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TEATRO: I MAESTRI: Brividi di Witkiewicz

5 Giugno 2009

di Gustavo Herling
[dal “Corriere della Sera”, domenica 10 agosto 1969] ¬†

Si pu√≤ avere soltanto un’idea molto vaga di quale scrit ¬≠tore straordinario sia stato Stanislav Ignacy Witkiewicz, in Polonia chiamato comune ¬≠mente Witkacy, leggendo le sue tre commedie pubblicate da De Donato (Il pazzo e la monaca, pp. 240, L. 2500) nel ¬≠la traduzione attenta di Ric ¬≠cardo Landau. E questo non perch√© sono appena tre tolte da un corpus che ne conta trentacinque. Ma perch√© la vera forza di Witkacy sta nei suoi due romanzi quasi intra ¬≠ducibili: Addio all’autunno (1925) e Insaziabilit√† (1931).
Nato nel 1885, figlio unico di un noto critico d’arte, pas ¬≠s√≤ l’infanzia e la prima gio ¬≠vinezza a Zakopane (una spe ¬≠cie di Cortina d’Ampezzo po ¬≠lacca) in un’atmosfera impre ¬≠gnata del decadentismo fin de si√®cle. Negli anni 1904-1905 studi√≤ pittura a Cracovia, poi fece un viaggio ¬ę artistico ¬Ľ in Germania, Francia e Ita ¬≠lia. Nel 1914 si rec√≤, attra ¬≠verso Ceylon e la Malesia, in Australia fungendo da segre ¬≠tario al famoso antropologo Bronislav Malinovski. Scop ¬≠piata la guerra, si precipit√≤ come titolare di un passapor ¬≠to russo dall’Australia a Pie ¬≠troburgo e, senza aspettare la chiamata sotto le armi, si ar ¬≠ruol√≤ volontario in un reggi ¬≠mento scelto zarista. Combat ¬≠t√© da ufficiale di fanteria, fu decorato con la medaglia di Sant’Anna. Doveva essere sti ¬≠mato dai suoi soldati, se al ¬≠l’indomani della rivoluzione lo elessero commissario poli ¬≠tico del reparto. Si sa poco di questo periodo della sua vita, ne parlava malvolen ¬≠tieri. Nel 1918 torn√≤ nella Po ¬≠lonia indipendente, e fino al ¬≠l’inizio della seconda guerra mondiale alternava i suoi sog ¬≠giorni tra Cracovia e Zako ¬≠pane, scrivendo, dipingendo (perloppi√Ļ ritratti ¬ęa prezzi fissi ¬Ľ), dilettandosi nello stu ¬≠dio della filosofia, improvvi ¬≠sando lezioni nella piccola cerchia degli ammiratori, ce ¬≠dendo spesso al richiamo del bere e delle droghe. Fu ap ¬≠prezzato da pochi, ma da que ¬≠sti in modo addirittura reve ¬≠renziale: il suo nome, accan ¬≠to ai nomi ormai familiari in Occidente di Witold Gombrowicz e di Bruno Schulz, formava la celebre triade dell’avanguardia polacca. Nel settembre 1939 lasci√≤ Varsavia assediata dai tedeschi e si incammin√≤ verso l’Est. Il 17 ¬†settembre, alla notizia che l’esercito sovietico aveva at ¬≠traversato i confini orientali del paese, si ritir√≤ in un bosco deserto e prese una forte dose di barbiturici; svegliato ¬≠si, dovette ricorrere al taglio delle vene per darsi la morte. Dopo la guerra fu ignorato in Polonia fino al 1956. Negli anni successivi ebbe la fortu ¬≠na postuma di una febbrile ¬ęriscoperta ¬Ľ (particolarmente tra i giovani), e oggi, malgra ¬≠do i venti del rinnovato oscu ¬≠rantismo comunista, fa parte – anche se con alcune zone d’ombra – della letteratura polacca moderna da maestro incontestabile.
Pittore, drammaturgo, ro ¬≠manziere, teorico d’arte, la vera passione di Witkacy era per√≤ la filosofia. Nelle sue commedie sono continui i rife ¬≠rimenti a Nietzsche, Bergson, Whitehead, Russell, Husserl, Carnap; nel suo romanzo in ¬≠compiuto L’unica uscita, ri ¬≠trovato di recente tra le vec ¬≠chie carte, il discorso filosofi ¬≠co √® protagonista principale della vicenda. I cattedratici della filosofia polacca non lo prendevano affatto alla legge ¬≠ra: durante la sua vita Kotarbinski gli riconosceva ¬ę un rozzo e non abbastanza istrui ¬≠to genio filosofico ¬Ľ, dopo la guerra Ingarden lo ha defini ¬≠to ¬ę esistenzialista avanti lettera, contemporaneo a Hei ¬≠degger di cui pure non sape ¬≠va nulla ¬Ľ. Ma quel che face ¬≠va girare instancabilmente Witkacy intorno alla filoso ¬≠fia era, pi√Ļ che altro, la sua attuale miseria. Detestava Bergson ed i neopositivisti, odiava il marxismo e il prammatismo, due malattie dell’e ¬≠poca nella quale ¬ę l’etica di ¬≠vorer√† la metafisica ¬Ľ. ¬ę La filosofia tesa a spiegare la metafisica come un malinteso semantico non √® forse un segno della decadenza, della fine di una ricerca dell’irrag ¬≠giungibile verit√† assoluta? ¬Ľ. E ancora, rinforzando la ca ¬≠rica: ¬ę Ogni epoca ha la filo ¬≠sofia che si merita. Nel nostro stadio presente non meritia ¬≠mo altro che una droga di infimo ordine, per addormen ¬≠tare la nostra angoscia me ¬≠tafisica che ci impedisce di trasformarci nelle macchine automatiche ¬Ľ.
E’ per questo che, dopo aver elaborato una teoria della Pura Forma, si rivolse al tea ¬≠tro: capace, in sostituzione della filosofia (e della religio ¬≠ne), di produrre un ¬ę brivido metafisico ¬Ľ, un ¬ę sentimento metafisico della stranezza del ¬≠l’esistenza ¬Ľ. ¬ę Impuro ¬Ľ inve ¬≠ce e di gran lunga inferiore, restando sempre nel campo della letteratura, era il ro ¬≠manzo, un ¬ę sacco dove si pu√≤ mettere di tutto ¬Ľ. La Pura Forma nel teatro doveva ¬ęin ¬≠tensificare selvaggiamente ¬Ľ la vita, ricreare la sua ¬ę unit√† nella molteplicit√† ¬Ľ, muovere con piena e lucida consape ¬≠volezza verso la perversione e follia, accettare il fatto che il vero artista sia un nevro ¬≠tico bramoso di quietare tra ¬≠mite l’arte, a dispetto del ¬≠l’etica di massa ¬Ľ, la propria ¬ęinsaziabilit√† metafisica ¬Ľ.
Due esempi della Pura For ¬≠ma cos√¨ concepita sono, nel volumetto italiano, Il pazzo e la monaca e La gallinella acquatica: e non sembrano pi√Ļ tanto sbalorditivi e originali, visti alla luce dell’odierno teatro d’assurdo. Mentre, pa ¬≠radossalmente, c’√® il respiro di un capolavoro ne I calzolai, l’ultima commedia di Witkacy scritta nel 1934 senza badare troppo ai precetti della Pura Forma, un sacco che scoppia da tutte le parti per un gro ¬≠viglio orgiastico di ¬ę conte ¬≠nuti ¬Ľ, un magistrale impasto linguistico ed espressionista da manicomio, di chiara pa ¬≠rentela con Insaziabilit√†. Sia nella commedia sia nel ro ¬≠manzo √® la rivoluzione del fu ¬≠turo – l’eco dell’esperienza traumatica in Russia – ad at ¬≠tirare lo sguardo fisso e di ¬≠sperato dello scrittore polac ¬≠co. La riteneva giusta e inevi ¬≠tabile dal punto di vista eti ¬≠co, ma non lo interessava l’e ¬≠tica spicciola. Prendendo in giro tutte le id√©ologie tra le fragorose risate diaboliche, restava come impietrito di fronte alla corsa pazza del ¬≠l’umanit√† verso il conformi ¬≠smo sociale e la distruzione dell’individuo. Volto a imma ¬≠ginare il Brave New World, si immedesimava con l’Abendland in tramonto.
Sotto la ferocia della sua scrittura un orecchio sensibi ­le non assordato dalle appa ­renze, sentirà la corda di un animo gentile e buono. Ha ragione Gombrowicz, nella postilla apposta al campione italiano delle commedie di Witkacy, ad avvertire il let ­tore che chi scrisse Insazia ­bilità e I calzolai fu un ange ­lo tormentato alle prese con il demonismo del nostro tempo.


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Bart