di Roberto Gervaso
La riforma luterana trionfò in Germania e in Scandi navia. Quella calvinista attec chì in Svizzera, in Inghilter ra, in Olanda, e gettò semi fecondi sul suolo francese. Qui, i suoi seguaci, chiamati Ugonotti, dapprincipio non ebbero vita facile, anche se l’ebbero più facile che negli altri paesi cattolici. Poi entra rono nel sistema, occupando vi posti chiave. Il clero gli di chiarò guerra, ma non riuscì a estirparli. Enrico II ne con segnò parecchi al boia. Il fi glio e successore Francesco II non campò abbastanza per fare altrettanto. La moglie Caterina de’ Medici li stru mentalizzò contrapponendoli agli ultracattolici Guisa. Il secondogenito Carlo IX li pro tesse apertamente.
Malaticcio, pavido, tenten none, infingardo, per quasi tutto il suo regno, Carlo si sentì più ugonotto che catto lico sebbene, in realtà, fosse un agnostico o, forse, nemme no questo. Si circondò di con siglieri calvinisti, si scelse co me Mentore il capo indiscusso degli ugonotti, ammiraglio Co ligny, si prese per amante Ma ria Touchet, anche lei ugo notta. Sotto di lui i protestan ti acquistarono influenza e prestigio, ottennero, a corte e fuori, alti gradi e importanti cariche. Il loro potere comin ciò a scemare quando i Gui sa da una parte, Caterina dal l’altra, temendo di perdere il proprio, si coalizzarono per scalzarli dalle posizioni su cui tanto faticosamente s’erano attestati.
Fu lo stesso Coligny a offri re il fianco a quest’offensiva proponendo al re, che lo chia mava mon pére, un’alleanza col protestante Guglielmo d’Orange contro Filippo II re di Spagna. Carlo, completamen to succubo dell’ammiraglio, ac cettò di scendere in armi con tro il cognato. La madre al lora l’accusò (mai accusa fu più fondata) d’essere lo zim bello dell’ammiraglio. Il pove ro sovrano, nelle cui vene fer mentava il sangue marcio del l’avo Francesco, si difese ma le, tentò di scagionarsi ma, al la fine, chiese perdono e giu rò a Caterina che non avreb be mai fatto lega coi prote stanti. Dalle sue labbra non uscì una sola parola contro Coligny.
Il voltafaccia del re fu un duro colpo per gli ugonotti. L’ammiraglio, che non se l’a spettava, cominciò a impen sierirsi. Il matrimonio del l’ugonotto Enrico di Navarra con Margherita di Valois, sorella di Carlo, sembrò, lì per lì, risollevare le sorti del la causa protestante. Ma non fu che un’illusione. Il paterac chio, dettato più da ragion di Stato che di cuore, fu preso come un’offesa dai parigini, che vedevano in Enrico il campione dell’eresia, e come una sfida dai soliti Guisa, che perdevano così ogni speranza di cingere la corona di Fran cia che i Valois, con un piede ormai nella fossa, s’accingeva no a deporre. La stessa Cate rina, che di quelle nozze era stata l’artefice e la regista, si sgomentò. Una volta sul tro no, Enrico, per il quale Parigi non valeva ancora una messa, avrebbe fatto della Francia un paese protestante.
Ma tornare indietro era im possibile. Possibile era invece limitare i danni di quell’im provvida unione dichiarando apertamente guerra agli ugo notti. La prima vittima, col pita all’insaputa del re, fu il Coligny. Il 22 agosto 1572, l’ammiraglio fu fatto segno a due archibugiate, che gli stac carono di netto un dito della mano sinistra e gli spappola rono il braccio fino al gomito. Informato dell’attentato, Car lo mandò subito all’amico il suo medico personale, poi, con la madre, che di quel com plotto era l’anima, andò a fargli visita. Il giorno dopo, il Consiglio della corona si riu nì per far luce sul ferimento: i colpi erano partiti dalla fine stra d’un palazzo appartenen te ai Guisa. Improvvisamente si sparse la voce che gli ugo notti, assetati di vendetta, sta vano meditando una rivolta in grande stile. Non era vero, o era vero solo in parte. I cor religionari dell’ammiraglio avevano minacciato di farsi giustizia da sé qualora il re non avesse punito gli atten tatori, ma non si sognavano di rovesciare la monarchia. Fu la perfida e astuta Caterina ad attribuire loro questo dise gno. La manovra riuscì. Il re cascò nella trappola e quando la madre gli disse che trenta mila protestanti stavano per spodestarlo e imprigionarlo, sebbene a malincuore, aderì alla sua richiesta d’uccidere Coligny: « Avete deciso d’am mazzare l’ammiraglio. Sta bene, ma allora dovete ammaz zare tutti gli ugonotti di Fran cia affinché nessuno possa rimproverarmi quest’assassi nio ».
Fu il segnale e l’avallo d’uno dei più spaventosi macelli di tutti i tempi. Lo storico Hen ry Noguères l’ha splendida mente rievocato in un libro (La notte di San Bartolomeo: 24 agosto 1572, Sugar, pp. 237, L. 2000), che raccomandiamo per la vivacità dello stile, la felice ricostruzione dei fatti e degli antefatti, la rigorosa do cumentazione. Nelle ultime pagine l’autore tenta un « im possibile » bilancio dei morti. Quanti furono? Chi dice seimilacentottantotto, chi quindicimilacentotrentotto, chi ad dirittura centomila. « La stes sa diversità di queste cifre â— nota Noguères â— dispensa dall’avanzarne una… ed è lecito chiedersi in verità su che cosa si fondino certi storici quando, dopo aver confron tato queste valutazioni con traddittorie, concludono sug gerendone a loro volta una e definendola ‘ ragionevole ‘ o ‘ verosimile ‘ ».
Davanti al tribunale della storia poco conta il numero delle vittime di quell’orrendo bagno di sangue. Fu la sua premeditata efferatezza, il suo falso e odioso alibi religioso, che tentò di gabellare per cro ciata un vero e proprio geno cidio, a bollare d’infamia gli ultimi Valois. Caterina, che invocò il massacro, non fu meno colpevole di Carlo, che lo legittimò; i Guisa, che lo guidarono, non ripugnano me no dell’ambasciatore spagnolo che, avuta notizia della stra ge, esclamò « Dio sia lodato » o del Papa che fece suonare a festa le campane dell’Urbe.
La notte di San Bartolo meo non fu solo una mostruo sità. Fu un madornale errore politico. Da quell’ecatombe in fatti gli ugonotti uscirono de cimati ma più forti di prima.