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Tre articoli

7 Dicembre 2011

Una    manovra con deficit liberale se non parte la riforma dello Stato
di Piero Ostellino
(dal “Corriere della Sera”, 7 dicembre 2011)

C’è solo un modo, ora, per questo governo di tecnici, di mostrare di non essere un governicchio come tutti i governi politici che l’hanno preceduto. Dopo aver presentato la manovra fiscale â— che fa fronte, nell’immediato, all’emergenza â— formulare un piano «a tappe », e da realizzarsi entro un ragionevole lasso di tempo, di radicale riforma dello Stato. Aver chiesto altro sangue ai cittadini, senza alcuna prospettiva di cambiamento, sarebbe la riproposizione della regola che ha guidato la politica finora: cambiare qualcosa, sempre sulla pelle della gente, affinché nulla cambi. Per ridurre la spesa e la pressione fiscale, e facilitare la crescita occorre mettere mano ad alcune cose.La Funzionepubblica, legislativamente e burocraticamente sovradimensionata, su quattro livelli amministrativi â— Stato, Regioni, Province, Comuni, che generano complicazioni, inefficienze, sprechi, corruzione â— cancellando le Province (cosa in parte già programmata);la Giustiziacivile (lenta e inadeguata), penale (lunatica), amministrativa (di nessuna tutela per il cittadino); le relazioni industriali; il valore legale del titolo di studio e il corporativismo sociale, incarnato dagli Ordini professionali; il diritto societario e la natura (anomala) del capitalismo e del mercato nazionali.

A tutt’oggi, Monti e i suoi ministri hanno dato prova di un certo delirio di onnipotenza che neppure le lacrime del ministro del welfare, Elsa Fornero â— uno sprazzo di umanità di fronte all’indecoroso blocco della perequazione delle pensioni al costo della vita â— ha attenuato. L’imposizione di una (ulteriore) tassa dell’1,5 per cento sui capitali scudati non è un segno di equità e di giustizia fiscale, ma un colpo alla certezza del diritto e alla credibilità dello Stato di diritto; che aveva fatto un patto con alcuni suoi cittadini â— per il rientro di capitali esportati in cambio di una (lieve) tassazione â— e ora si rimangia, contravvenendo al principio pacta sunt servanda.

La riforma della previdenza sociale, da retributiva (e a ripartizione) a contributiva, è una delle (poche) cose liberali finora annunciate. Ma rivela una contraddizione. Da un lato, prescrive che tutti i lavoratori passino al contributivo; dall’altro, impone loro una data per andare in pensione (come prevedeva il sistema retributivo). Il contributivo â— che raccorda la pensione percepita ai contributi personalmente versati â— dovrebbe consentire al lavoratore di decidere autonomamente quando smettere di lavorare sulla base delle proprie aspettative di pensione rispetto ai contributi versati.

La fissazione di un termine per andare in pensione  o è un residuo del sistema retributivo â— che, di fatto, ne perpetua il carattere redistributivo â— o è un ossimoro. Altra contraddizione da sanare, dopo la (re)introduzione della tassa su una casa che spesso il contribuente sta ancora pagando con un mutuo a lunga scadenza. Recita l’art. 47 della Costituzione: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese ». In una «società aperta » non c’è bisogno che lo Stato «favorisca l’accesso del risparmio » agli investimenti; il risparmio ci va da solo, quando e come vuole, non si aspetta altri «incoraggiamenti » se non quelli del mercato. Una Costituzione che subordina l’iniziativa privata «ai fini sociali » (art. 41) e assegna alla proprietà una «funzione sociale » (art. 42) 0 è condannata a essere disattesa  o è fonte di continui equivoci e contraddizioni che la politica cerca di sanare con criteri spesso incoerenti e eccessiva discrezionalità. Più che di riformarela Costituzione, si tratta di ripensare criticamente la cultura politica, statalista, dirigista e populista che l’ha generata.

Ma le premesse non sono incoraggianti. Gli entusiasmi con i quali era stato accolto il governo tecnico e, ora, le (tiepide) reazioni di gran parte dei partiti e dei media alla «stangata » riflettono, invece, più che la capacità critica di una matura democrazia liberale, ima provinciale soggezione alla (personale) autorevolezza del presidente del Consiglio e alla (supposta) competenza tecnica dei suoi ministri. Allo stato delle cose, non mi è parso, perciò, irriverente, nei confronti del presidente del Consiglio che è uomo di provata fede democratica, immaginare una scena già vista. H sobrio professor Monti a petto nudo, in cima a una trebbiatrice, fra contadini al lavoro, celebrato da una folla di italiani osannanti.

Qualsiasi riferimento a un lontano (e irripetibile) passato e al mai sopito vizio nazionale di tradurre le vicende della politica in retorica è voluto.

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Benzina sul fuoco
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 7 dicembre 2011)

Tutti presi a capire quanto incideranno le nuove tasse sui portafogli dei contribuenti non ci siamo accorti che il governo preparava un salasso anche per chi usa l’auto, vale a dire la maggioranza degli italiani. La lacuna è stata colmata da un lancio dell’agenzia Ansa ieri pomeriggio. In esso si poteva leggere che da oggi un litro di benzina costerà 9,9 centesimi in più, mentre per il gasolio il so ­praprezzo sarà di 13,6 centesimi. I calcoli sono presto fat ­ti: un pieno di benzina si dovrà pagare cinque euro in più, uno di gasolio anche sei o sette. La stangata avrà ef ­fetti non solo per chi viaggia, ma anche per chi non usa l’auto, in quanto la maggior parte dei nostri trasporti è su gomma. Dunque prepariamoci a un rincaro dei prezzi, che a ottobre sarà ancor più elevato allorquando scatteranno le nuove tarif ­fe Iva. Un due per cento su tut ­ti i beni, anche su quelli che fi ­no a ieri godevano di una tas ­sazione scontata.

A dire il vero, gli aumenti delle accise sulla benzina non sono ima novità. Non c’è go ­verno che nel corso del suo mandato non le abbia inaspri ­te almeno una volta. Causa terremoti o missioni di pace è sempre con la pompa che si succhiano soldi agli italiani. La scusa questa volta è il salva ­taggio delle nostre finanze. Le misure sono indispensabili per evitare il fallimento del no ­stro Paese, ha detto il presi ­dente del Consiglio alle Came ­re. Tuttavia, come ricorda An ­tonio Martino, professore co ­me Monti ma uno dei pochi li ­berali che ancora può vantare l’Italia, da almeno vent’anni c’è qualcuno che a scadenze fisse di dodici mesi bussa alla porta delle famiglie chiedendo quattrini. Le manovre vengo ­no annunciate come decisive e finalizzate a sistemare il bi ­lancio. Il risultato è che stiamo sempre peggio e il debito è cresciuto dall’85 al 120 per cento in un decennio. Segno evidente che non basta alzaie le tasse, c’è bisogno di tagliare la spesa la quale al contrario corre sempre di più. Di questo si sono lamentati anche gli adoratori del governo tecnico e perfino colleghi ed ex allievi di Mario Monti.

Dell’articolo di Alberto Ale ­sina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera abbiamo già detto. Ma stupiva ieri leg ­gere un editoriale di Repubbli ­ca a firma di Alberto Bisin. Con cortesia e comprensione, il professore della New York University rimproverava al presidente del Consiglio di non avere tagliato la spesa sta ­tale, liquidando come favole la lotta all’evasione e la ri (orma del settore pubblico. Per Bisin se si vuole far ripartire il Paese si devono tagliare le tasse, non aumentarle.

Invece, se si esclude la rifor ­ma delle pensioni, la manovra dei professori è fatta «soltan ­to » di tasse, tutte a carico del ceto medio e dei redditi più bassi. La benzina, come le im ­poste di bollo e l’Ici, saranno pagate dai consumatori, i qua ­li avranno un conto finale as ­sai salato.La Cgia di Mestre, cioè l’ufficio studi degli artigia ­ni veneti, ha calcolato che la stangata di Monti costerà a ogni famiglia più di seicento euro e nel complesso, metten ­do insieme anche quanto ave ­va deciso Berlusconi (ad esempio il contributo di soli ­darietà), in quattro anni si pa ­gheranno più di 6 mila euro.

Chi invece non ha motivo di lamentarsi sono le cooperati ­ve, le quali potranno conti ­nuale a godere dei trattamenti fiscali come se fossero un’as ­sociazione di mutuo soccorso dell’Ottocento, mentre ormai sono aziende al pari delle altre, capaci di far concorrenza alle società di capitale. Nessuna la ­crima sarà versata anche dal Vaticano, ai cui edifici si con ­tinuerà a non applicare Ici, mentre i lavoratori a stipendio fisso ma proprietari di casa dovranno pagarla. Tuttavia, a poter dormire un sonno tra due guanciali, senza preoccu ­parsi di alcunché, sono le ban ­che. Non soltanto perché le obbligazioni emesse dagli isti ­tuti di credito saranno garan ­tite dallo Stato. 0 perché, vie ­tando l’uso del contante, si obbligano tutti gli italiani ad avere un bancomat o una car ­ta di credito, assicurando nuo ­va clientela per chi sta allo sportello. C’è dell’altro e ri ­guarda le imposte sulle pro ­prietà immobiliari. Come ha scoperto il nostro Franco Bechis, quanti si sono fatti la ca ­setta in cui abitano dovranno sopportare una rivalutazione degli estimi catastali del ses ­santa per cento. Le banche in ­vece vedranno salire i loro estimi «appena » del venti per cento. È per questo – per i bond e gli sconti – che il giorno dopo la presentazione della manovra,la Borsaha festeg ­giato i titoli degli istituti di credito facendoli schizzare all’insù. E poi dicono che questo non è il governo dei banchieri.

Manca solo che a loro facciano lo sconto sulla benzina, deci ­dendo per decreto che le acci ­se le paga soltanto chi non ha una banca.

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Salvare l’euro ora o mai più
di Antonio Polito
(Dal “Corriere della Sera”, 7 dicembre 2011)

Forse un giorno questo dolore ci sarà utile.
Non perché possa bastare l’austerità o perché la salvezza dell’Italia dipenda da quanto sudore e lacrime verseremo: più dei nostri compiti a casa, a decidere sarà l’esame di maturità che aspetta l’Europa tra domani e venerdì. Ciò che ha fatto il governo Monti è però una precondizione perché tre giocatori ben più decisivi, la signora Merkel, il signor Draghi e il signor Mercato, possano fare ciò che devono.

L’Europa è chiamata al suo «momento Ha ­milton », chiedono a gran voce gli investito ­ri. Il riferimento è al primo segretario al Te ­soro dei neonati Stati Uniti d’America, lea ­der dei «federalisti »: dopo ima battaglia du ­rata sei mesi riuscì a risolvere la crisi del de ­bito pubblico facendo assumere al governo federale anche quello dei singoli Stati. Però anche allora c’era chi resisteva. Gli Stati-for ­mica, più forti e meno indebitati, erano rilut ­tanti a farsi tassare per ripagare i debiti degli Stati-cicala. Ci volle una contropartita. In cambio dei voti degli Stati virtuosi del Sud, Hamilton accettò che la capitale fosse spo ­stata al Meridione, sul confine trala Virginiae il Maryland: fu così, per una crisi del debi ­to pubblico, che nacque Washington.

L’Europa non raggiungerà venerdì un compromesso simile, impossibile in un’unione in cui si parlano 27 lingue diverse e i nostri padri si sparavano ancora addosso 66 anni fa. D’altra parte, se consideriamo che la capitale è in Belgio, il presidente della Commissione viene dal Portogallo e quello della Bce dall’Italia, bisogna ammettere che gli Stati-cicala in Europa non hanno finora ceduto molto. Ma la contropartita ora c’è, se ­condo l’intesa raggiunta da Merkel e Sarkozy: l’estensione di una ferrea disciplina di bilancio tedesca all’intera eurozona, con sanzioni automatiche e definitive per chi non è diligente nel praticarla, e l’obbligo del pareggio di bilancio scritto in Costituzione per ogni Paese membro.

Questo la Merkel chiama «fiscal union », unione fiscale, e cioè di bilancio; ed è ciò che Draghi aveva chiesto come «fiscal com ­pact », patto fiscale. Avendolo ottenuto, tutti scommettono che orala Bceromperà gli in ­dugi e farà capire ai mercati che, in nome della «stabilità finanziaria », intende usare il suo immane arsenale per garantire liquidità a banche e governi. Dal canto suo, venerdì la signora Merkel darà il via al processo di revi ­sione dei Trattati, che per i Paesi dell’eurozo ­na sarà un prendere 0 lasciare, e che forse un giorno porterà davvero l’Europa a mette ­re in comune, oltre che la moneta, anche i debiti, visto che per ora gli eurobond resta ­no un tabù perla Costituzionedi Berlino. Ne uscirà dunque sicuramente un’Europa più te ­desca; ma, d’altra parte, c’è alternativa? An ­che chi in Italia, comela Lega, ha accusato fino a ieri Draghi e Monti di essere gli agenti della Germania, ora offre addiritturala Pada ­nia all’annessione della Germania, con Tre ­monti nel ruolo di ambasciatore.

Resta da vedere che cosa farà il signor Mer ­cato. Stavolta ha voglia di fidarsi. Se già sta allentando il nodo scorsoio dei tassi di inte ­resse sull’Italia, vuol dire che funziona il pat ­to segreto raggiunto a Strasburgo, quando la Merkel garantì a Monti, in cambio dei «com ­piti a casa », chela Germania non avrebbe più protestato contro gli interventi da parte della Banca centrale. Ci sono del resto molte cose in Europa che si possono fare ma non si possono dire, e così sarà anche venerdì.

Ma questo è il «grande piano » che si sta definendo in queste ore e di cui Tim Geithner, inviato da Obama, verrà a controllare la corretta esecuzione. E anche se il diavolo è nei dettagli, e si tratta ormai del terzo o quar ­to «grande piano » che si cucina in Europa da quando è esplosa la crisi greca, e ognuno dei precedenti ha fallito, stavolta c’è una grossa novità. Capovolgendo la sciagurata in ­tesa franco-tedesca di un anno fa a Deauville, la Germaniaha rinunciato alla sua osses ­sione luterana secondo la quale anche i pre ­statori privati devono pagare il loro prezzo per salvare un Paese insolvibile, poi applica ­ta al caso greco. Fu quell’haircut a mettere in fuga gli investitori e a convincerli che era pericoloso possedere titoli italiani e spagno ­li. Questo ripensamento è solo un surrogato del «momento Hamilton »; ma è un modo di promettere che l’Europa ripagherà tutti i suoi debiti. Se il signor Mercato ci crede, al ­lora anche il nostro dolore ci sarà stato utile.

Altri articoli

“Sacrifici sì, ma non per tutti La crisi? Smoking e gioielli” di Alessandro Sallusti. Qui.

“Il vero bene della Chiesa” di Mario Sechi. Qui.


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Bart