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Un brutto esempio di giornalismo

14 Ottobre 2012

Pubblico questo articolo per dare un esempio di come qualche volta si scriva senza aver letto bene ciò che si vuole criticare. La giornalista attribuisce al difensore della procura di Palermo, il costituzionalista Alessandro Pace, ciò che il medesimo si è ben guardato dall’affermare.
Infatti, la memoria di difesa, spiega chiaramente che non vi sono mai state  intercettazioni dirette del capo dello Stato, e che esse sono state sempre casuali, in quanto ad essere intercettato era l’interlocutore di Napolitano, Nicola Mancino.
La giornalista deve aver saltato il punto in cui la difesa si dilunga nel dimostrare la casualità dell’intercettazione, che proprio per questa casualità è legittima. Riporto la parte che è sfuggita alla giornalista:

“Al contrario, perché l’ipotesi delle interlocuzioni indirette ma non accidentali si verifichi, occorrerebbe trovarsi di fronte ad una pluralità di intercettazioni delle conversazioni del medesimo interlocutore effettuate su utenze intestate a soggetti diversi. Solo in tal caso sarebbe evidente che interessano alla Procura non le comunicazioni del soggetto titolare dell’utenza telefonica, ma le comunicazioni dell’interlocutore.
La dimostrazione di tale intenzione dovrebbe però passare attraverso la prova di una molteplicità di intercettazioni su utenze diverse dalle quali sistematicamente risulti intercettato un medesimo interlocutore.
Il fatto che le conversazioni del Presidente Napolitano siano state, nella specie, solo quattro su 9.295 dimostra, tutt’al contrario, l’accidentalità delle intercettazioni e quindi la loro piena legittimità.”

Alla giornalista potrebbe interessare anche questo punto, assai significativo, perché non esclude che il contenuto delle telefonate tra Mancino e Napolitano possa essere stato anche “scottante”, come sospettò sin dall’inizio il senatore Luigi Li Gotti:

“Secondo quanto si legge nella lettera inviata dal Procuratore della Repubblica di Palermo all’Avvocatura Generale, in data 6 luglio 2012, prodotta in atti dal ricorrente, la valutazione di irrilevanza e di conseguente non utilizzazione investigativa o processuale, ha avuto ad oggetto «â€¦qualsivoglia comunicazione telefonica in atti diretta al Capo dello Stato… ». E quindi, come appare evidente, tale valutazione ha riguardato solo ed esclusivamente le “comunicazioni” (e cioè le espressioni verbali dell’ex senatore Mancino nel suo colloquio con il Presidente), e non anche le risposte dell’interlocutore che questa Procura non ha mai sottoposto a valutazione alcuna.”

A riguardo, un mio articolo qui.


«Mai intercettare il Quirinale » Peccato che a sostenerlo sia il difensore di Ingroia&Co
di Mariateresa Conti
(da “il Giornale”, 14 ottobre 2012)

Il capo dello Stato non può essere intercettato. O meglio, può essere intercettato, ma solo dopo che la Corte costituzionale lo abbia sospeso dalla carica.
E questo perché la legge ha voluto creare «un deterrente contro spericolate inchieste penali contro il presidente della Repubblica ». Il paladino di questa tesi, contenuta in più di un suo scritto, non è l’Avvocatura dello Stato, ma il professor Alessandro Pace, che insieme con i professori Giovanni Serges e Mario Serio difende la Procura di Palermo nel conflitto di attribuzione sollevato dal Colle davanti alla Consulta per le conversazioni spiate (quattro, di cui due la vigilia di Natale e la vigilia di Capodanno del 2011) tra l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino e il presidente Giorgio Napolitano. A sollevare il problema del conflitto di idee in seno al collegio difensivo di Ingroia&Co., i Pm palermitani titolari dell’ inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, è stato l’avvocato Giandomenico Caiazza, ieri, nella sua rubrica su Radioradicale «La pillola del Rovescio del diritto »: «Uno degli attuali difensori – ha segnalato il penalista, ricordando che il giurista ha sempre sostenuto che, per i reati extrafunzionali, il capo dello Stato va trattato alla stregua dei cittadini comuni – il professor Alessandro Pace, ha avuto modo di esprimersi molto approfonditamente su questi temi cruciali in termini però che non appaiono tutti armonici con la tesi che necessariamente dovrà essere proposta alla Corte nell’interesse della procura di Palermo ». Caiazza ha citato uno scritto del 2001. Ma spulciando la sterminata pubblicistica del costituzionalista, il tema si ritrova più di una volta. Così come il paragone tra capo dello Stato e sovrano che ha provocato una levata di scudi contro i Pm palermitani. Ecco cosa scriveva il professor Pace nel saggio del gennaio 2011 (pubblicato sulla Rivista dell’Associazione italiana dei costituzionalisti) su «Le immunità penali extrafunzionali del presidente della Repubblica e dei membri del governo in Italia » a proposito del capo dello Stato che non è un sovrano: «Vittorio Emanuele Orlando – sottolineava citando i lavori dell’Assemblea costituente – lamentava che non fosse stata prevista la totale inviolabilità del capo dello Stato. Con il che egli non si rendeva conto dell’avvenuto cambiamento della forma di Stato e che il capo dello Stato non era più un Re ma il presidente di una Repubblica democratica ». Ed ecco cosa scriveva Pace a proposito dell’articolo 7 della legge 219 del 1989, quello che riguarda i reati ministeriali e quelli previsti dall’articolo 90 della Costituzione: «Tale disposizione prescrive che solo dopo che la Corte costituzionale abbia disposto la sospensione del presidente dalla sua carica, il comitato parlamentare per i giudizi d’accusa può disporre “intercettazioni telefoniche ovvero di altre forme di comunicazione ovvero perquisizioni personali o domiciliari ” ». Dunque, niente intercettazioni per il presidente in carica. E ancora: «Poiché tale norma ha intuitivamente una portata generale, ciò significa che anche per i procedimenti penali a carico del presidente della Repubblica per reati extrafunzionali la magistratura non può acquisire prove mediante intercettazioni telefoniche e perquisizioni, tranne che, per queste ultime, il presidente abbia dato la sua disponibilità a collaborare… Ciò costituisce, sotto il profilo probatorio, un deterrente contro spericolate inchieste penali contro il presidente della Repubblica ».Come si possa conciliare questa tesi con la legittimità delle intercettazioni di Napolitano che il collegio di difesa dei Pm palermitani, di cui Pace fa parte, è chiamato a sostenere davanti alla Consulta, è un mistero. Intanto ieri la Procura di Palermo, con il capo Francesco Messineo, è intervenuta a tamponare le polemiche legate al deposito della memoria presentata alla Consulta e a quel riferimento sull’immunità dei Re. «Nessuna affermazione irriguardosa – ha spiegato Messineo – nei confronti del presidente della Repubblica, ma solo un’argomentazione giuridica circa l’immunità di cui gode ». E sulle intercettazioni: «È stato solo un ascolto occasionale –ha ribadito Messineo a SkyTg24 – Io sarei stato non dico felicissimo ma felice di trovare nel sistema una norma per poter distruggere queste intercettazioni. Il punto è che attualmente la norma non c’è ».


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Bart