Brividi di Witkiewicz

di Gustavo Herling
[dal “Corriere della Sera”, domenica 10 agosto 1969]  

Si può avere soltanto un’idea molto vaga di quale scrit ­tore straordinario sia stato Stanislav Ignacy Witkiewicz, in Polonia chiamato comune ­mente Witkacy, leggendo le sue tre commedie pubblicate da De Donato (Il pazzo e la monaca, pp. 240, L. 2500) nel ­la traduzione attenta di Ric ­cardo Landau. E questo non perché sono appena tre tolte da un corpus che ne conta trentacinque. Ma perché la vera forza di Witkacy sta nei suoi due romanzi quasi intra ­ducibili: Addio all’autunno (1925) e Insaziabilità (1931).
Nato nel 1885, figlio unico di un noto critico d’arte, pas ­sò l’infanzia e la prima gio ­vinezza a Zakopane (una spe ­cie di Cortina d’Ampezzo po ­lacca) in un’atmosfera impre ­gnata del decadentismo fin de siècle. Negli anni 1904-1905 studiò pittura a Cracovia, poi fece un viaggio « artistico » in Germania, Francia e Ita ­lia. Nel 1914 si recò, attra ­verso Ceylon e la Malesia, in Australia fungendo da segre ­tario al famoso antropologo Bronislav Malinovski. Scop ­piata la guerra, si precipitò come titolare di un passapor ­to russo dall’Australia a Pie ­troburgo e, senza aspettare la chiamata sotto le armi, si ar ­ruolò volontario in un reggi ­mento scelto zarista. Combat ­té da ufficiale di fanteria, fu decorato con la medaglia di Sant’Anna. Doveva essere sti ­mato dai suoi soldati, se al ­l’indomani della rivoluzione lo elessero commissario poli ­tico del reparto. Si sa poco di questo periodo della sua vita, ne parlava malvolen ­tieri. Nel 1918 tornò nella Po ­lonia indipendente, e fino al ­l’inizio della seconda guerra mondiale alternava i suoi sog ­giorni tra Cracovia e Zako ­pane, scrivendo, dipingendo (perloppiù ritratti «a prezzi fissi »), dilettandosi nello stu ­dio della filosofia, improvvi ­sando lezioni nella piccola cerchia degli ammiratori, ce ­dendo spesso al richiamo del bere e delle droghe. Fu ap ­prezzato da pochi, ma da que ­sti in modo addirittura reve ­renziale: il suo nome, accan ­to ai nomi ormai familiari in Occidente di Witold Gombrowicz e di Bruno Schulz, formava la celebre triade dell’avanguardia polacca. Nel settembre 1939 lasciò Varsavia assediata dai tedeschi e si incamminò verso l’Est. Il 17  settembre, alla notizia che l’esercito sovietico aveva at ­traversato i confini orientali del paese, si ritirò in un bosco deserto e prese una forte dose di barbiturici; svegliato ­si, dovette ricorrere al taglio delle vene per darsi la morte. Dopo la guerra fu ignorato in Polonia fino al 1956. Negli anni successivi ebbe la fortu ­na postuma di una febbrile «riscoperta » (particolarmente tra i giovani), e oggi, malgra ­do i venti del rinnovato oscu ­rantismo comunista, fa parte – anche se con alcune zone d’ombra – della letteratura polacca moderna da maestro incontestabile.
Pittore, drammaturgo, ro ­manziere, teorico d’arte, la vera passione di Witkacy era però la filosofia. Nelle sue commedie sono continui i rife ­rimenti a Nietzsche, Bergson, Whitehead, Russell, Husserl, Carnap; nel suo romanzo in ­compiuto L’unica uscita, ri ­trovato di recente tra le vec ­chie carte, il discorso filosofi ­co è protagonista principale della vicenda. I cattedratici della filosofia polacca non lo prendevano affatto alla legge ­ra: durante la sua vita Kotarbinski gli riconosceva « un rozzo e non abbastanza istrui ­to genio filosofico », dopo la guerra Ingarden lo ha defini ­to « esistenzialista avanti lettera, contemporaneo a Hei ­degger di cui pure non sape ­va nulla ». Ma quel che face ­va girare instancabilmente Witkacy intorno alla filoso ­fia era, più che altro, la sua attuale miseria. Detestava Bergson ed i neopositivisti, odiava il marxismo e il prammatismo, due malattie dell’e ­poca nella quale « l’etica di ­vorerà la metafisica ». « La filosofia tesa a spiegare la metafisica come un malinteso semantico non è forse un segno della decadenza, della fine di una ricerca dell’irrag ­giungibile verità assoluta? ». E ancora, rinforzando la ca ­rica: « Ogni epoca ha la filo ­sofia che si merita. Nel nostro stadio presente non meritia ­mo altro che una droga di infimo ordine, per addormen ­tare la nostra angoscia me ­tafisica che ci impedisce di trasformarci nelle macchine automatiche ».
E’ per questo che, dopo aver elaborato una teoria della Pura Forma, si rivolse al tea ­tro: capace, in sostituzione della filosofia (e della religio ­ne), di produrre un « brivido metafisico », un « sentimento metafisico della stranezza del ­l’esistenza ». « Impuro » inve ­ce e di gran lunga inferiore, restando sempre nel campo della letteratura, era il ro ­manzo, un « sacco dove si può mettere di tutto ». La Pura Forma nel teatro doveva «in ­tensificare selvaggiamente » la vita, ricreare la sua « unità nella molteplicità », muovere con piena e lucida consape ­volezza verso la perversione e follia, accettare il fatto che il vero artista sia un nevro ­tico bramoso di quietare tra ­mite l’arte, a dispetto del ­l’etica di massa », la propria «insaziabilità metafisica ».
Due esempi della Pura For ­ma così concepita sono, nel volumetto italiano, Il pazzo e la monaca e La gallinella acquatica: e non sembrano più tanto sbalorditivi e originali, visti alla luce dell’odierno teatro d’assurdo. Mentre, pa ­radossalmente, c’è il respiro di un capolavoro ne I calzolai, l’ultima commedia di Witkacy scritta nel 1934 senza badare troppo ai precetti della Pura Forma, un sacco che scoppia da tutte le parti per un gro ­viglio orgiastico di « conte ­nuti », un magistrale impasto linguistico ed espressionista da manicomio, di chiara pa ­rentela con Insaziabilità. Sia nella commedia sia nel ro ­manzo è la rivoluzione del fu ­turo – l’eco dell’esperienza traumatica in Russia – ad at ­tirare lo sguardo fisso e di ­sperato dello scrittore polac ­co. La riteneva giusta e inevi ­tabile dal punto di vista eti ­co, ma non lo interessava l’e ­tica spicciola. Prendendo in giro tutte le idéologie tra le fragorose risate diaboliche, restava come impietrito di fronte alla corsa pazza del ­l’umanità verso il conformi ­smo sociale e la distruzione dell’individuo. Volto a imma ­ginare il Brave New World, si immedesimava con l’Abendland in tramonto.
Sotto la ferocia della sua scrittura un orecchio sensibi ­le non assordato dalle appa ­renze, sentirà la corda di un animo gentile e buono. Ha ragione Gombrowicz, nella postilla apposta al campione italiano delle commedie di Witkacy, ad avvertire il let ­tore che chi scrisse Insazia ­bilità e I calzolai fu un ange ­lo tormentato alle prese con il demonismo del nostro tempo.

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