di Salvo Palazzolo
(da “la Repubblica”, 4 gennaio 2013)
PALERMO – Da alcune settimane, i magistrati che indagano sulla trattativa fra mafia e Stato hanno riaperto in gran segreto uno dei capitoli più travagliati dell’antimafia, la cattura del capo dei capi Totò Riina. Vent’anni dopo, si fa avanti tutta un’altra storia rispetto alla versione ufficiale sempre ribadita dai vertici del Ros: “Il covo del latitante fu subito perquisito e l’archivio del capomafia venne inizialmente nascosto in una caserma dei carabinieri”, questo scrive l’anonimo ben informato che a fine settembre ha messo in allerta il sostituto procuratore Nino Di Matteo e i suoi colleghi del pool.
In dodici pagine, anticipate ieri da Repubblica, c’è una verità che presto potrebbe riscrivere la storia della trattativa fra le stragi del ’92-’93: poche ore dopo l’arresto di Riina, scattato in una delle piazze più note di Palermo, i carabinieri del Ros avrebbero perquisito la villa covo del boss senza avvertire i magistrati, portando via le carte del capo di Cosa nostra. “Si tratta di carte scabrose”, spiega adesso l’anonimo autore, che dice di essere stato testimone diretto di quei giorni del gennaio ’93: indica una caserma del centro dove sarebbe stato nascosto l’archivio di Riina. E poi traccia addirittura il percorso preciso per arrivare a una stanza in particolare. “Ma lì le carte sono rimaste poco, poi sono state portate via”, aggiunge. Dove, è un mistero.
Una cosa, però, è certa: scorrendo quelle 12 pagine – suddivise in 24 punti – sembra emergere che il misterioso autore dell’anonimo è stato lui stesso un carabiniere, probabilmente un sottufficiale dei reparti territoriali o del Ros, perché indica con precisione nomi, cognomi e addirittura soprannomi dei militari e degli ufficiali che avrebbero partecipato a vario titolo alle indagini per l’arresto di Totò Riina. E adesso i magistrati di Palermo hanno chiesto ai funzionari della Dia di identificare tutti i carabinieri citati. Sono una trentina. Presto, potrebbero essere ascoltati uno dopo l’altro dai magistrati.
Al momento, le 12 pagine sono conservate nel cosiddetto “registro 46” della procura di Palermo, quello che custodisce gli anonimi. Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che coordina l’inchiesta sulla trattativa, si limita a dire: “Abbiamo delegato accertamenti alla polizia giudiziaria”. Il procuratore Francesco Messineo aggiunge: “Su alcuni fatti, l’anonimo fornisce dettagli inediti. Stiamo cercando i riscontri”. I magistrati non escludono neanche l’ipotesi che dietro l’anonimo ci possano essere più persone, magari ex appartenenti a uno stesso reparto.
Dell’anonimo si occupano pure i magistrati della procura di Caltanissetta, che hanno aperto ufficialmente un’inchiesta dopo avere ricevuto una “comunicazione” dai colleghi palermitani. E non solo per il riferimento all’agenda rossa del giudice Borsellino (“È stata portata via da un carabiniere”), ma anche per le parole inquietanti sui magistrati di Palermo (“Siete spiati da qualcuno che canalizza verso Roma le informazioni che carpiscono sul vostro conto”). Dal Guatemala, l’ex procuratore Antonio Ingroia fa sapere: “In effetti, negli ultimi tempi ho avuto la sensazione netta di essere controllato, proprio per le mie indagini”.
Nella lettera non si parla solo di magistrati spiati, ma anche di “un magistrato della procura” di cui i pm della trattativa “non dovrebbero fidarsi”. È un altro mistero intorno a questa lettera senza firma.
L’anonimo autore poi lancia la sua ultima certezza: “La trattativa con la mafia c’è stata ed è tuttora in corso”. Ecco perché tanta attenzione sui magistrati. Lui, l’uomo del mistero, suggerisce che nel torbido dialogo fra Stato e mafia potrebbero essere coinvolti anche altri politici della prima repubblica, oltre Mancino, Dell’Utri e Mannino. Sono otto i nomi adesso al vaglio della procura.
Anche qui.
Voti l’Agenda Monti ma poi ti ritrovi il Libretto Rosso
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 4 gennaio 2012)
Chi vota Mario Monti vota Bersani. Un Bersani annacquato, che potrebbe essere addolcito dall’alleanza con il centro del Professore, ma pur sempre un Bersani alla guida del più grande partito italiano della sinistra. E di qua le sinistra si tratti lo si è visto pochi giorni fa, con le Parlamentarie che hanno premiato i candidati più radi cali, non certo l’area liberal che fa ca po a Matteo Renzi. Dalle consultazioni sono usciti vincenti Stefano Fassina e Cesare Damiano, esponenti dell’ala più vicina alla Cgil, senza contare i personaggi meno noti ma più duri scelti dagli iscritti. Se poi si aggiunge il principale alleato del segretario del Pd, ossia il governatore della Puglia Nichi Vendola, si capisce a che razza di governo l’attuale presidente del Consiglio auspica di fare da stampel la.
E che Monti, nella migliore delle ipotesi, sia destinato a diventare il so stegno di Bersani è certo. Nessuno con un grammo di cervello è infatti di sposto a scommettere un euro sul successo del premier alle prossime elezioni. Bene che gli vada potrebbe arrivale secondo, ma sulla base delle rilevazioni di questi giorni è assai più probabile che si piazzi terzo, dietro il Cavaliere. Nel quale caso il Professore avrà ottenuto di raggiungere un risul tato: regalare Palazzo Chigi a Pier Lui gi Bersani. Conquistare il 10 o il 15 per cento alle liste che fanno capo a Monti non servirebbe assolutamente a nulla, se non a far vincere la sinistra, dividendo il fronte del centrodestra. Ottenere il con senso di un decimo dell’eletto rato produrrebbe infatti l’effet to di non rendere in alcun mo do condizionabile il centrosi nistra, consentendo l’autosuf ficienza del governo Bersani- Vendola.
Come abbiamo più volte spiegato, se esiste ad oggi una possibilità di fermare l’avanza ta della sinistra verso la stanza dei bottoni, questa passa per la vittoria del centrodestra in Lombardia e nel Veneto. Spuntarla in alcune regioni chiave impedirebbe al Pd e ai suoi alleati di avere una solida maggioranza al Senato, co stringendo dunque Bersani e i suoi a scendere a patti. Sareb be così fermata l’avanzata di un programma economico ti po quello messo in campo da Franí§ois Hollande in Francia, fatto di tasse e di provvedi menti punitivi nei confronti del ceto medio. Per capire che cosa sarebbe un governo di Pd più Sei è sufficiente leggere il piano presentato da Nichi Vendola per le primarie: patri moniale, limitazione del con tante a 300 euro, aumento di un punto d’imposta sui redditi men che minimi. A chi chiede come potrebbe sostenere una maggioranza con all’interno Nichi Vendola, il presidente del Consiglio fa capire che il voto alla sua lista servirebbe proprio a scongiurare tutto ciò e cioè a sterilizzare il peso della sinistra più radicale. Ma così non è: essendo in coalizione con il Partito democratico, Si nistra e libertà non otterrebbe i seggi derivanti dal sei per cen to di cui è accreditata, ma gra zie al premio di maggioranza ne avrebbe molti di più.
Al contrario la lista Monti, sempre per effetto dei mecca nismi della legge elettorale, in casserebbe molto meno del 10 per cento che le viene attribui to nei sondaggi. In pratica, Vendola non è sostituibile con il premier e dunque il Profes sore, facendo la stampella, sa rebbe costretto a una convi venza a tre, con Bersani e pure con il governatore della Puglia. Ve lo immaginate il disastro? Un esecutivo moderato che ha al proprio interno la sinistra estrema? Quanto potrebbe du rare? E soprattutto, ammesso e non concesso che possa resi stere, che cosa potrebbe fare? Vendola vuole smontare la ri forma delle pensioni e Monti che fa: smonta la legge che lui ha voluto e che gli ha fatto conquistare un po’ di stima in Europa? E magari butta nel ce stino pure quella sul mercato del lavoro, ripristinando l’arti colo 18?
Se la si osserva con freddez za, si capisce dunque che la scelta di Monti, da qualsiasi parte la si prenda, è frutto di un errore di calcolo. Il Profes sore, salendo in politica, ha fatto male i suoi conti. Rite nendo di essere determinante, di poter condizionare Bersani, si è candidato alla guida di Pa lazzo Chigi con il proposito di applicare la sua agenda. Ma, bene che vada, il premier si troverà a offrire una ciambella di salvataggio al segretario del Pd, assicurandogli i numeri che potrebbero mancargli a Palazzo Madama, ma senza avere un vero potere di condi zionamento e soprattutto con nessuna possibilità di condur re il Paese in sua vece. Altro che agenda Monti: se insisterà nel suo proposito finirà con il sostenere un esecutivo che metterà in pratica il libretto rosso dei pensieri di Mao.