatamente giurato. Affrontai lieto e deciso la torbida situazione aggravata dal comportamento del cappellano militare provin­ciale e così i primi di maggio fui immediatamente sostituito all’ospedale della C.R.I. dal Ten. Capp. P. Serafini e all’Ospedale n. 4 dal Ten. Capp. Don Giannini. Il Cappellano Capo non mi cono­sceva neppure e in due volte che mi recai a Firenze non lo potei mai incontrare.
Sebbene profondamente addolorato, perché questi eventi potevano privarmi di preziose informazioni e di ampie possibilità di aiuto alle aumentate formazioni partigiane ed a tanti giovani, non mi abbattei; godevo la fiducia e la stima degli Ufficiali dei due ospedali; intensificai i miei rapporti con il C.L.N. e col C.M.L.N. di cui era comandante il maggiore Raffaele Fambrini. Sulla fine di aprile e nella prima decade di maggio mi recai più volte in bicicletta al lontano campo di concentramento per politici in Colle di Compito dove era stata concentrata Suor M. Agostina Mifaud, suddita inglese, già in servizio dal 1941 all’Ospedale Militare n. 4 che avevamo tolta dal carcere locale gettatavi dal CS. e dopo vario lavo­ro riuscimmo a farla relegare in un Monastero alla Pieve di Camaiore, dove io stesso la accompagnai.
Non descrivo le sofferenze e le privazioni di questo campo, degne dei nazi-fascisti.
A questo punto la mia attività diventa tanto molteplice che richiede di esser trattata punto per punto.

ATTIVITÀ OSPEDALIERA – Sebbene sostituito, mentre mi recavo solo due volte per settimana all’ospedale della C.R.I. che funzionava solo per sinistrati civili nei bombardamenti del 6 e 8 gennaio su Lucca, mi trovai solo e con due ospedali –  all’ospedale militare n. 4 mi recavo più volte al giorno; tra l’altro vi avevo ricoverato partigiani e collaboratori diretti: Alla fine di aprile avevo scelto, per ordine de C.L.N. e del C.M.L.N., dopo serio studio, alcuni buoni elementi fidati e li avevo trascinati alla causa partigiana che abbracciarono e poi servirono entusiasti. Così il Cap. Bosi, il Cap. Montesanto, il Ten. Antoni, il Ten. Pierini (il Cap. Montesanti Prof. Felice, il Ten. Antoni Dott. Cesare e il Ten. Pierini Dott. Giuliano lavoravano già nel febbraio 1944) il Serg. Masone Rodrigo, il caporale Fiorentino e Nicolosi – in seguito mandai come infermieri alle formazioni – il Caporale Zampito Vincenzo ed altri si misero a mia completa disposizione – davo loro istruzioni, informazioni e mi coadiuvavano nel ricovero secondo le necessità che mi richiedevano il C.L.N. e il C.M.L.N.
Si arrivò così all’infausto giorno 21 luglio 1944 in cui dal Maggiore medico Petroni, da appena quaranta giorni passato Direttore dell’ospedale fu dato ordine di ripiegare tutto e tutti su Modena. Il Maggiore Petroni era fervente fascista repubblicano. Bisognava agire, ma con molta prudenza. Molto vario materiale era già stato occultato per opera direttiva e fattiva del sottotenente Giuntoli Guido coadiuvato da soldati sicuri e dalle brave Suore Domenicane, che si assunsero tanta responsabilità, anzi lo stesso Sottotenente Giuntoli mi fornì 50 coperte, richiestemi dal C.L.M.N. che servirono ad alloggiare alcuni giovani in un locale cittadino tenuto dai Sacerdoti Oblati. Dovemmo assistere impotenti all’esporta­zione di molto materiale da parte dei tedeschi, ma il personale non partì e non appena si allontanò e solo verso Modena il Maggiore Petroni, si giuocò una carta che pesò per due lunghi mesi le nostre teste con una terribile spada di Damocle, ma era­vamo decisi a tutto anche alla morte.
Dal Comando Piazza tedesco fu affidato, pri­ma della partenza, la custodia dell’ospedale al sergente Maggiore Serbo Kraus Giuseppe, che avevo conosciuto a Lucca un anno prima alla R. Acca­demia di Artiglieria e Genio.
Consigliato, aiutato dal C.M.L.N. insieme al Cap. Montesanti Felice, a cui intanto si era riusciti a far prendere servizio all’Ospedale Civile, e da solo si ebbero vari colloqui col Kraus, ci comprese e ci coadiuvò mirabilmente. Credo che questo fatto sia unico in tutta Italia ed è stato salvato per milioni vario materiale tutto per opera e per merito degno di encomio e di riconoscimento del personale direttivo e di assistenza dello stesso ospedale.
Essendo potuti venire in possesso di un foglio in bianco col timbro del Comando di Piazza germanico Lucca, nell’intervallo di poche ore il predetto Comando che se ne andava e l’entrante comando delle SS., fu scritta in tedesco dal Kraus e firmata falsamente l’autorizzazione di aprire l’o­spedale prima come pronto soccorso, poi in funzione civile; la direzione fu affidata al Cap. medico Montesanti Prof Felice; fu richiamato del personale in servizio con preferenza per i meridionali, i quali, ben comprendendo il nostro movimento e le responsabilità che ci eravamo assunte, per giustificare la loro presenza in ospedale e per salvaguardare, per quanto era possibile, gli addetti all’ospedale stesso, volenterosi e degni di ammirazione si recarono con mezzi di fortuna a prendere molti feriti nei monti pisani. Tedeschi e fascisti si trovarono così dinanzi al fatto compiuto e lo stesso comandante della brigata nera Idreno Utimperche dovette sovvenzionare l’ospedale per sopperi­re alle spese ingenti di oltre ottanta feriti in media giornaliera.
Il personale direttivo e di assistenza non fu mai riconosciuto; non esisteva più alcun comando militare; non si poteva quindi dare alcun stipendio; nessuno si lamentò e nei casi più urgenti e pietosi il C.L.N. mi dava del denaro per sovvenzioni sia personali sia per cucina truppa.
Non mancava il vitto strettamente necessario; la farina la prendevamo al molino Giurlani con i buoni del C.L.N.; erano state nascoste diverse scorte e tutto quello che l’Ufficio Recuperi del R. Esercito ha trovato in viveri e materiali vario, è merito del personale dell’ospedale.
Non posso tacere il seguente fatto: quando si previde la chiusura dell’ospedale, quasi tutto il materiale di farmacia, undici casse, mi fu consegnato dal Cap. Farmacista Acilio Tommasi, di questo, parte spedivo settimanalmente alle formazioni, parte somministrai all’ospedale civile, giorno per giorno il caporale Perfetti veniva a fare ri­fornimento per l’ospedale n. 4, la rimanenza, ancora in grande quantità, mi fu portata via dalla brigata nera nel furibondo assalto dato alla mia casa. Migliaia e migliaia di rastrellati buttati come bestie nella famosa «Pia Casa» poterono esser medicati dalle sorelle di Croce Rossa che con tanto sacrificio si prodigarono per altri tre mesi solo mediante il rifornimento giornaliero in casa mia.
Nessuno può immaginare il lavoro e il pericolo, eppure, nonostante inchieste nazi-fasciste, l’opera umanitaria non si arrestò di un solo giorno.
Tutto questo è stato possibile, perché i soldati ebbero fede in chi li dirigeva con sacrificio nel nome della vera Patria, ed io tenevo al corrente giorno per giorno il C.L.N. e il C.M.L.N. degli sviluppi; più volte li radunai nei duri primi giorni e Ufficiali e sottufficiali e truppa – pochi eccettuati – che rimasero per opportunità e per interesse personale, pur vedendo mostrarono di non vedere, li esortavo ad avere fede, a sacrificarsi e parlavo loro spesso della dura vita che altri giovani, che avevo visitato, conducevano nelle nostre montagne lucchesi. Così il nostro compito si delineava ogni giorno più promettente; l’ospedale di­venne ricovero a staffette partigiane, ricovero di vari partigiani – per 24 giorni nascondemmo ben 19 partigiani – ricovero di partigiani feriti, nascondiglio di armi e munizioni, di convegno, di studio di piani ecc. ecc. Per oltre quarantadue giorni solo per il vitto si ebbero più di cinquanta presenze giornaliere.
Il C.L.N. e il C.M.L.N. mi pare che abbiano saputo lavorare.
Agenti della questura, finanzieri, partigiani delle squadre cittadine e loro comandanti, membri dei Comitati, staffette in arrivo, individui ricercati, tutti venivano all’ospedale. Non mancarono terribili momenti da parte dei tedeschi e dei fascisti, particolarmente della brigata nera, accoz­zaglia di facinorosi; ma tutto il personale era di un solo pensiero: avanti fino in fondo, piuttosto morire che cedere; le armi dovettero cambiare posto ripetutamente, dovemmo anche murarle nella farmacia dello stesso Ospedale, ma nella notte tanto desiderata del 4 settembre, dall’ospedale partirono le prime squadre cittadine armate (oltre 150 armati) che contribuirono a liberare Lucca e dintorni.
Il pericolo ci sfiorò più volte, ma la causa era troppo nobile e il trionfo non poteva mancare. La notte del 4 e la mattina del 5 settembre mi cercarono i cari partigiani, ma io, che, per informazioni datemi, non ero più sicuro in una soffitta, perché cercato per fucilarmi dalla brigata nera, mi ero potuto allontanare clandestinamente dalla città, e il seme gettato da tempo e con pazienza sbocciò ardente e rigoglioso ed il nostro incontro, cari partigiani, nella Lucca liberata, dove avevamo sofferto sperando e le vostre acclamazioni, non potrò mai dimenticarle.

COLLEGAMENTO COLLE FORMAZIONI – Sul finire del mese di aprile 1944 allo scopo di intensificare i rapporti tra il C.L.N. e il C.M.L.N. con le formazioni in una riunione tenuta in casa mia per ordine del Maggiore Fambrini, dal Cap. Frezza Mario, Vanni Vannuccio ed io ci dividemmo il compito; dal camaiorese a Pescaglia le staffette avrebbero fatto capo a me; le staffette della Garfagnana a Vanni Vannuccio e ciò per rendere più spediti i rapporti informativi, avere e ricevere istruzioni, inviare denaro, viveri, armi, munizioni, medicinali e quant’altro si richiedesse; per un regolare funzionamento, mentre Vanni Vannuccio si recò alle formazioni della Garfagnana, io mi recai sui monti di Fiano e col Comandante delle formazioni Col. A. Brofferio e dei singoli Comandanti studiammo e decidemmo molte cose importanti che riferii particolareggiate al C.M.L.N. e da quel tempo fino alla venuta in città delle for­mazioni almeno tre volte per settimana ricevevo e rinviavo corrispondenza. Dall’ospedale n. 4 col consenso e con l’aiuto di vari Ufficiali e delle suo­re ritirai vari oggetti di vestiario tra cui molte paia di calzini e pezze da piedi che fornivo alle formazioni. Medicinali ed iniezioni di varie specialità mi venivano forniti dai reparti e specialmente dal Cap. Farmacista Tommasi Acilio.
Tale funzionamento era stato regolare che una sera ho albergato in casa un certo Ollia che si presentò accompagnato dalla Questura (Brigadiere Minniti) e Dott. Caioli Igino, Capo Gabinetto, col documento prescritto del Comandante A. Brofferio; si era dichiarato Capitano, avvocato, facente parte dell’ottava armata, fatto prigioniero dai tedeschi, sfuggito dal C.L.N. di Camaiore era stato mandato a comandare una formazione; ma se il C.L.N. di Camaiore fu ingannato, il sedicente Ca­pitano Ollia fu scoperto appena 43 ore dopo che fu in missione a Lucca e fucilato perché era un semplice evaso dal carcere di Pisa; ma come collegamento a Lucca si funzionava anche con pericolo (l’Ollia tentava il doppio gioco) e in seguito, di ogni elemento, ci venivano richieste informa­zioni. Per comprendere le enormi difficoltà, bisognerebbe averci potuto seguire giorno per giorno, ora per ora, nei mesi di maggio, giugno, luglio, agosto, si lavorava clandestinamente dalla mattina alla sera, nonostante la sorveglianza delle spie nazi-fasciste.

C.L.N. – In embrione funzionò già fino dal settembre 1943 col Prof. A. Mancini, prof. Del Bianco Carlo, Cap. Rubolotta Filippo, dott. Fucigna Cesare, dott.  Frediano Francesconi, prof. Fausto Mancini affiancato da Rappa, Rama, Galliano Bertolli ed altri. Immediatamente fu favorito il nascente movimento partigiani ed i partigiani furono concentrati nell’alta Garfagnana.
Armi, munizioni, viveri, vestiario, medicinali, fu l’oggetto del nostro lavoro e tutto veniva spedito col treno; a Lucca c’era chi spediva, in treno chi sorvegliava, all’arrivo chi riceveva e passarono così i mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre 1943.
Il 5 gennaio avvenne l’arresto di alcuni com­ponenti il C.L.N.; non ci perdemmo di animo e si continuò il lavoro. Cercai di procurarmi un agen­te di custodia fidato del carcere per avere e dare notizia agli amici sfortunati ma eroici, eroici perché alcuni furono anche seviziati dal seviziatore Barsotti nella Caserma della 86a legione CC.NN. e si giunse al mese di aprile, allora il C.L.N. ebbe completa realtà con la rappresentanza fattiva e armonica di tutti i partiti legalmente riconosciuti e da allora fu un incontrarsi continuo.
Non mancò l’ora della prova: alcuni dovette­ro immediatamente allontanarsi, altri nascondersi, ma dal loro nascondiglio ricevevano e davano notizie con un’intesa e servizio veramente mirabile e quando non era possibile inviare uomini, supplivano le donne. Troppo dovrei scrivere se dovessi esporre il lungo tormentoso lavoro, di ogni giorno, specialmente per finanziare e alimentare le formazioni, accogliere notizie, trasmetterle, seguire i movimenti dei nazi-fascisti, studiare i piani per le azioni immediate e future. E non posso dimenticare le varie visite in varie soffitte e tuguri dove bravi e stimati professionisti, attendevano il momento di scattare.

C.M.L.N. – Componenti: Maggiore Fambrini Raffaello, Cap. Frezza Mario, Cap. Mori Pietro, Ing. Viziano, sig. Vanni Vannuccio, Geom. Lazzarini Pietro ecc. ecc. Questo Comitato Militare è stato l’organo motore delle formazioni, la centrale tra­smittente del C.L.N.
Non solo si è lavorato per le formazioni montane; ma anche a coordinare squadre in città: armi, armi, munizioni, ecco il problema assillante quotidiano e le armi vennero con un lavoro tenace, sfibrante, lento ma sicuro, dalla Questura, dalla guardia di Finanza, dai carabinieri, dai privati con denaro e senza (si è persino pagato due moschetti L. 5.000 cinquemila), le munizioni (lire due a colpo), perfino dalla milizia e per questo facevamo col Cap. Frezza e col Cap. Mori riunioni quotidiane, più volte al giorno, e in vari luoghi. Lo studio dei piani per le azioni da intraprender­si, il rilievo delle fortificazioni tedesche (Ing. Lazzarini, Ing. Dall’Aglio ecc.) per comunicarle poi agli Alleati, il controllo continuo dell’attività bellica dei nazi-fascisti – specialmente poi della bri­gata nera «Mussolini» – e le contromisure tutto fu fatto e realizzato di comune accordo e con la collaborazione encomiabile di chi per la Patria tutto affrontava.
Tutto è possibile, quando nei Comitati come a Lucca vi è intesa, armonia e cuori e al di fuori e al di sopra della politica, come i componenti il C.M.L.N. di Lucca, amanti della giustizia, della verità, del patrio suolo, desiderosi di dare al popolo insanguinato pane e libertà.
Automezzi con autorizzazione tedesca, automezzi della questura, portavano nei luoghi indicati e alle formazioni quanto era possibile raccogliere per rendere la vita più tollerabile a centinaia di giovani e tutto in luoghi e circostanze assai eccezionali, spesso sfidando la morte.
Non posso tacere l’azione del S. Tenente Mario Bonacchi che travestitosi da brigata nera con documenti avuti solo con magistrale abilità, dal dott. Giusti si presenta al carcere e prelevava un giovane e due signorine che dovevano essere fuci­late, ree di aver aiutato partigiani: il giovane fu inviato subito in una formazione, le due donne le rinchiusi io stesso nel convento delle Suore Zitine.

ALIMENTAZIONE – L’unico col quale ero in contatto io direttamente è l’Avv. Velani che spesso mi forniva documenti coi quali alcuni membri del Comitato potevano circolare.

U.D.A. – Il V. Brigadiere dei RR.CC. Unia Salva­tore può testimoniare quanto fu organizzato per salvare automezzi e macchine ed ho voluto metterlo in rilievo, perché spesso colle macchine mi portò a compiere varie missioni.

QUESTURA – Nel dicembre 1943 presi contatto col dott. Giuseppe Mazza che fu per molti elemento preziosissimo, specialmente nei mesi successivi; nell’aprile 1944 ebbi contatti diretti col dott. Caioli e col dott. Ferranti – archiviarono anche un rapporto contro di me – e con vari agenti guidati, sorretti animati dallo sfortunato brigadiere Lucchesi Giuseppe. Gli agenti Mazzanti, Bacci, Pacini tre, quattro volte per settimana si recavano nelle formazioni riferivano e riportavano, messag­gi, istruzioni, richieste sia da parte del C.M.L.N. e C.L.N. sia da parte dei vari comandanti le forma­zioni stesse. Giovani ardimentosi che battevano strade rigurgitanti di movimento tedesco; giovani che uscivano armati dalla caserma e rientravano senz’armi, si recavano in determinati luoghi si armavano e le depositavano nell’Ospedale n. 4 o in casa mia; giovani che per mesi, ogni giorno dava­no un indimenticabile contributo, giovani che meritano tutto il plauso del Governo Italiano, perché hanno saputo lavorare unicamente per il grande ideale, spazzar via i criminali teutonici e fascisti – e pensare che molti di loro furono consegnati ai tedeschi dalla brigata nera; giovani che hanno avuto la costanza e trovato il mezzo, sebbene in servizio, di venire a colloquio da altri e da me anche tre volte al giorno in ore precedentemente fissate; giovani che hanno fatto miracoli per agevolare persone ed il giorno del rastrellamento, alle ore tre di notte – dico alle ore tre di notte – erano a casa mia per avvertire e salvare almeno tutti i membri del Comitato, per la verità li accompagnava personalmente il dott. Giusti; giovani che fremettero impotenti il giorno in cui la brigata nera circondò la loro caserma e proditoriamente li consegnò al comando germanico. Il vostro costante sorriso, cari giovani, traboccanti di ardimento e di fede, non sarà mai dimenticato ed è per puro stretto dovere di coscienza che vi addito al perenne ricordo di tutti ed in Lucca liberata, ho sentito con amarezza la vostra mancanza. Dio vi salvi.

GUARDIA DI FINANZA – Solo assai tardi e sul­la fine di maggio si ebbero contatti sicuri e decisivi – qualche elemento lavorava già da tempo – ci fornirono armi, munizioni, carte topografiche, in­formazioni e il Cap. Frezza e il Vanni Vannuccio concertarono in mia presenza ripetutamente i mezzi di riuscita. Gli Ufficiali mi informarono direttamente del piano di rastrellamento in Lucca 48 ore prima in modo che io potei avvertire tutti i nostri organizzati e i non organizzati. Si ebbe veramente anche dalla Finanza un notevole aiuto; nel mio studio avvennero quasi tutti i colloqui riflettenti le relazioni tra il C.M.L.N. e la Finanza, comandanti T. Colonnello Oliviero Giovanni e Cap. Caliò Guglielmo.

X FLOTTIGLIA MAS – Nel gennaio 1944 consi­gliai il giovane Ferruccio Poli ad arruolarsi nella X Flottiglia Mas per riferirmi tutto ciò che poteva interessarci; del Poli potevo fidarmi – da sette anni gli propugnavo le mie idee; ebbi frequenti informazioni che riferivo volta volta al Comitato, specialmente importante era conoscere i movimenti della X Flottiglia Mas contro i patrioti che mi comunicava il Poli sempre in anticipo; il Poli era coadiuvato dal Serg. Rugai Sergio. Sul monte Cabberi ebbe luogo uno scontro tra partigiani e la X Flottiglia Mas, rimase ferito un partigiano sardegnolo; il Ten. Carlo Re della X Flottiglia, lo uccise con una scarica di mitra.
Quando fu deciso un rastrellamento contro i partigiani della Garfagnana, il Poli arrivò tempestivamente a Lucca e riuscì ad avvertirmi 14 ore prima; informai immediatamente alcuni del Comitato e partirono subito le gloriose e spesso oscure staffette e l’azione contro i partigiani fallì in pieno. Ma la rabbia fascista doveva avere le sue vittime, furono uccisi due fratelli rei di aver confessato ingenuamente di avere altro fratello partigiano; cadde il primo, il secondo seppe resistere, non rivelò né il luogo né la formazione e cadde crivellato di pallottole sull’ancora caldo cadavere del fratello; poi fu la volta di altri due fratelli; non ho mai potuto sapere le generalità. I responsabili sono Cap. Pascali Pascal che pronunziò la sentenza; Tenente Vezzosi Ezio esecutore della sentenza; tenente Carlo Re, Tenente Pisco Capo Quiriconi e Vai ed altri marinai.
Simili atrocità non possono e non debbono rimanere impunite. Su questi fatti tengo dichiarazioni firmate dal Poli Ferruccio e dal Sergente Rugai Sergio.

CARABINIERI – Pochi elementi eccettuati, i Carabinieri Reali, specialmente nei sottufficiali, dettero un discreto contributo; degno di lode il Maresciallo Agresti, che mi fornì bombe a mano e munizioni e spesso importantissime informazioni, il Maresciallo Egidio De Monte, che aiutò validamente tutta la compiteria lucchese e le squadre partigiane ivi esistenti; il membro del C.L.N. Dott. Frediano Francesconi, a cui feci conoscere il predetto Maresciallo, può testimoniare il contributo dato, essendosene poi occupato lui personal­mente, il V. Brigadiere Unia, che per mio consi­glio accettò di esser trasferito all’U.D.A. dove compì azioni degne di encomio. Non posso tacere l’appuntato Lelli Mario che settimanalmente mi forniva tabacchi per i partigiani.
In uno scontro sopra Bagni di Lucca tra par­tigiani e tedeschi rimase ferito il Ten. Maffi; ricoverato in Ospedale civile, avvertito immediatamente dalla sorella di C.R.I. Cicognani, mi precipitai da lui, potei abboccarmi col tenente dei Carabinieri Savori che comprese e ci aiutò e l’inchiesta risultò negativa; il Tenente Maffi morì.
Ebbi relazione, per ordine del dott. Melosi, membro del C.L.N. col Capitano dei CC.RR. Ceccarini alla fine di maggio e da quel tempo lo trovai pronto e volenteroso e quando dovette fuggire mi consegnò in tempo l’ordine di scarcerazione di otto giovani che furono rilasciati, in precedenza aveva fatto fuggire di notte il patriota Modena, arrestato dai fascisti.

PRIGIONIERI DI GUERRA – Dopo l’otto settembre fuggirono vari prigionieri inglesi due di questi furono accolti da un gruppo di persone e li abbiamo mantenuti fino al settembre 1944, per mesi, finché si poterono tenere nascosti in città, quasi ogni sera portavo alimenti dall’Ospedale n. 4 che mi forniva Suor M. Agostina Mifaud; quando si dovettero allontanare da Lucca, si contribuì maggiormente in denaro. In pieno controllo fascista spedii messaggi alle loro famiglie per mezzo del Vaticano.
Non posso dire nulla sulle squadre di azione cittadine nel momento della liberazione, perché, come tutti sanno, quindici giorni prima, ero sfuggito per miracolo, dico per miracolo, perché ogni giorno ho pregato Dio, per la Patria e per me, alle ricerche della brigata nera e mi trovavo rinchiuso nella canonica del parroco di S. Cassiano a Vico, Don Baldaccini Gino, e potei rientrare a Lucca solo dopo quattro giorni dalla liberazione e cioè l’8 settembre, un anno preciso di sofferenze terminava, l’era fulgida della libertà cominciava.

VIVA L’ITALIA! VIVA GLI ESERCITI ALLEATI!

Ten. Cappellano Sac. Silvio Giurlani

[1]Al nome di Carlo Del Bianco, professore al Liceo Classico di Lucca, fu intitolata la prima Formazione di Patrioti, costituita in prevalenza di studenti universitari e liceali lucchesi. Nata nel settem­bre 1943 essa prese stanza presso la Pania di Corfino in Garfagnana. Su questo gruppo di Patrioti, si appuntò la persecuzione della R.S.I. che arrestò alcuni suoi membri che vennero internali nel carcere di S. Giorgio. Il prof. Del Bianco non poté coronare il suo ideale di libertà: nell’intento di sfuggire all’arresto della G.N.R.. morì nei pressi di Rovigo, investito da un treno. Diversi membri del Gruppo «Del Bianco» confluirono poi in altre Formazioni ed anche in quelle propriamente cittadine costituitesi successivamente.

Questi i nomi dei componenti il gruppo.
Del Bianco Carlo, Bonturi Ivano, Caiani Luigi, Caiani Roberto Italo, Fucigna Giovanni, Guidi Giuseppe, Guerrini Giovanna. Kissopolos Adolfo, Kissopolos Giorgio. Lombardi Mario, Lombardi Michele, Macarini Neopulo, Magherini Giuliano, Manfredi Alberto, Mozzanti Candido, Mariani Sergio, Menesini Renzo, Nari Ezio, Pacini Paolo, Pasquinelli Angelo. Polì Guido. Salani Marco. Sclafani Paolo, Vellutini Renzo.


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Bart