Torno a parlare di Ungaretti e del ponte nuovo da inaugurare sul Serchio

di Bartolomeo Di Monaco

A scuola sono sempre stato un bravo studente. Lo dico non per vanagloria, ma per rispetto alla mia famiglia, modesta, che ha fatto tanti sacrifici per me e per i miei fratelli (mia madre, sarta, ci cuciva i nostri vestiti), per il mio rione popolare di Pelleria, dove mi sono fatto le ossa per resistere alle intemperie della vita, per la scuola, che mi ha donato gli strumenti per interpretare e vivere la realtà. Ho fatto tante cose, anche per gli altri, ma specialmente per alimentare nei giovani l’amore per la cultura e specialmente per la letteratura. Nei miei libri ne parlo spesso.

Scrivo tutto ciò, poiché non riesco a capire come sia potuto succedere che nelle scuole, tra insegnanti e studenti, non sia emerso con nettezza che quel nuovo ponte sul Serchio non poteva che essere intestato a Ungaretti. Non ci poteva essere spazio per esaminare, come invece si è fatto, altre alternative. Si potrà tornare indietro? Non credo e, come ho scritto in un precedente articolo, quest’enormità sarà ricordata a scorno della scuola lucchese, che ha cestinato senza alcun rispetto e cura il suo maggiore poeta e uno dei più eminenti poeti nella storia della letteratura mondiale.
Una macchia, di cui vergognarsi!

Ci si giustifica dicendo che ci saranno altre opportunità per dedicare qualcosa a lui (alcune cose ci sono già) ma il ponte DOVEVA ESSERE SUO come riconoscenza che i lucchesi gli dovevano per aver evocato il Serchio in una delle sue poesie più famose, “I fiumi”. Ma la scuola e la città gli dovevano anche la poesia “Lucca”, apparsa nella raccolta “Allegria” del 1931 e che qui riporto, rinnovando a Ungaretti le mie scuse per una scuola che lo ha offeso, nonché tutta la mia solidarietà.

Lucca

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente
che mi parla di California come d’un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.

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